“PSEUDOS. Il fantasma della realtà”: sei seminari con Lucio Saviani

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CALENDARIO

10 dicembre 2016

Menzogna

14 gennaio 2017

Gioco

11 febbraio 2017

Sogno

11 marzo 2017

Specchio

8 aprile 2017

Maschera

6 maggio 2017

Racconto

Agorà, originariamente è “adunanza” e poi “discorso”, da aghèiro, ossia “convoco, raduno” e questo a sua volta da ago, cioè “muovo, vado, mi reco, conduco”, anche “agisco”, nel senso principale di agěre: andare, condurre. La filosofia fa la sua apparizione con la nascita della città greca. Come “pratica sociale”, essa vive nella polis e assume l’agorà come metafora di impegno civile in una scena sociale democratica. Nell’Atene del V secolo a. C. la filosofia inizia il cammino con la sua vocazione di fondo che resterà fino a noi come vocazione politica, o “agoretica”.

Il dialogo, la condivisione, il confronto, anche il rischio e il pòlemos; insomma, il ritorno che lo schiavo liberatosi dalle catene compie verso la caverna, tra i compagni ancora così incatenati da poterlo mettere a morte. In fondo, come Platone ci insegna, la filosofia è sempre “in viaggio verso Siracusa”. La pratica del filosofare è, in questo senso, radicalmente legata alla pratica democratica: esercizio di una cittadinanza democratica ed esercizio sociale della filosofia come due facce di una stessa medaglia.

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Negli ultimi anni, in alcune città francesi e soprattutto a Parigi, si è andato sviluppando, nel campo della produzione e della comunicazione culturale, un fenomeno assai singolare: filosofi, anche di fama internazionale, impegnati nellinsegnamento in diverse università francesi, danno vita ad incontri pubblici intorno ai tavoli di qualche caffè per parlare nientemeno che di filosofia; gli incontri hanno un enorme successo di pubblico, di partecipazione e di interesse da parte dei media.

Così come i Festival della Filosofia – riusciti tentativi di avvicinare la gente, non solo cultori e specialisti, alla filosofiasono testimoni di una diffusa consapevolezza del carattere pubblico della filosofia. Naturalmente, si tratta di una filosofia riconciliata con la vita, di incontri in cui laudacia e la finezza intellettuali vanno di pari passo con la chiarezza espositiva, con lattenzione ai problemi di vita vissuta, anche comune e quotidiana; incontri ispirati da rappresentative esperienze del vissuto contemporaneo.ee

Una filosofia, dunque, che riscopre uno dei suoi volti più propri e, alla lettera, più impertinenti: il dialogo, lincontro, la discussione a partire dalle vicende della quotidianità, dai particolari più apparenti che, forse proprio per questo, sono sempre più invisibili e irriconoscibili.

E un modo per tornare a guardare questi aspetti particolari e per riscoprire dietro concetti, parole ed esperienze diventate comuni e scontate, una stratificazione di significati ed una vicenda di pensiero più che millenaria.

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I Seminari si articolano dunque in “Percorsi del pensiero”. Nel corso dei Seminari, il discorso filosofico si intreccia costantemente con la riflessione sul fare artistico e con l’estetica contemporanea, intesa sia come filosofia dell’arte e del bello sia (pensando al suo etimo, aisthesis: sensazione; e dunque: vedere, ascoltare, gustare…) come analisi filosofica dei mutamenti del nostro rapporto con la realtà e del nostro modo di “sentirla”.

Tratto costitutivo dei Seminari è dunque il ricorso a sequenze di video e di film, a brani musicali, reading di poesie e opere letterarie.

Lucio Saviani

PSEUDOS

Il fantasma della realtà

Pseudos può significare sia “menzogna” che “falsità”, oppure “stratagemma”, “errore”, o anche “inganno”e “frode”, così come “invenzione poetica”.

