La satira come espressione di una ricchezza

di Filomena Gagliardi

La parola “satira” indica comunemente ogni forma espressiva ‒ vignette, imitazioni, articoli di giornali ‒ che ridicolizzi con irriverenza difetti umani e concezioni di vita, suscitando accesi dibattiti sui limiti che essa debba avere. La nostra attuale idea di satira viene dal mondo latino, in cui essa era un componimento poetico molto apprezzato. Pertanto conviene partire da lì.

Satira non ha niente a che fare con σάτυρος, così come σατυρικόν non ha niente a che fare con satirico. Lo conferma il Dizionario etimologico del greco antico che, alla voce σάτυρος, non nomina affatto un eventuale contatto con il latino satyra (P. Chantraine, Dictionnaire étymologique de la langue grecque, Histoire des mots, Klincksieck, Paris 1968, p.999) analogamente neanche il Dizionario etimologico della lingua latina menziona un nesso con il greco σάτυρος (A. Ernout, A. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, Histoire des mots, Klincksieck, Paris 2001, p. 596 ). Σάτυρος è il satiro, un essere a metà tra uomo e animale legato al culto di Dioniso. I satiri comparivano nel dramma satiresco, la quarta performance messa in scena dopo le tre tragedie previste nelle Grandi Dionisie. Gli antichi lo definivano una “tragedia scherzosa”, una parentesi che allentava la tensione del pubblico coinvolto nella visione di eventi tanto toccanti a livello emotivo. Si riconosce uno «spirito potentemente buffonesco» del dramma satiresco (S. D’Amico, Storia del teatro, I vol. Garzanti, Milano 1950, p. 30). Un elemento buffonesco è tipico anche della satira che già anticamente dileggiava i difetti umani. Tuttavia nella satira i satiri non furono mai presenti: «La derivazione di satura, come sostantivo, dal greco σάτυρος o da radici da cui deriva anche il greco σάτυρος è stata ormai abbandonata per implausibilità linguistica ed anche letteraria la satura latina non mostra alcuna connessione con le figure dei Satiri o con elementi ad essi in qualche modo collegabili». Le parole sono di M. Citroni, Musa pedestre in G. Cavallo, P. Fedeli, A. Giardina (a cura di), Lo spazio letterario di Roma antica, I vol., gtf, Salerno editrice, Roma 1993, pp. 316-317. Conviene, pertanto, studiare la parola satura nel contesto italo-latino a cui appartiene (la progressiva affermazione della grafia satura al posto di satyra è un segno di tale appartenenza). Satura è il femminile dell’aggettivo latino satur, satura, saturum, ‘pieno’, da cui anche il nostro ‘saturo’. L’italiano satira presuppone che satura sottintendesse il sostantivo lanx, ‘piatto’. Satura lanx vuol dire alla lettera ‘piatto pieno’, ‘ricco di tante cose’, tra loro variegate, quindi variegato esso stesso, variamente assortito: poteva trattarsi o di un piatto di frutti offerti agli dei o di un piatto contenente vari cibi (in quest’ultimo caso ci si riferiva anche alla base che accoglieva le varietà alimentari o anche al ripieno stesso che riempiva la base); per il passaggio da “pienezza” a “varietà”, è ancora utile Citroni (p. 317. Satura) quindi si sostantivizza e subisce una progressiva astrazione: da “piatto pieno di tante cose” diventa un “miscuglio”. Tale astrazione è evidente nella mutuazione del termine dall’originaria sfera agricola a quella giuridica in cui si trova l’espressione per saturam, ‘per mezzo di un pasticcio’, e in senso avverbiale, ‘disordinatamente’, detto di procedure giuridiche condotte ‘in modo caotico’, ‘a casaccio’. In questo processo rientra anche il passaggio dalla satura come mistura alimentare alla satira come genere letterario. Infatti esso fu fin dalle origini contrassegnato dalla varietà degli argomenti trattati e concernenti il quotidiano, il reale. La varietà tematica ne implicava una anche formale: vario era il modo di comunicare i vari temi tratti dalla realtà, vario è sinonimo anche di ‘irregolare’, ‘antitetico al regolare’ dove per ‘regolare’ si intendeva tutto ciò che era rifinito e levigato; regolare era la letteratura alta e nobile. Del resto per la mentalità del mondo antico il quotidiano era di basso valore culturale. La satira era piena di tante cose quotidiane messe insieme alla rinfusa, senza rispetto per la norma. Già Ennio (III-II sec. a.C.) scrisse Saturae caratterizzate da varietà tematica e stilistica e da una critica dei costumi. Purtroppo delle sue satire rimangono pochi frammenti, e ciò apre una lacuna nella ricostruzione di un genere destinato poi a una grande fortuna nella latinità. È comunque certo che Ennio abbia posto le basi per lo sviluppo della satira. Dopo di lui Lucilio (II sec. a.C.) prese a giudicare la realtà, contribuendo così allo sviluppo dell’equazione “satira = censura”. Orazio lo riconosce come inventor del genere, pur criticandolo perché predilige la quantità alla qualità: «Infatti in questo egli fu difettoso: in un’ora spesso, pronunciava duecento versi, come se si trattasse di una gran cosa, stando su un solo piede; poiché scorreva fangoso, c’era qualcosa che avresti voluto togliere; amava chiacchierare e era indolente a sopportare la fatica dello scrivere, di scrivere bene: infatti del molto non me ne curo affatto» (dalla quarta satira del primo libro). Inoltre Orazio ammette esplicitamente una dipendenza totale di Lucilio dalla commedia antica greca: sempre nella satira citata sopra si legge, qualche verso prima, quanto segue: «I poeti Eupoli e Cratino e Aristofane e altri, dei quali uomini fu propria la commedia antica, se qualcuno era degno di essere descritto, in quanto era malvagio e ladro, in quanto era adultero o sicario o diversamente malfamato, con molta libertà lo criticavano; da qui dipende completamente Lucilio, anzi seguì proprio questi poeti, mutati soltanto i piedi e i numeri, arguto, caratterizzato da un naso fino (dal naso fino), duro nel comporre i versi». Dalla commedia greca Lucilio riprenderebbe la censura morale contro uomini riprovevoli. Inoltre le parole oraziane sul debito luciliano verso la commedia greca, pongono più in generale il tema delle origini della satira. Ormai appurata la separazione di satirico e satiresco, non vanno però dimenticati gli apporti provenienti alla satira dal mondo greco; essi tuttavia, vedremo, non ne inficiano l’essenza prettamente latina.

