Quei tratti Zen nella ‘léngua morta’ della poesia di Emilio Rentocchini

Vincitore del Premio Lerici-Pea 2016, il poeta usa il dialetto di Sassuolo e utilizza lo schema metrico dell’ottava, legato alla tradizione italiana dei cantastorie. Questa esigenza di mobilità inscritta nel modulo fisso dell’ottava imprime alle acrobatiche volute del dialetto di Rentocchini un carattere in qualche modo taoista o zen.

di Paolo Lagazzi

Pochissimi poeti in dialetto come Emilio Rentocchini (Premio Lerici-Pea 2016 alla carriera, sezione “Paolo Bertolani”) sono segnati dal crisma dell’originalità. A un primo sguardo egli ci appare un inesausto inventore di figure e metafore, un artista dell’immaginazione, del pensiero e della sintassi votato a usare il dialetto di Sassuolo con l’estrema consapevolezza dei grandi sperimentatori moderni del linguaggio. Malgrado la ripresa dello schema metrico dell’ottava, legato, come tutti sanno, alla tradizione italiana dei cantastorie, questo dialetto disarticolato e riplasmato, sfrangiato e polimorfo non è certo la lingua del popolo ma un idioma puramente ipotetico, un intarsio di idee sorprendenti e sottili, una trama ondeggiante di nessi depistanti e peregrini, di analogie fiorite da inaudite alchimie. È forse un caso se, in uno dei suoi versi, lo stesso poeta descrive questo specialissimo dialetto come una léngua morta? A cosa allude egli con ciò se non a una lingua nata e cresciuta in una privatissima officina, fuori da tutte le regole dell’uso, lontano dalle cadenze semplici e dirette dell’oralità? Tuttavia, nello stesso verso, egli precisa: léngua morta in fourma s.ciusa: «lingua morta in forma schiusa».

Si tratta di un’indicazione decisiva. Se da un lato, infatti, testimonia una profonda attrazione per le prospettive plastiche della forma e gli intarsi sinuosi del pensiero, da un altro lato questa poesia ci si offre come un’opera aperta, come una sfida a confrontarsi con tutto ciò che sfugge alla presa della forma e alle misure del pensiero, ovvero con quell’insieme di forze, irradiazioni, voragini, bagliori e misteri che possiamo chiamare solo vita. Poiché la vita è un movimento incessante, un continuo debordare delle cose oltre se stesse, una deriva perpetua degli eventi nella fuga del tempo, Rentocchini crede che la poesia tesa a esprimere questo movimento non possa non essere a sua volta mobile, disponibile a flettersi in ogni direzione, curvilinea, saettante, permeabile e porosa. «La notte – egli osserva in una delle ottave in dialetto raccolte in Lingua madre – non si lascia catturare da un sostantivo», il che forse si potrebbe tradurre: il nocciolo segreto della realtà sfugge alla lingua comune; occorre reinventare senza tregua la lingua per tentare di afferrare almeno qualcosa degli infiniti flussi e riflussi, delle infinite, oscure e lucenti energie che vibrano nel cuore del mondo.

Questa esigenza di mobilità inscritta nel modulo fisso dell’ottava imprime alle acrobatiche volute del dialetto di Rentocchini un carattere in qualche modo taoista o zen. Il nodo cruciale dell’insegnamento zen è una frase del Sutra del Cuore («La forma è il vuoto, il vuoto è la forma») che afferma come la realtà cosmica sia un continuo dissolversi degli oggetti o degli esseri dotati di forma in qualcosa di magmatico e informe, di sfuggente alle definizioni e alle misure linguistiche, e viceversa un continuo trasformarsi dell’indicibile in linguaggio, dell’informe in fenomeni dotati di forma. Analogamente nell’opera in dialetto di Rentocchini il rigore della struttura metrica si apre senza tregua a prospettive fluttuanti, a figure in dissolvenza, a quadri impossibili da parafrasare in termini concettuali ma intrisi di un lancinante sentimento dell’esistenza.

Osserviamo questa apertura già al livello primo della lingua, quello dei suoni. Come un affine di John Cage e della sua idea, molto liberamente zen, di una musica “totale”, cioè capace di captare tutti i suoni, i rumori e i silenzi aleggianti tra le pieghe del mondo, Rentocchini nutre le partiture dei propri versi di echi molteplici – allitterazioni, assonanze, anafore, paronomasìe – in cui sentiamo il rumore della vita nei suoi colpi e contraccolpi, nei sussulti, nei “fuoritempo”, negli impromptu, nelle aritmie, nelle risonanze e dissonanze della gratuità o negli accordi puri, dionisiaci del caso.