Phantasma è l’apparizione dello spettro, lo spirito, il fantasma che ritorna. Il favoloso e il fantasmatico hanno un tratto in comune: non sono né veri né falsi, né veraci né menzogneri. Sono legati piuttosto a una sorta irriducibile di simulacro e di virtualità: non possono essere considerati, in quanto tali, come delle verità o degli enunciati veri, e non sono nemmeno errori, frodi, inganni, false testimonianze o spergiuri.

Nella complessa dimensione dello pseudologico si è alle prese con lo sfuggente, reciproco attraversamento di reale e irreale, con incursioni a sorpresa tra il visibile e l’invisibile.

La dimensione stessa del “reale” vacilla e, insieme ad essa, la diffusa interpretazione che la oppone ad una ancor meno approfondita condizione di “irrealtà”.

È lo spostamento ripetuto dei confini tra realtà e apparenza a creare quella strana dimensione che caratterizza lo Pseudos, in cui realtà e irrealtà si compenetrano, e che per essere definita comporta una radicale messa in discussione di concetti fondamentali della tradizione filosofica come essere, verità e fondamento.

Il concetto di apparenza è oscuro quanto il concetto di essere ed entrambi i concetti appartengono ad un medesimo opaco, confuso, labirintico genere: si compenetrano e trapassano l’uno nell’altro.

La problematicità dei concetti di “reale” e di “irreale” si fa avanti soprattutto quando l’irrealtà è pensata come semplice riflesso di una realtà data come originaria.

Ciò che si manifesta nella dimensione dello pseudologico è piuttosto una paradossale apparenza oggettiva in cui si compenetrano elementi soggettivi e oggettivi. È lo strano mondo in cui appaiono immagini che esistono oggettivamente.

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Alla enigmatica categoria dello pseudologico appartengono in questo modo la maschera, lo spettro e il sogno, ma anche l’illusione e lo specchio, il gioco, la menzogna e il racconto.

  1. Menzogna

Dobbiamo adesso volgere la nostra attenzione al fenomeno relativamente recente della manipolazione di massa dei fatti e delle opinioni, così come è diventato evidente nella riscrittura della storia, nella fabbricazione di immagini e nell’effettiva politica governativa. La menzogna politica tradizionale, così rilevante nella storia della diplomazia e dell’arte di governo, riguardava o dei veri segreti – dati che non erano mai stati resi pubblici – o delle intenzioni che, ad ogni modo, non possiedono lo stesso grado di attendibilità dei fatti compiuti; come tutto ciò che accade esclusivamente all’interno di noi stessi, le intenzioni sono soltanto delle potenzialità, e ciò che voleva essere una menzogna alla fine può sempre risultare vero. Al contrario, le menzogne politiche moderne si occupano efficacemente di cose che non sono affatto dei segreti, ma sono conosciute praticamente da tutti. Questo è evidente nel caso della riscrittura della storia contemporanea sotto gli occhi di coloro che ne sono stati testimoni, ma è altrettanto vero nel caso della fabbricazione di immagini di ogni sorta, nella quale, di nuovo, ogni fatto conosciuto e stabilito può essere negato o trascurato se è probabile che danneggi l’immagine; un’immagine, infatti, a differenza di un ritratto di vecchio stampo, non è fatta semplicemente per migliorare la realtà, ma per offrire un completo sostituto di essa. E questo sostituto, a causa delle tecniche moderne e dei mass media, è naturalmente molto più in vista di quanto non lo sia mai stato l’originale” .

Hannah Arendt, Verità e politica

Mentire non è ingannarsi, né cadere in errore. Non si mente semplicemente dicendo il falso, almeno se si crede in buona fede alla verità di quello che si pensa. Mentire dunque è volere ingannare l’altro, talvolta anche dicendo la verità. Si può dire il falso senza mentire, ma si può anche dire la verità con lo scopo di trarre in inganno, cioè mentendo. Ma non si mente se si crede a ciò che si dice, anche se è falso. Sant’Agostino nel De mendacio avverte che ‘Non si mente se si dice qualcosa di falso credendolo vero, si mente piuttosto se si dice qualcosa di vero credendolo falso’”.

