Siete mai stati al… museo della merda?

A Castelbosco, vicino a Piacenza, Giuseppe Locatelli, imprendiotre agricolo, proprietario di una fattoria con 2.500 mucche, ha coinvolto critici e artisti di fama internazionale per creare il ‘Museo della Merda’. Nomi come Gianfranco Baruchello, Claudio Costa, Daniel Spoerri, David Tremlett, Annie e Patrick Poirier e altri hanno realizzato opere sia sul tema trattato sia intervenendo sulle strutture dello spazio espositivo. Naturale che il proprietario  abbia poi scelto come logo del Museo lo Scarabeo Stercorario

di Sergio Borrini e Nadia Nava

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Wim Delvoye, Cloaca (2000-2007)

Non si può certo dire che la ricerca artistica, nel suo lungo percorso, abbia temuto di addentrarsi nei complessi labirinti delle possibilità espressive e, proprio per questo, non abbia indagato sui principali fattori emotivi che più hanno coinvolto l’uomo. Temi religiosi, sociali, scientifici, ambientali, psicologici, sessuali ecc. sono stati affrontati dagli artisti con risultati che hanno spesso prodotto capolavori eterni.

Ma allora viene da chiedersi: se tutto è stato esplorato che cosa resta da fare ad una forma comunicativa e curiosa come l’arte per esprimersi ed allargare i propri confini? Apparentemente più niente. Ma non è cosi! I campi di indagine sono molteplici e spesso inaspettati, come inaspettati sono i comportamenti umani.

Lo dimostra infatti la nascita di un nuovo quanto sorprendente museo dedicato alla merda. Proprio così! Avete letto bene, non si tratta di un refuso.

Il nuovo museo, nelle sue varie sfaccettature è riservato a quella cosa  di cui accuratamente evitiamo di parlare in società, tranne che quando, in preda a incontenibili quanto liberatori scatti d’ira, la coniughiamo nelle sue più svariate declinazioni.

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Jacques de Vaucanson, Anatra digeritrice (1739)

La storia di questo museo è comunque curiosa e vale la pena, in breve, di raccontarla.

Gianantonio Locatelli, imprenditore agricolo, possiede a Castelbosco vicino a Piacenza una grossa fattoria che conta ben 2.500 mucche. Queste mucche producono giornalmente 300 quintali  di latte che serve per la produzione del Grana Padano. Ma questi cari animali rilasciano anche ogni giorno qualcosa come 1.000 quintali di sterco che potrebbero creare un grosso problema ambientale.

Ma il Locatelli, aggiornato sulle ultime biotecnologie ed essendo anche imprenditore è riuscito a trasformare l’enorme ingombro quotidiano in qualcosa di utile e redditizio (quando si dice che la merda non ha valore). Coadiuvato da esperti ha usato lo sterco non solo come concime ma lo ha  trasformato, attraverso complessi procedimenti, in inerti mattoni per costruzione o rivestimenti per pareti e, sfruttando il metano generato dai liquami, anche in riscaldamento, con buona pace per l’ambiente.

Ora tutta questa impresa di riciclaggio non poteva restare fine a stessa: da qui l’idea del  Museo della Merda che oltre ad essere un  centro di ricerca scientifica e  documentativa sull’argomento è anche un luogo dedicato alla storia della cultura legata agli escrementi.

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Tino Sehgal, Untitled (2000)

Essendo poi il proprietario un  collezionista d’arte ha pensato bene di coinvolgere critici e artisti di fama internazionale .

Nomi come Gianfranco Baruchello, Claudio Costa, Daniel Spoerri, David Tremlett, Annie e Patrick Poirier e altri hanno realizzato opere sia sul tema trattato sia intervenendo sulle strutture dello spazio espositivo.

 

Naturale che il proprietario  abbia poi scelto come logo del Museo lo Scarabeo Stercorario, insetto venerato dagli antichi egizi, che crea pallottole di sterco per usarle come cibo o come protezione per le uova.

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David Tremlett, Wall drawings, 2008

Evidentemente i bistrattati escrementi, frutto di un complesso percorso nutritivo che è quello che  mantiene in vita, una volta terminata la loro funzione sono considerati, ingiustamente, di nessun valore. Ma è proprio qui che l’artista sfidando miti, luoghi comuni e convenzioni sociali li riscopre concettualmente e li usa. Infatti dalla storica (e costosissima) Merda d’artista di Giacomo Manzoni del 1961 fino ad oggi, i prodotti degli orifizi dei corpi di tanto in tanto hanno fatto la loro apparizione sulla scena dell’arte. Come nella mostra newyorchese Shit alla galleria Yvon Lambert nel 2008 del fotografo Andrea Serrano (1950) o in quella curata per Artissima di Torino Shit an die nel 2014 dal solito Maurizio Cattelan (1960) sempre attento a sorprendere.

L’artista  inglese Chris Ofili (1968)  nelle sue opere pittoriche usa escrementi di elefante. Mentre il belga Wim Delvoye (1965) ha realizzato una complessa installazione, Cloaca maxima,  presentata al museo d’Arte Contemporanea di Anversa nel 2000 e poi in diversi altri musei come il New Museum of Contemporary Art di New York. Quest’opera è costituita da un intricato macchinario che riempito di cibi li trasforma in feci. Aggiornamento tecnologico della famosa Anatra digeritrice di Jacques de Vaucanson del 1739 (evidentemente l’interesse per l’argomento non è nuovo).

L’artista Paul McCarthy, dopo aver esposto a Carrara nel 2010 delle feci in travertino davanti all’Accademia di Belle Arti, ha collocato a Hong Kong un mega escremento gonfiabile alto 16 metri. L’opera è durata poco in quanto un improvviso temporale lo ha fatto scoppiare, causando un’invasione di pezzi di escrementi di gomma in tutta la città.

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Paul McCarthy, Complex Pile, 2013

L’ultimo esempio, in ordine di tempo, si è visto al Festival Teatrale di Santarcangelo di Romagna di quest’anno (ma che ha girato anche in Europa). Il celebrato e provocatore artista inglese Tino Sehgal (1976), fa interpretare dal danzatore Jérome Bel, in scena nudo, una performance dai molteplici rimandi culturali, dove  l’interprete dà libero sfogo alla sua personale fontana dorata riuscendo anche ad abbeverarsi.

Tutto questo basterebbe per irritare e scioccare moltissime persone. Probabilmente ha ragione Guido Ceronetti quando afferma «l’escremento finché è nel corpo è accettato: non è separato dall’unità del microcosmo; isolato spaventa e ripugna».

Il museo della merda di Castelboco.
Il museo della merda di Castelbosco.