Come si sarà ormai compreso la satira, in quanto componimento realistico, aperto al quotidiano, è ipso facto assimilata a quelle forme “basse” nelle quali rientra anche la commedia; è infatti rintracciabile nei testi satirici una vis simile a quella comica consistente nella messa alla berlina dei vizi umani. Ciò tuttavia non ne prova una filiazione dalla commedia greca: (Citroni 1993, p. 320).

È stato poi valorizzato il ruolo di un genere letterario di età ellenistica, la diatriba, nella nascita della satira. Orazio infatti chiama le sue satire “Discorsi di Bione”, il Bione di Borìstene, filosofo cinico vissuto tra il IV e il III sec. a.C. e scrittore di diatribe. La diatriba è un discorso breve di argomento morale condotto per distruggere (da διἀ, ‘attraverso’, e τρίβω, ‘consumo’) convenzioni etiche, colpendo l’attenzione del pubblico mediante uno stile polemico e mordace. Il filosofo cinico Menippo di Gadara (III sec. a.C. ) per primo compose diatribe in prosimetro, alternando metro e prosa. A lui si ispirarono i latini da Varrone (I sec. a.C. ) a Seneca (I sec. d. C.) e i loro scritti furono perciò chiamati Satire Menippee; queste ultime concorsero pure allo sviluppo della satira; tuttavia anche in tal caso va escluso che diatriba e satira menippea ne determinarono la nascita (Citroni 1993, p. 321).