Jacques Derrida, Per una storia della menzogna

  1. Racconto

Poiché dunque l’immagine-sostituto non rimanda più a un originale, sia pure a un originale vantaggiosamente rappresentato, ma lo sostituisce ed è passata dallo statuto di rappresentante a quello di sostituto, il processo della menzogna moderna non sarebbe più la dissimulazione che viene a velare la verità, ma semplicemente la distruzione della realtà o dell’archivio originario. ‘In altri termini – scrive Hannah Arendt – la differenza tra la menzogna tradizionale e la menzogna moderna equivale il più delle volte alla differenza tra il nascondere e il distruggere’”.

(…)

L’impossibilità di pensare alla storia in termini di unità e di univocità di senso – la dissoluzione dei punti di vista centrali, dei grandi racconti – come effetto della fantasmagorica galassia dei mass media è l’esatto inverso di ciascuna delle facce opposte della doppia immagine in cui il mondo dei media ha spesso trovato ‘rappresentazione’; da un lato, non si tratta della ‘fabbricazione di immagini di ogni sorta’ dove l’immagine è offerta come ‘completo sostituto’ e dunque ‘distruzione’ della realtà (la ‘menzogna assoluta’, nelle parole della Arendt) ma della pluralizzazione di visioni del mondo, storie e punti di vista; dall’altro, non si tratta nemmeno di una sorta di realizzazione tecno-mediatica di una ‘assoluta’ hegeliana autotrasparenza, il cui riferimento ad una realtà unica e oggettiva rimarrebbe neutralizzato dalla stessa molteplicità dei mezzi e dei linguaggi.

Nella presa in esame di ‘tecno-performatività mediatiche’ e nei termini di ‘una logica dello spettrale’ a rivelarsi sempre più problematica è invece la stessa idea di una realtà, che rimanga al di sotto delle immagini che di essa offrirebbero i media, mentre affiora in superficie la possibilità di un effetto emancipativo a partire dal quale poter pensare l’essere non come stabilità e permanenza quanto piuttosto in relazione alla chance, all’interpretazione e all’evento”.

Lucio Saviani, Pseudologica dello spettrale

La realtà non appare mai direttamente nei prodotti umani. La si rappresenta. E questa rappresentazione è sottoposta ad una serie di requisiti e di protocolli che le consentono di essere riconosciuta come reale. La materia prima di una storia non è la realtà, ma la verosimiglianza, senza che la coincidenza sia d’obbligo. La verosimiglianza è, sicuramente, un artificio, ma talmente interiorizzato da noi che si potrebbe affermare che la realtà inverosimile non viene registrata. La realtà in quanto tale è una cattiva consigliera al momento della narrazione. Affinché risvegli un interesse bisogna manipolarla, truccarla, darle uno spessore o alleggerirla, ma mai prenderla così com’è. Bisogna lavorarla, anche se non al punto di non riconoscerla. Trascenderla, ma senza perderla di vista”.

M. Cruz, Narratività

  1. Specchio

Misi di fronte a una finestra, vista dall’interno d’una stanza, un quadro che rappresentava esattamente la parte di paesaggio nascosta alla vista del quadro. Quindi l’albero rappresentato nel quadro nascondeva alla vista l’albero vero dietro di esso, fuori della stanza. Esso esisteva per lo spettatore, per così dire, simultaneamente nella sua mente, come dentro la stanza nel quadro, e fuori nel paesaggio reale. Ed è così che vediamo il mondo: lo vediamo come al di fuori di noi anche se è solo d’una rappresentazione mentale di esso che facciamo esperienza dentro di noi.”

René Magritte, La condizione umana

  1. Gioco

Giocare è creatività finita nella dimensione magica dell’apparenza. È un problema di enorme profondità e di grandissima difficoltà intellettuale spiegare esattamente come nel gioco umano realtà e irrealtà si compenetrino; la determinazione concettuale dell’essere del gioco rinvia alle domande cardinali della filosofia, alla speculazione su essere e nulla, su apparenza e divenire”. (…) “Ogni giocare è una produzione magica di un mondo ludico. Nel mondo cosiddetto reale noi giochiamo, ma giocando otteniamo un ambito, un campo enigmatico che non è un niente e tuttavia niente di reale”.

