Polemos, polis e politica: il nesso storicamente ineludibile tra la guerra e l’identità europea

di Claudio Tugnoli

Ernesto Galli della Loggia ci ricorda che l’Europa è stata una straordinaria potenza geopolitica capace di estendersi all’intero pianeta e di plasmarlo proprio attraverso la guerra. Lo straordinario movimento di espansione dell’Europa verso il resto del mondo, di cui la prima guerra mondiale segna la fine, ha avuto quasi un millennio a disposizione per dare i suoi frutti, sia dentro che fuori dei confini strettamente europei. Ha avuto inizio nell’XI secolo con le crociate ed è proseguito nel corso dei secoli dalle potenze marinare, che hanno mantenuto dinamico e attivo il movimento di espansione verso gli altri continenti. In questo secondo millennio d.C. l’Europa ha mantenuto l’iniziativa militare, economica e politica verso l’esterno, pur subendo attacchi e tentativi di espansione da parte dell’Islam che riuscirono ad occupare i Balcani e gran parte dell’Ungheria, sfruttando la rivalità franco-asburgica e la decadenza imbelle dell’ormai esausto impero bizantino.

La contrapposizione tra Oriente e Occidente, tra Europa e Asia è un paradigma che nasce nel V secolo con l’invasione dell’Ellade da parte delle armate persiane di Serse e Dario. Le guerre del Peloponneso chiamano a combattere tutti i maschi liberi, rappresentanti della patria, la polis caratterizzata dall’autogoverno e dall’isonomia. Il diritto/dovere di ciascun cittadino di portare le armi ridiventa centrale in Europa ovunque il monarca si trovi costretto a cedere la sovranità, in tutto o in parte, al popolo che, a partire dai comuni, reclama il diritto all’autogoverno, riportando in auge l’ideale della polis greca. I cittadini sono espressione della sovranità della nazione nella misura in cui sono chiamati direttamente in causa nella difesa attiva della città: il popolo in armi è uno degli elementi della democrazia. Polemos, la guerra, è dunque centrale nello statuto della polis, termine che è la radice di politica. Senza l’intreccio di guerra e politica, spiega Galli della Loggia, la storia europea sarebbe impensabile: guerra esterna, ma anche interna, allorché le lotte intestine alla stessa Europa riproducono le fazioni locali e le rivalità interne alle famiglie.

Ma la Prima e la Seconda guerra mondiale hanno sgretolato e praticamente dissolto il dispositivo che unisce la guerra alla politica e fonda la capacità di autodeterminazione dei popoli. L’Europa ha subito, a eccezione dell’ex-Unione Sovietica, la scomparsa dello “Stato/nazione di potenza” (p. 15), uno stato cioè fondato sulla consapevole dilatazione (economica, geopolitica, militare) dei propri confini. Le due guerre mondiali hanno segnato la sconfitta del continente europeo, interrompendo il dinamismo espansionistico iniziato nell’XI secolo. Fino al 1945 il ricorso alla violenza sia dentro (Russia zarista, Spagna, Germania) che fuori dei confini nazionali (dove prosegue ancora il processo di colonizzazione), è stato massiccio, nella convinzione che fosse il solo modo di portare a compimento i progetti di trasformazione di società e istituzioni non più adeguate al progresso scientifico incalzante e alla presa di coscienza etico-politica determinata dallo sviluppo dei rapporti di produzione. Dal 1945 in poi, scrive Galli della Loggia, le nazioni europee devastate dal conflitto e alle prese con la sfida gigantesca della ricostruzione, rinunciarono espressamente alla guerra nella soluzione dei conflitti.

