Seminano terrore e tagliano teste, ma ai seguaci del califfo piace la poesia

 

Ahlam al-Nasr, una giovane poetessa originaria di Damasco, con i suoi versi è di fatto la portavoce dell’Isis. Nelle sue poesie celebra le vittorie del califfato e le azioni terroristiche. Se non si esamina la cultura consapevolmente arcaica, i miti e i codici d’onore, è impossibile comprendere, o almeno tentare di decifrare il jihadismo che esercita un fascino potente sulle giovanissime reclute perché si rifà ai più antichi racconti cavallereschi. Anche Bin Laden amava la poesia ma del resto anche Hitler dipingeva acquerelli.

di Daniela Muti

Con i loro proiettili fracassarono i nostri cervelli come
Terremoti
Incrinando e spezzando perfino le ossa più forti
Trapassarono le nostre gole e sparsero
Le nostre membra
Fu come una lezione di anatomia!
Annaffiarono le strade dove ancora scorreva il sangue
Come fiumi precipitati dalle
Nuvole

È nella primavera del 2011, a seguito degli scontri in Siria tra le truppe del presidente Bashar al Assad e i manifestanti con i quali s’era schierata, che la poetessa Ahlam al-Nasr, originaria di Damasco, scrive questa poesia e si vota alla causa radicale del nascente Stato Islamico. E ancora celebrando i trionfi militari dell’Is e in ricordo del movimento a Mosul in Iraq, compone:

Chiedete a Mosul, città dell’islam,
dei leoni
Che lottando fieramente hanno portato
La liberazone
La magnifica terra si è spogliata dell’umiliazione
E della sconfitta
Per indossare il mantello dello splendore

Ma la giovanissima Ahlam al-Nasr non è un’eccezione nel panorama della cultura islamica perché, come recita un suo antico detto, «la poesia è il registro degli arabi», anche di quelli che hanno sposato, come lei, la rivoluzione sanguinaria a colpi di decapitazioni, minacce e roghi. Lo stesso Osama Bin Laden, come è emerso da alcune lettere ritrovate dopo la sua morte, era un raffinato poeta, la sua grande padronanza dell’eloquenza classica lo collocava tra i più apprezzati autori nell’ambito jihadista.

Grazie alla vasta rete clandestina fatta di social networks, siti specchio che hackers fanno apparire e scomparire con grande destrezza, Ahlam al-Nasr, a poco più di vent’anni, è già diventata una celebrità letteraria. Nei circuiti militanti è ormai conosciuta come “la poetessa dello Stato Islamico”, una sorte di voce di corte, portavoce ufficiale della propaganda del califfo. La sua prima raccolta Il bagliore della verità uscita on line nell’estate 2014 (pochi mesi prima del suo matrimonio a Raqqa con Abu Usama al Gharib, uno dei maggiori esponenti del Jihad, passato da Al Quaeda all’Is), contiene 107 poesie in arabo, per lo più inni alla vittoria, lamenti per i prigionieri, elegie per i mujahidin e poesie brevi nate come tweet. Su YouTube se ne trovano diverse versioni.

Rifugiatasi in uno degli stati del Golfo, poi rientrata in Siria nel 2014, Al-Nasr nel raccontare la sua emigrazione descrive il califfato come un paradiso, governato da persone integerrime, e dove gli abitanti agiscono nel rispetto della religione.

Per l’Occidente che poco o nulla conosce del mondo jihadista, se non ciò che passa attraverso le terribili e tragiche notizie internazionali, tutto ciò può sembrare un’assurdità, ma per entrare almeno un po’ in quel mondo inquietante e conoscerne meglio le origini culturali, può servire leggere ciò che due studiosi americani hanno scritto in proposito.

Battle Lines è infatti un interessante articolo pubblicato sul New Yorker dagli americani Robyn Creswell e Bernard Hayker, professore il primo di letterature comparate, di storia e cultura del vicino oriente, il secondo. Analizzando quanto la produzione poetica araba occupi un posto centrale nella cultura jihadista, i ricercatori ci forniscono una chiave di accesso ai valori interni al movimento e alle ragioni del suo crescente successo.

Se non se ne esamina la cultura consapevolmente arcaica, i miti e i codici d’onore, è infatti impossibile comprendere, o almeno tentare di decifrare il jihadismo, come progetto rivoluzionario da attuare idealmente su un territorio libero dal concetto di stato-nazione, e come risposta ad una nuova e diversa geografia politica. La cultura del jihad esercita un fascino potente sulle giovanissime reclute perché rifacendosi ai più antichi racconti cavallereschi li richiama ad un’utopia di purezza e verità religiosa, promette avventura e promuovendoli a “santi guerrieri” li arruola nell’eroica resurrezione dal passato di quell’ ideale di integrità che «solo il Califfato, frontiera di un nuovo inizio, è in grado di resuscitare». Niente di più seduttivo, insomma, per giovani facilmente plagiabili che in questa apologia di combattimento e di morte trovano il proprio riscatto.

Ecco allora che anche per la giovanissima Al-Nasr, fare poesia inneggiando alla capitale dell’Is come «luogo di miracoli incessanti, una città dove i credenti possono venire e rinascere nell’antica fede» non è solo letteratura, ma un vero e proprio atto politico, uno strumento per schierarsi apertamente e affermare la propria fede e militanza.

È una poesia intesa come arte di comunicazione collettiva, che nei suoi sentimentalismi come nelle sue incitazioni sanguinarie, richiama un imperativo etico, una necessità politica che non teme la lotta armata. E nell’osservanza della tradizione stilistica più antica, utilizza autentici virtuosismi tecnici: i testi, perlopiù monorimi (componimenti lunghi anche decine di versi in cui ricorre un’unica rima) scritti secondo la metrica classica araba, sono infatti pieni di parole ricercate e di metafore, figure barocche, così come molto usati sono gli acrostici.

La forma e i simboli sono uno strumento importante, ci dicono poeti del jihad, per esaltare l’identità musulmana, anche imbracciando la mitragliatrice e avviarsi al martirio con animo impetuoso.

«La mia patria è la terra della verità» recita Alham al-Nasr «i figli dell’islam sono i miei fratelli…siamo tutti un solo corpo, questo è il nostro credo gioioso».