Eugen Fink, Oasi della gioia. Idee per una ontologia del gioco

No, la questione non è di ‘grattare’ l’immaginario per ‘raggiungere’ il reale. Essi sono inseparabili l’uno dall’altro e non si possono cogliere che in un unico movimento, quello dato nel linguaggio e dal linguaggio – più generalmente, nei segni e dai segni. Secondo questa tesi, chiamerò realtà questa globalità reale-immaginaria che io ritengo indivisibile. Realtà che non è, dunque, esterna al gioco, né lo limita all’inizio o alla fine del percorso, ma è presa all’interno del gioco stesso. In altre parole, è necessario che prima ci sia il gioco perché esista la realtà, e non viceversa”. (…) “La critica più pesante, più grave che noi facciamo è quella di considerare la ‘realtà’, il ‘reale’ come un dato del problema, come un referente indiscusso, che va da sé, neutro, oggettivo e di definire il gioco in opposizione a, a partire da, in funzione della suddetta realtà (…) Come può la realtà servire da norma e garantire in tal modo una normalità se non è stata prima sperimentata e misurata nelle sue manifestazioni e dalle sue manifestazioni? (…) Il problema del gioco non è dunque legato al problema della ‘realtà’, a sua volta legato al problema della cultura. Si tratta di un unico problema”.

Jacques Ehrmann, L’uomo in gioco

  1. Maschera

Il piacere – del Carnevale – consiste nell’essere altro da sé o nel farsi passare per un altro; nel Carnevale la maschera non vuole far credere di essere un vero marchese, un vero torero, un vero pellerossa, ma vuole incutere paura e trarre vantaggio dalla permissività ambientale. Conseguenza del fatto che la maschera dissimula il personaggio sociale e libera la personalità vera.”

Roger Caillois, I giochi e gli uomini

Quindi ci sarebbe una personalità vera contrapposta a un personaggio sociale; la persona vera sarebbe quella che si rivela durante il Carnevale facendosi passare per un’altra; la persona falsa, quella che in quanto personaggio sociale recita un ruolo per tutto il resto dell’anno. Ma poi si potrebbe chiedere: se recita un ruolo, non è forse più vera della persona vera che durante il Carnevale vuole farsi passare per un’altra?”.

Jacques Ehrmann, L’uomo in gioco

  1. Sogno

Un mattino di primavera ero andato a passeggio e vagabondando per i campi verdi giungo a un vicino villaggio. Qui vedo gli abitanti vestiti a festa con il libro di preghiere in mano avviarsi in folla alla chiesa. Oggi è infatti domenica, la messa incomincia presto. Decido di assistervi, ma di riposarmi prima un poco nel camposanto che circonda la chiesa, essendo accaldato per la passeggiata. A questo punto, mentre leggo le varie iscrizioni tombali, mi accorgo che il sacrestano è salito sul campanile, sulla cui cima noto la campanina rustica che dovrebbe annunciare l’inizio della funzione. Per un certo tempo essa pende immobile, poi prende a oscillare e di colpo rintronano i suoi forti, penetranti rimbombi, così forti, penetranti che mi sveglio. Risulta che i suoni provengono dallo scampanellìo della sveglia”. (…) “E’ noto: in un intervallo che è brevissimo secondo la misura esterna, il tempo del sogno può durare ore, mesi, perfino anni e in certi casi particolari, secoli e millenni. In questo senso nessuno dubita che il dormiente, isolato dal mondo visibile esterno e passando con la coscienza nel secondo sistema, acquista anche una nuova misura del tempo in forza del quale il suo tempo, rispetto al tempo del sistema da lui abbandonato, trascorre con incredibile velocità”. Eppure, dice Florenskij, pochi “hanno meditato sulla possibilità che il tempo trascorra a una velocità infinita e perfino rovesciandosi su se stesso, che, col passaggio alla velocità infinita, il suo corso prenda il senso inverso. Ma intanto il tempo davvero può essere istantaneo e fluire dal futuro al passato, dagli effetti alle cause, teleologicamente, e ciò avviene appunto quando la nostra vita passa dal visibile all’invisibile, dal reale all’immaginario”.

