Ri-conoscere il figlio sconosciuto: Il segreto del figlio di Massimo Recalcati

di Roberto Caracci

Nel suggestivo titolo dell’ultimo libro di Massimo Recalcati, Il segreto del figlio (da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli 2017, si cela una antica e sempre troppo spesso dimenticata verità: i figli non ci appartengono. O meglio, il senso di appartenenza che caratterizza ogni reale comunità, soprattutto quella familiare, non deve approdare mai a quel senso di possesso, di proprietà, di assoggettamento biologico che può far dire a un padre o a una madre: tu, figlio, sei ‘mio’.

Già nel nuovo testamento, come ricorda Recalcati in questo e in altri libri, la trascendenza di un figlio speciale come Gesù era rivendicata da Cristo stesso e con rara brutalità, dinanzi ai genitori che ‘giustamente’, secondo Legge, lo rimproveravano a 12 anni per essere scomparso alla loro vista (entrando in una sinagoga a predicare ai Dottori). Io non appartengo a voi, li aveva ammoniti il ragazzo, ma al mio vero Padre che è nei cieli. E dietro Dio ci si poteva già leggere l’Altro, l’origine aliena, il mistero di una vita non assimilabile, la Trascendenza. Dietro la violenta rottura della Legge che lega un figlio al genitore, qui gridava il richiamo di una vita che, al di là o al di qua del suo debito simbolico nei confronti di chi ci ha messi al mondo, rivendica la propria alterità. Il figlio è Altro rispetto al padre e alla madre, e l’amore è rispetto per questo ‘sconosciuto’.

Ri-spetto vuol dire non ri-specchiarsi nel figlio, non ri-flettersi in lui, non ri-vedere in lui noi stessi. Rispetto vuol dire la rottura della specularità –dove spesso imperversa il narcisismo genitoriale, se non la frustrazione di un padre o di una madre, con volontà di riscatto. Io padre, ad esempio, debbo guardare in quello specchio apparente una immagine che non è la mia: l’amore è questa apertura emotiva e stupita all’altro-da-me. Pensare: tu provieni da me, genitore, e al tempo stesso non ti conosco. Ri-conoscere e non semplicemente conoscere il diverso da me che c’è nel figlio, che non è mai un deja vu, vuol dire stupirsi ogni giorno della sua crescita, del suo adolescere, del suo evolversi e trasformarsi. Vuol dire anche sottrarre il figlio all’attesa, alle attese. Il figlio, nel suo segreto non decodificabile, si ascolta, non si attende al varco. Si impara dalla sua vita che cosa può essere un’altra vita. Un figlio non si progetta, e neanche vi si proietta il proprio ideale di figlio, spesso riparatorio rispetto alle proprie mancanze, agli obiettivi personalmente mancati e ai fallimenti. Amare l’alieno che proviene da noi, e non fare delle frasi ‘non ti riconosco più’, ‘non hai preso niente da tuo padre’, ‘non ti sto più dietro, le espressioni costanti del microcosmo familiare.

Si diceva una volta, anzi lo si è sempre ripetuta come la più banale delle regole pedagogiche: Non guardare nei diari dei nostri figli nascosti nei cassetti, non sbirciare dei loro segreti. Ogni figlio avrebbe un traumatico senso di violazione se scoprisse un blitz simile da parte di padre o di madre. Ma il segreto di cui parla Recalcati va bene al di là dei piccoli o grandi segreti di un adolescente: il segreto del figlio non è ciò che lui ha, pensa e scrive, ma è ciò che lui ‘è’. Come un terreno che non ha bisogno di additivi, di interventi normativi, di leggi esterne a quella della naturale phisis del suo humus, così l’adolescere ha solo bisogno di recinzioni e paletti di sostegno – e di amore, ovviamente –, non di aggravi aggiunti all’energia del sole, dell’acqua e dei sali minerali. Bisogna aver cura del mistero del figlio, del segreto globale della sua vita (e non solo di quanto e cosa mangi, e di chi frequenti).