Il pacifismo diventa così l’ideologia dominante, l’unica scelta razionale agli occhi della maggior parte degli uomini e delle donne che sono usciti dalla tragedia della seconda guerra mondiale, già segnata dallo spettro dell’arma atomica e dalle armi di distruzione di massa. Di fatto il pacifismo è una sorta di stoica rassegnazione all’inevitabile predominio delle due superpotenze, USA e URSS, uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale, pur già rivali durante il conflitto, ma al tempo stesso poco inclini ad adottare quella che Galli della Loggia chiama “ideologia della pace”. Il pacifismo come ideologia dominante ha avuto inizio alla fine della prima guerra mondiale, allorché gli Stati Uniti prescrivono ai paesi dell’Intesa un orientamento etico-giuridico volto a criminalizzare la guerra. La guerra poteva essere giustificata solo dalla necessità di difendere il diritto dei popoli. Si poteva combattere solo se si aveva la ragione dalla propria parte, solo a condizione che lo si facesse per affermare la virtù. Nel 1919 le potenze vincitrici chiesero che Guglielmo II fosse sottoposto a un processo penale, in quanto reo di “offese supreme contro la morale internazionale e l’autorità sacra dei trattati”, come recita l’articolo 227 del Trattato di Versailles; l’articolo 231 del medesimo trattato conteneva la clausola di colpevolezza dell’Impero tedesco per lo scoppio della guerra. Nell’opinione pubblica occidentale la guerra, divenuta un “crimine contro la pace”, perde progressivamente ogni giustificazione e ogni rapporto organico con la politica. Il processo di Norimberga contribuì in modo decisivo a mettere al bando la guerra, denunciandola come criminale e illegale in se stessa. Da quel momento sulla guerra pesa un veto assoluto. Le operazioni militari fisiologicamente inevitabili condotte da paesi europei su teatri esterni devono indossare l’abito rassicurante del pacifismo − peace keaping è la formula prevalente utilizzata per onorare la prescrizione di non fare la guerra.

La catastrofe geopolitica rappresentata dalla sconfitta militare del continente ha coinciso con l’affermazione di regimi politici democratici. Ma l’Europa democratica, a differenza degli Stati Uniti, ha rinunciato alla potenza come incompatibile con la democrazia, per reazione a un passato in cui il rapporto tra potenza, guerra e autoritarismo erano stati strettissimi. Tale rifiuto a priori della potenza e della guerra, di per sé in realtà compatibili con la democrazia, spiega l’assenza di una vera politica estera europea e la timidezza con cui singoli stati, come Francia e Inghilterra, affrontano sporadiche iniziative militari, comunque sempre di ritorsione (ad esempio in risposta ad azioni terroristiche) e assai circoscritte nel tempo e nello spazio. Pur di evitare un ritorno al passato, pur di non abbandonare la roccaforte imbelle ma rassicurante del pacifismo, l’Europa rifiuta la guerra sulla base di un programma consapevole fondato sul carattere cosmopolitico dell’identità europea. Ma la rinuncia alla potenza e alla guerra implica la rinuncia alla politica, come osserva acutamente Galli della Loggia. Un potere politico affievolito e ridotto ai minimi termini coincide con la debolezza congenita della sovranità come dimensione politico-statale. Il cosmopolitismo appare così l’ideologia della globalizzazione, che giustifica la riduzione del potere politico dei governi a teatranti teleguidati dai colossi delle multinazionali, a loro volta supportate dalle superpotenze esterne all’Europa. L’impotenza dell’Europa e dei singoli stati che la compongono (almeno nominalmente), rispetto a fenomeni esorbitanti come l’immigrazione di massa, le speculazioni finanziarie, il terrorismo e la criminalità organizzata è la conseguenza in gran parte della rinuncia aprioristica dell’Occidente europeo alla potenza, alla politica e alla guerra.