Pavel Florenskij, Le porte regali

Modalità di svolgimento dei seminari:

  • Periodo del Ciclo di Seminari: dicembre 2016 – maggio 2017

  • Luogo: Roma, presso “La Nuova Pesa. Centro per l’arte contemporanea”, via del Corso, 530 (Piazza del Popolo)

  • Cadenza: mensile

  • Durata di ciascun Seminario: 3 ore (Lecture – Dialogo con ospite – Discussione)

  • La partecipazione ai Seminari, riservata a un numero massimo di 20 partecipanti, è a iscrizione.

  • Gli Ospiti previsti per i dialoghi con Lucio Saviani sono protagonisti della scena culturale europea: artisti, poeti, registi, scrittori. Saranno annunciati, di volta in volta, prima di ciascun seminario.

  • Per ciascun Seminario 3 partecipanti redigono un report e la trascrizione della registrazione della seduta.

  • Un Forum in Rete ospita contributi, interventi, riflessioni sui temi discussi nel ciclo di Seminari.

  • Per il Forum e nelle sedute i partecipanti sono affiancati dal Tutor del Seminario, il dott. Maurizio Solimine

  • A conclusione del ciclo di Seminari viene rilasciato ai partecipanti un attestato valutabile come credito culturale formativo.

  • Il ciclo di Seminari (lectures, dialoghi e interventi dei partecipanti) viene pubblicato, in 6 volumi, a cura di SFERA, Società Filosofica Europea di Ricerca e Alti Studi.

Modalità di iscrizione

  • La domanda di iscrizione al ciclo di Seminari, corredata di curriculum, va inviata entro il 30 novembre 2016. Nella stessa data viene pubblicato l’elenco dei 20 ammessi a partecipare e viene comunicata per lettera l’ammissione agli interessati.

  • Ad ammissione avvenuta, viene versata la quota d’iscrizione (160 euro).

  • Le domande di iscrizione vanno inviate a: nuovapesa@farm.it (Enrica Petrarulo) e associazione_sfera@libero.it (Růžena Hálová).

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Lucio Saviani, (Caserta, 1960) filosofo e scrittore, è uno dei principali esponenti dell’ermeneutica in Italia. I suoi libri, dalla metà degli anni Ottanta, sono tradotti in Europa e in America (tra gli altri: Ermeneutica radicale come esperimento in Nietzsche, 1985; Ermeneutica del gioco, 1998; Ermeneutica e scrittura, 2008), dedicati anche alla filosofia come genere di scrittura e pensiero del limite (Voci di confine. Il limite e la scrittura, 1994, 2°ed. 2011, Segnalibro, 1995; Ultimo quarto, 2001; Poros, 2001) e al dialogo tra filosofia e teologia (Sull’Athos. Tracce di una via filosofica, 2003; Necessità della filosofia, 2007). Numerosi i suoi saggi in volumi collettanei e riviste. E’ socio fondatore della Società Filosofica Europea di Ricerca e Alti Studi e Direttore della Scuola Superiore Internazionale di Studi Filosofici, membro della Società Italiana di Estetica, collaboratore dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Già consulente di Rai Educational, ha insegnato Storia della Filosofia, Fondamenti di Scienze Umane e Estetica all’Università “La Sapienza” di Roma. Tiene seminari e conferenze nelle università europee e americane. Del 2008 è il dialogo Valéry Vartan. L’idea fissa che fa zum, scritto insieme a Pasquale Panella e con lui portato in scena. Nel 2011 Pasquale Panella scrive Pensiero ballabile, 13 canzoni ispirate a Voci di confine di Lucio Saviani. (www.luciosaviani.it )