Ma se il rispetto e la cura del segreto del figlio – del segreto che sua vita stessa è, della ‘differenza’ che lui è e rappresenta – è un valore pedagogico visto dalla parte del genitore, dalla parte invece del figlio, oltre alla necessaria aspirazione a un futuro diverso da quello vincolante delle attese genitoriali, vi è almeno una regola basilare da rispettare: il riconoscimento del debito simbolico, ossia la consapevolezza di non provenire dal nulla, di essere comunque un erede, un tralcio che si espande da una pianta. La rivendicazione della indipendenza da parte di un figlio non può separarsi dall’accettazione di una dipendenza storica, biologica e simbolica, che ne connota proprio l’appartenenza a una comunità di riferimento, codici linguistici ed affetti. Recalcati è molto chiaro nella diagnosi dei danni mentali ed educativi che può produrre ogni tipo di sbilanciamento tra questi due piatti della bilancia, dalla parte del figlio e del genitore: da un lato, una rivendicazione di indipendenza eccessiva da parte di un figlio che, come il figliol prodigo del Vangelo, rompe i ponti col genitore e con il debito simbolico che a lui lo lega, e specularmente un genitore che nell’avallare questa fuga, in nome di un devastante laissez faire, mostra di non attendere più il figlio, e neanche di perdonarlo (come invece fa il padre del figliol prodigo); dall’altro lato, un figlio che non rompe mai il cordone ombelico della dipendenza genitoriale, resta puro erede, non si differenzia, non si evolve, non si stacca dal ceppo, favorito anche in questo caso patologico da un genitore che, nell’abbraccio possessivo, lo vive come oggetto di godimento, tralcio secco di un edera ferma, che sta al suo posto ma senza vita (ed è il caso del primogenito della parabola evangelica).

Certo, per un padre e una madre non è facile rinunciare a proiettare se stessi su un figlio, avvolgerlo in una trama di desideri, di attese o di timori. Eppure è questa virtù della sottrazione a caratterizzare un buon genitore. Farsi da parte, fare largo a colui che ci subentra, lasciar morire per così dire la parte prensile della propria soggettività genitoriale per veder fiorire come al di là di un vetro la propria creatura, con tutta la cura e l’amore che questa rinuncia all’intervento diretto comporta, è necessario per il ri-conoscimento dello s-conosciuto che è un figlio, per amare non la nostra costruzione su di lui ma il ‘suo’ segreto. Fare dello sconosciuto un già conosciuto può essere fatale per la vita di un figlio. Laio, il mitico padre di Edipo, non accetta il mistero del figlio e prova a sopprimerlo già quasi in culla, affidandolo a un carnefice -che ne sarà poi il salvatore-, in seguito alla funesta profezia: sarebbe stato soppresso dalla sua progenie maschia. Al di là dell’interpretazione freudiana, qui Recalcati accentua brillantemente la simmetria e l’avvicendamento di soppressore-soppresso tra padre e figlio. Edipo sopprimerà involontariamente il proprio soppressore, chiudendo il cerchio di un fato maligno. Una simmetria mortale, che chiuderà un cerchio non lasciato mai aperto alla contingenza di una libertà capace di sciogliere la catena del destino. Quel segreto che, rimanendo tale per il padre (non voglio sapere e non ne ho il diritto ‘chi mio figlio sia’) e per il figlio (non voglio sapere e non ne ho il diritto ‘chi sia mio padre e chi mia madre’), non verrà rispettato come tale, come inconoscibilità e imprendibilità stessa dell’essenza della vita, finisce con lo strangolare chi non se prende cura –figli e genitori. Siamo dinanzi al prototipo, se letto ovviamente il mito in senso figurato, di un padre che prova a uccidere il mistero di un figlio, sulla base di una Legge inoppugnabile, e di un figlio determinato a sottoporre quella legge e l’eventuale trasgressione sotto i fasci di una luce ‘accecante’. Incapace di vedere la verità e pur determinato a vederla, l’esito di Edipo sono gli occhi strappati. Una tragedia della luce, commenta Recalcati, per un parricidio (riuscito) speculare a un infanticidio (mancato). La violenza senza Legge di un innocente colpevole, che porta sulla propria pelle l’inscrizione di un destino fino ad allora ignoto, come gli schiavi messaggeri che portavano il messaggio del signore sulla testa rasata: quella cifra del fato Edipo la vuole conoscere, e paga una hybris della conoscenza alla hybris paterna, entrambe incapaci di reggere alla sentenza del fato, che è l’unico a riscuotere.

