“Poche parole che non ricordo più”, il romanzo di dis-formazione di Enrico De Vivo

di Alessandro Carrera

«Il diritto lo so a che cosa serve, serve a tenere a bada il rovescio». La voce narrante di Poche parole che non ricordo più sta parlando proprio del diritto con la D maiuscola, e con un aforisma di quindici parole sintetizza così il rapporto tra la Legge e il suo lato nascosto, l’infrazione che proprio la legge rende possibile. È una delle molte sorprese che attendono il lettore di questo nuovo libro di Enrico De Vivo, autore che io mi figuro all’incirca come un redivivo Amelio filosofo solitario, uscito fresco dalle pagine delle Operette morali. Amelio meditava sul canto degli uccelli. Enrico De Vivo descrive personaggi che degli uccelli hanno la leggerezza, lo spessore osseo. Sono in via di estinzione, dimenticati, abbandonati, mai nemmeno trovati. Possono sopravvivere soltanto in città che non hanno nome, nel fondo di campagne senza una regione di appartenenza, sulle rive di un lago non segnato dalle carte. Eppure ci sembra di averli incontrati, i personaggi di De Vivo. Sono quelli che quando gli chiediamo un’indicazione stradale cominciano a raccontarci la storia della loro vita, per cui li evitiamo, ci perdiamo e finiamo per chiedere aiuto a chi è ancora più strano di loro. Li abbiamo visti nel fondo di bar scuri a leggere un giornale sportivo, interessati e competenti come se fosse l’inserto culturale del “Times”. Possiedono una magia, quella di tenere lontano il mondo, che lo scrittore vuole imparare da loro.

Enrico De Vivo ha una storia letteraria illustre quanto appartata. Ha collaborato con Gianni Celati, ha curato libri per bambini per Feltrinelli, ha contribuito a creare e a mantenere in vita il sito www.zibaldoni.it, uno dei migliori blog letterari in circolazione, e nel 2013, per le edizioni QuiEdit di Verona, ha pubblicato una raccolta che ha per titolo Saggi inventati. In quell’occasione avevo scritto nella prefazione che De Vivo fa parte di una linea nobile della letteratura italiana, quella che appunto parte dalle Operette morali e ancora di più dallo Zibaldone come modelli di una scrittura non “destinata”, che non sa chi sarà il suo lettore o le circostanze in cui verrà letta, anzi non sa nemmeno se verrà letta, ma va avanti lo stesso a “scriversi” perché altro non può fare e altro non si deve fare.

Poche parole che non ricordo più funziona come un romanzo di dis-formazione. Nasce dall’idea di andare a frequentare «un Corso di formazione tenuto da maestri muti e bizzosi», dal quale non si esce né formati né informati quanto piuttosto dis-formati. L’ombra di Leopardi è ancora lunga, ma qui è ancora più lunga quella di Celati, che con la svolta inaugurata dai Narratori delle pianure ha mostrato una via a chi si sente tagliato fuori tanto dal luccicante mondo della fiction quanto dall’alterigia di chi fa finta che la “bella pagina” abbia ancora un valore. Bisogna amare moltissimo la letteratura per scrivere come De Vivo. È una cosa di provincia. Ma succede che i provinciali scrivano bene. Perché credono ancora nella scrittura come comunità, o come sostituto della comunità perduta (del bar, degli amici, del futuro che li attendeva).

È questo il paradosso di coloro che sono stati formati o dis-formati da Celati. Volevano scrivere così come capita, come una continuazione della lettura, e finisce che la bella pagina la scrivono proprio loro, i pezzi di bravura sono proprio loro i più bravi a realizzarli. Ci sono parecchi pezzi di bravura in Poche parole che non ricordo più. Il capitolo sul paese dei mimi, per citarne uno. Ed è bravura autentica. Viene in mente il Poema dei lunatici di Cavazzoni, certamente, ma De Vivo ha la mano ferma e sa che cos’è la concisione. Il suo è un libro che si può leggere in un fiato o centellinarlo capitolo dopo capitolo; il tocco è sempre delicatissimo. Come si fa a scrivere qualcosa che ignora il mercato, ma che d’altra parte non esisterebbe nemmeno – nel modo in cui esiste – se il mercato non ci fosse? Si fa come De Vivo, che così cita uno dei suoi maestri: «Le parole sono la retroguardia caduca dell’azione, come i cavalieri di Roncisvalle. La loro funzione è legata al pericolo perenne, all’allarme: servono ad avvertirci che tutto è sempre sul punto di sparire, e noi per primi.

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