Un mistero silenzioso


Flavio Ermini, filosofo e poeta. Dirige la rivista di ricerca letteraria ‘Anterem’ fondata nel 1976 con Silvano Martini. Fa parte del comitato scientifico della rivista internazionale di poesia ‘Osiris’ (Università di Deerfield, Massachusetts) e della rivista di critica letteraria ‘Testuale’. Dirige con Umberto Galimberti e Vincenzo Vitiello la collana ‘Opera Prima’ (Cierre Grafica). Per Moretti&Vitali dirige la collana ‘Narrazioni della Conoscenza’. Collabora all’attività culturale degli Amici della Scala di Milano.

Un mistero silenzioso


di Flavio Ermini

La fine della vita è un evento certo, lo sappiamo. Eppure il nome che la definisce – morte – facciamo fatica a pronunciarlo, tanto profondo è il turbamento che provoca.

Paolo Barbieri infrange questo tabù e nel suo ‘Gli occhi di Thanatos’ affronta questo tema sotto i più diversi punti di vista, anche i più spinosi, acuminati: dalla morte “naturale all’accanimento terapeutico, dal testamento biologico all’eutanasia attiva e passiva.

Ne parla affidandosi – nelle due parti che compongono il volume – rispettivamente alla forma del dialogo e alla forma epistolare. Il dialogo ha la complessità dell’operetta morale; l’epistolario ha l’immediatezza delle e-mail. In entrambi i casi Barbieri ci ricorda che la morte non è orrore e scompiglio, ma un mistero silenzioso da accostare senza disperazione, da custodire nel segreto del nostro cuore e da nominare senza vergogna. Michelstaedter afferma che la tragedia è nella vita, non nella morte.

Ciò che caratterizza e segna profondamente gli esseri umani è l’oscuro privilegio di nascere, accettando così la sentenza degli elementi naturali, per poi tornare a ricomporsi nel loro seno. Tutto qui.

Siamo esseri che appartengono alla sostanza dolorosa delle creature caduche, in quanto vitali, e che hanno il triste primato di sentire, di essere consapevoli di morte: una fine decretata dalla natura o – com’è legittimo – da noi stessi, che della natura siamo parte.

Per capire qualcosa della morte – e non averne dunque paura, non esserne angosciati – è necessario tornare al pensiero delle origini, come ci invita a fare Emanuele Severino, più volte richiamato da Barbieri.

Va di nuovo accolta l’idea della stretta unità, e dunque dell’interdipendenza, tra il singolo ente e la natura tutta. C’è uno scambio continuo tra l’essere umano e l’ambiente nel quale è inserito. Finché questo rapporto è proporzionale e armonico, l’uomo vive; quando alfine si altera, s’interrompe, l’uomo muore. In questo ciclo si articola tutta la problematica che accompagna la riflessione sulla morte; in questo processo si costituisce l’orizzonte concettuale per ogni ulteriore riflessione non consolatoria.

Pensare la propria morte, ci insegna Barbieri, significa prima di tutto darsi un modello naturale di vita. Vuol dire denunciare l’abiezione di una tecnica che con le macchine vuole forzatamente e innaturalmente tenerci al mondo.

Insomma, la morte non è un ente contro cui combattere. È una parte del nostro esistere. Barbieri a tale proposito ci ricorda che Severino per spiegare questa riflessione utilizza la parola “gioia”. Proprio come accade nel romanzo ‘La morte di Ivan Il’i, là dove Tolstoj, narrando di un uomo che si trova di fronte all’inevitabilità della morte, scrive: «Dov’era la morte? Quale morte? Ivan Il’i

non aveva alcuna paura, perché non c’era alcuna morte. Al suo posto c’era la luce. “Che gioia!” esclamò».

 

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Paolo Barbieri Gli occhi di Thanatos Moretti&Vitali, 2016 pp. 97, € 16,00