E se Edipo paga il voler sapere ciò che prima non sapeva, Amleto è colui che sa tutto fin dall’inizio – il padre ucciso da madre e zio – e non riesce a trovare la forza di vendicare il genitore. Deve allestire un tragico teatro, una grottesca messinscena per trovare quella forza. Deve recitare se stesso come vendicatore del padre. Perché? Perché lo zio ha messo in atto ciò che il suo abisso inconscio, nel delirio dei suoi sogni infantili, aveva commesso simbolicamente già da sempre: l’estromissione del re padre per il possesso della madre regina.

Due esempi, quello greco-pagano di Edipo e quello shakespeariano di Amleto, che mettono in scena, oltre che una violazione differente del ‘segreto del figlio’, anche la patologia di una simmetria padre-figlio perversa, compulsiva. Due tragedie che ci dicono come forse un padre, e neppure un figlio, non debbono essere, quando la specularità è circolare, il chiasmo è completo e la simmetria – nei ruoli spessi rovesciati- mortifera. Ciò che manca è la ‘differenza’, la ‘trascendenza’ dell’essere figlio rispetto al genitore. Ciò che manca è da una parte il padre che riconosce questa differenza senza suggellare la ferita del distacco, dall’altra il genitore che non abolisce questa differenza divorando il figlio nella simbiosi egoica o nella Legge del Padrone e del debito simbolico, come un Crono vampiro. Ma parallelamente, al rapporto equilibrato può mancare anche un figlio che ama fondersi simbioticamente col genitore, o viceversa scavare un solco incolmabile con lui, una ferita che la vita si incaricherà di riaprire e salare, punendo ferocemente la sua insolvenza simbolica, e di lasciarlo in un mortifero godimento di una inutile libertà, come quella del figliuolo prodigo finito guardiano di porci.

E proprio con la parabola del figliuol prodigo, già ricordata, si chiude questo piccolo gioiello di Massimo Recalcati, vademecum per ogni genitore (e anche ogni figlio) che senza aspirare alla perfezione del loro difficile ruolo- specialmente oggi- per lo meno non ci si allontanino troppo.

Chi è quello strano padre che, dopo aver visto il proprio figlio minore fuggire sprezzante da lui con mezza eredità, e dopo averlo visto tornare pentito, povero e sporco per albergare ancora come nulla fosse sotto il suo tetto, gli allarga le braccia nel perdono più caloroso?

E’ un padre che ha rotto la perversa simmetria del dare e dell’avere tra genitore e figlio. È il padre che non solo non impedisce al figlio di fuggire per trovare la sua strada, ma ama il suo segreto e se ne prende paradossalmente cura. Lo lascia andare. Non è il padre della Legge, e neanche del destino e della hybris. Non è il padre della punizione, ma neanche quello della simbiosi, o della complicità ammicante. Nel figlio egli vede la differenza, che non si frena e non si uccide, non si castra e non si punisce. Come nell’altra famosa parabola della pecorella smarrita, egli rischia di deludere la pecorella fedele (il primogenito rimasto simbioticamente accanto a lui, sotto la legge e nel più rigoroso debito simbolico), pur di correre incontro a chi pur non lo merita. Padre e figlio non possono essere speculari, non c’è per loro un do ut des: il primo deve insieme lasciar andare e attendere. Deve fare in modo che il figlio, unico vero custode del segreto della propria vita, si senta lasciato libero e vincolato, fuori e dentro l’orizzonte dell’amore, nello stesso tempo libero e atteso. La Legge non va abbandonata, va solo resa aperta al Desiderio, e viceversa, non c’è Desiderio libero dal godimento compulsivo e mortifero, senza Legge, né figlio senza padre, né futuro senza rispetto dell’eredità simbolica, senza la consapevolezza di essere – per concludere con un ossimoro – liberi eredi dell’amore genitoriale.

Il padre dona gratuitamente l’abbraccio, l’amore, l’accoglienza, e non chiede niente in cambio. Una idea del perdono come asimmetria dello scambio di matrice cristiana, sconosciuta al mondo di Edipo. Nulla da vendicare, come prima da ri-vendicare. Il patto, pur nel rispetto del rapporto Legge-Desiderio, non fa tornare i conti, non è contabilizzabile, è appunto a-simmetrico. Un genitore autentico darà sempre al figlio più di quanto il figlio possa o anche voglia dare a lui. Non può viverlo come un socio, un compagno, neanche come un semplice amico. Il genitore della parabola evangelica, che ama il segreto del figlio (qualunque esso sia), perdona. E per-donando, dona sempre di più di quanto possa mai ricevere.

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