Altro apporto viene dalla tradizione giambica greca. Ἱαμβικός, ‘giambico’ e ἴαμβος, ‘giambo’ vanno ricondotti al verbo ἰάπτω, ‘io colpisco’ e fanno riferimento all’invettiva dei poeti giambici. Benché siano rari i testi che collegano poesia giambica e satirica, un nesso risiede nell’appartenere entrambi allo stesso gruppo dei generi realistici.

Nonostante le numerose influenze che la satira ebbe da altri generi letterari, ne va riaffermato con Quintiliano (I sec. d. C) il carattere tipicamente latino: «La satira è tutta nostra»; pertanto «non c’è dubbio che non è mai esistito un genere greco esattamente corrispondente alla satira» (Citroni 1993, p. 321); inoltre «specificamente romano» ne fu l’«impulso originario» (G.B. Conte, E. Pianezzola, Storia e testi della letteratura latina, Alta e media repubblica, I vol., Le Monnier, Firenze1995, pp. 398). Varia è stata l’interpretazione della satira proposta dagli autori. Dopo Lucilio, essa raggiunge con Orazio un equilibrio fra condanna e modalità espressive: egli infatti non si erge mai a giudice dei propri simili, anche quando se ne distacca non condividendone il modus vivendi. Con un tono moderato e con uno stile elegante Orazio regolarizza la satira in un sermo che imita un reale colloquio tra membri di una élite culturale. Per quanto infatti il termine sermo sembri accostare la satira più alla prosa che alla poesia, di fatto i sermones satirici oraziani risultano il frutto di scelte stilistiche che, eliminando il fango luciliano, lasciano emergere la purezza della brevitas: «C’è bisogno di brevità, affinché il pensiero corra e non resti impigliato in parole che appesantiscono le orecchie stanche, e c’è bisogno di un discorso ora severo, spesso giocoso, che difenda ora il retore e il poeta, ora l’uomo di città che risparmia le forze e che le attenua deliberatamente» (la citazione, tratta dalla decima satira del primo libro, è suggerita da Conte, Pianezzola 1995, pp. 476-477).

In seguito l’equilibrio tra contenuto e stile si spezza. Nel I sec. d.C. (tra Nerone e Domiziano), Roma vive una fase di crisi morale. Per raccontare il degrado capitolino gli scrittori ricorrono a delle forme espressive inedite; alla saggezza di Orazio subentra un tono di condanna morale, intriso di un lessico preso sì dal quotidiano, ma organizzato in modo inusuale, deformato, come deformata è la condizione del tempo. Prima con Persio e poi soprattutto con Giovenale (che inizia a scrivere dopo il 96 d.C., anno della morte di Domiziano) la satira diventa il monologo dell’auctor contro una società corrotta, ormai irrecuperabile. Giovenale diventa, tra I e II sec. d. C. l’emblema di una poesia satirica che muove dalla sola indignatio; non conta il talento, ma la denuncia in quanto tale: «Se la natura lo impedisce è l’indignazione a creare il verso», è il manifesto programmatico della prima satira del primo libro. Il poeta satirico, per conferire forza alla propria ispirazione, deve innalzare il tono: pertanto, pur muovendo dalla realtà bassa circostante, egli organizza la lingua proveniente da tale realtà in un discorso ricco di una componente propria della tragedia, il pathos: la satira di età imperiale vive di un forte contrasto tra solennità patetica e bassezza del «lessico colloquiale» e di «modi del linguaggio corrente» (Citroni, 1993, p. 335). Con Giovenale la satira acquisisce tratti di modernità; l’indignazione, infatti, piace anche oggi e l’irriverenza stimola sempre accese discussioni.