Altrettanto cruciale è il lavoro del poeta sui contenuti, un lavoro innervato dal desiderio di sciogliere tutte le contratture della mente, di liberare il pensiero dalle angustie cautelari e possessive dell’io cosiddetto razionale. In uno dei componimenti più illuminanti di Lingua madre egli confessa che l’obiettivo della propria scrittura in versi è una parola fluttuante come «un mentre / lasciato apposta passare quasi di nascosto / dietro al pensiero che pensare è uguale a sentire»: in altri termini: ciò che egli cerca di esprimere non è una sostanza (un’architettura di idee, una poetica, un sistema) ma una specie di ponte aereo, un’inarcatura, un trait d’union (un “mentre”, appunto) tra il pensiero e ciò che sta “dietro il pensiero”, ciò che si annida nel nudo sentire, nella resa dell’intelligenza all’essere. Questo bisogno di aprirsi all’altro lato del pensiero – a un pensiero “altro”, affrancato dal peso delle idee statiche, univoche – mi sembra assai prossimo a quel modo alternativo di pensare (“pensare dal non-pensiero”) che insegnano i maestri zen.

Mossa da un simile “non-pensiero”, la poesia di Rentocchini osserva tutti i fenomeni (la realtà e i sogni, gli oggetti e i desideri, la follia e la bellezza, l’amore e la morte, il visibile e l’invisibile) con la libertà di chi non crede alle categorie, alle verità fisse, alle posizioni rigide, alle ideologie. Quando sa scendere «più in basso delle parole», «passando in mezzo» al respiro dei momenti, cogliendo il dono delle occasioni ma evitando di irrigidirlo in qualsiasi idea unilaterale, la poesia diventa un esercizio quasi religioso dell’attenzione, una pratica meditativa a tu per tu con la totalità dell’esperienza. Molto icastica è, a questo proposito, l’ottava che ritrae un pomeriggio speso a «rimaner fermi, stare / segreti come i sassi», vale a dire speso in un non fare nulla che, proprio come nella meditazione zen, diventa un modo per osservare tutto, per riconoscere anche nelle più piccole cose («un filo di fumo / che oscilla tra due muri, un litro sfuso / col bicchiere accanto») la perfezione dell’esistere attraverso e oltre «il tempo che vola».

Al fuoco dell’attenzione, intesa nel senso più alto, la poesia non è un gesto della volontà o della mente ma un perpetuo, radicale mettersi in gioco, un esporsi appassionato all’inaudito quotidiano, al miracolo dell’essere che nasce dal nulla e al nulla ritorna. Tutto, allo sguardo di un poeta capace di meditare, cioè di abbandonare la presa dell’io discriminante sulle cose e di porsi in un vero ascolto del mondo, rivela la sua natura metamorfica, e dunque paradossale: il puro si rovescia nell’impuro e viceversa, perché «un uomo che piscia o che prega è la stessa cosa»; il pieno si fa vuoto e il vuoto si colma («La vita si dirama in un continuo / innesto, proprio per questo la bellezza / specchia il vuoto»); il grande e il piccolo si riconoscono due volti della stessa realtà («La formula del mondo […] s’indovina perfino nel moscerino / finito per sbaglio in un bicchiere di vino»); le illusioni risplendono come portatrici di verità, perché «illudersi è il mestiere / che regge la favola dell’universo». Il tempo stesso, che da una parte sposta, cambia e corrode ogni cosa, da un’altra parte mostra al poeta meditante la sua forma curva, circolare: ciò che è stato sarà di nuovo, perché nascere vuol dire forse, semplicemente, «tornare alla ruota originaria»: l’impermanente e l’eterno si rispecchiano a vicenda: dalle creature mortali si libera l’incanto dell’immortalità, la «magia dell’eco in salvo sul punto di svanire».

Riconoscendo tutto ciò, la mente non può che liberarsi dalla «smania di dar nome a tutto una volta sola»: la poesia è diversa dal linguaggio comune perché nasce dalla consapevolezza dell’irriducibile complessità delle cose e dell’inadeguatezza delle parole a ritrarle, perché il poeta sa che perlopiù «diciamo per dire che non vogliamo scoperchiare il fondo», parliamo solo per rigirarci tra le superfici, tra le apparenze del reale. Oltrepassare le superfici significa aprirsi al mistero per cui ogni realtà è se stessa e insieme altro da sé, per cui l’amore s’incontra-scontra senza tregua col dolore, per cui Dio si nasconde o si manifesta solo a tratti, sul filo di un paradosso: in breve significa capire che «tutto rima con tutto, e il suo contrario».

Emilio Rentocchini
Lingua madre. Ottave 1994-2014
Incontri Editrice Sassuolo
pp.296, € 14,00