Le stesse commemorazioni della prima guerra mondiale si sono svolte nel segno della delegittimazione di ogni guerra. Ma la conseguenza più significativa di queste celebrazioni, come di ogni iniziativa di questo tipo, è la destoricizzazione, come se la Grande guerra si potesse ridurre alla nostra ripugnanza morale per le devastazioni e le sofferenze individuali e collettive (comuni però a ogni guerra) che ha provocato: «Anche la battaglia di Canne fu una spaventosa carneficina, e durante la Guerra dei Trent’anni sparì un terzo degli abitanti della Germania» (p. 30). Insomma Galli della Loggia si chiede giustamente se la guerra si possa ridurre a male morale o “inutile strage” (espressione peraltro ambigua, quasi a legittimare implicitamente una strage che fosse di qualche utilità), se si considera il rapporto intrinsecamente organico che essa intrattiene con la politica e la potenza, precondizioni della sovranità statale. Davvero dopo aver rinunciato alla guerra, alla potenza, alla politica e alla sovranità statale, possiamo dirci finalmente giunti alla pace, alla nonviolenza, alla democratica convivenza tra persone miti e razionali? Ai giovani di oggi il passato europeo viene presentato come meritevole di condanna nelle sue istituzioni più rappresentative, come la Chiesa cattolica condannata per le innumerevoli presunte nefandezze che le sono attribuite, dalle Crociate all’Inquisizione, alle guerre di religione, alla distruzione delle culture extra-europee, al colonialismo, al classismo, al totalitarismo, ecc. La dimensione storica scompare dall’orizzonte e lo studio della storia è sostituito da un approccio moralistico, ideologico e del tutto unilaterale degli eventi, con la conseguente destoricizzazione del passato e quindi l’espulsione della storia dal curriculum degli studi, con poche eccezioni. L’insegnamento della storia diviene così manicheo: da una parte il passato respinto come male, dall’altra il futuro radioso della pace e del bene. Si dimentica così che quel che siamo, persino i nostri valori, lo dobbiamo al nostro passato, in ogni sua parte. La storia è stata sostituita dall’economia e dal diritto e la politica è ridotta a mera amministrazione, a routine, incapace peraltro di trasformazioni istituzionali che sarebbero necessarie per affrontare le nuove emergenze che bussano repentine per terra e per mare.

L’Europa del pacifismo ideologico appare paralizzata dalla sua stessa rinuncia alla politica, cioè alla guerra, alla potenza, alla decisione di interrompere le distruzioni di massa che si consumano al di fuori dei suoi confini. Intanto la rinuncia alla guerra si dimostra fallimentare per sé e per gli altri; e permette alle superpotenze e alle multinazionali che ne sono il braccio destro, di continuare a esercitare il potere, nell’esercizio di una politica di potenza che non è mai venuta meno. L’ebbro ottimismo ispirato dalla convinzione che la democrazia sia garanzia di pace e che bastino il disarmo, la rottura con il passato e la rimozione della storia per non avere più nemici, stride fortemente con i venti di guerra, anche se di una guerra diversa, che spirano sull’Europa. La categoria di nemico è politica e non può sparire dal programma geopolitico dell’Europa senza sottintendere che questa “espressione geografica” non abbia nulla che valga la pena di difendere contro dei nemici che minacciano di distruggerla o di impadronirsene.

La democrazia in Europa ha consentito la crescita costante del benessere e l’allargamento della sfera dei diritti, accompagnata da un processo di disincantamento del mondo e dal conseguente distacco se non dall’esperienza religiosa, quantomeno dal fanatismo superstizioso e irrazionale. Si è però affievolito il ruolo sociale della religione, che non è più in grado di agire come collante sociale e fattore di coesione comunitaria. Anche per questo si è affermato un consapevole individualismo, che non accetta di affrontare i disagi fisici e psicologici di una eventuale guerra, giudicata preventivamente come qualcosa da scongiurare a tutti i costi in quanto insopportabile per l’europeo medio. Nella cultura occidentale il sacrificio è diventato un tabù, come la morte. Ora che la guerra non si fa più, ora che è respinta come uno scandalo, ora anche le donne possono indossare la divisa militare. Sorride Galli della Loggia: «Parabola paradossale ma forse rivelatrice di un modo d’intendere l’emancipazione, che fa raggiungere a questa il massimo traguardo quando esso è diventato del tutto insignificante» (p. 37). Galli della Loggia conclude ricordando che comunque la democrazia europea ha potuto fiorire grazie alla potenza politica e militare che oltre Atlantico vegliava su di essa. Ma ormai la situazione geopolitica è profondamente mutata e l’Europa è chiamata a prendere atto che ha dei nemici feroci non lontano dai suoi confini, e che non potrà respingere la guerra troppo a lungo se non vorrà scavarsi la fossa di un catastrofe ancora più grande.

BIBLIOGRAFIA:

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