Nei giorni del politically correct ecco Kinowa, un western italiano atipico

di Davide Castellazzi

Il titolo di questa rubrica è “Graphic novel”, definizione coniata in anni recenti per catalogare fumetti dalla maggiore “robustezza” narrativa, veri e propri romanzi grafici diretti a un pubblico più maturo ed esigente. In realtà della definizione ormai si abusa per motivi commerciali (ma non è questa la sede per aprire una sterile polemica a tema) e più che altro ci si scorda che se oggi esistono i graphic novel è perché ha loro aperto la strada il fumetto popolare. È giusto, quindi, di tanto in tanto ricordare quei fumetti, seriali e popolari appunto, che in un modo o nell’altro hanno lasciato un segno nella sterminato produzione per il pubblico mainstream. È il caso di Kinowa, western italiano datato anni Cinquanta che, in questi giorni di politically correct venato di sottile vigliaccheria, viene coraggiosamente riproposto in edicola nonostante temi forti e personaggi avvolti in un’aura di violenza.

Lo sceneggiatore Andrea Lavezzolo, infatti, all’epoca crea un protagonista sanguinario, a tratti persino schizofrenico, alla ricerca di vendetta. Si tratta di Sam Boyle, un uomo bianco scalpato dagli indiani Panie (che gli uccidono anche la moglie e rapiscono il figlioletto), intenzionato a mettere in atto una sanguinosa vendetta. Indossata una tenebrosa maschera da diavolo, con tanto di cornini, e assunto il nome di Kinowa, Boyle diventa un accanito massacratore di pellerossa, dando il via a molteplici avventure dove male e bene hanno toni sfumati. Anzi, a volte ci si chiede se esista il bene.

Se Lavezzolo ne scrive le storie, a creare graficamente Kinowa pensa il trio di artisti noto come EsseGesse, formato da Pietro Sartoris, Dario Guzzon e Giovanni Sinchetto. I tre, che nel giro di pochi anni diverranno una vera e propria “fabbrica” del fumetto, non amano però la serie. Si trovano infatti a disagio nel rappresentare un personaggio crudo e spietato come Kinowa e decidono di dedicarsi ad altro. Così, l’aspetto grafico di Kinowa passa a Pietro Gamba, ma solo nei prossimi numeri di questa ristampa i lettori potranno apprezzarne il lavoro.

La figura di Sam Boyle è una delle più drammatiche del fumetto italiano del tempo. Già il suo aspetto incute timore. Scotennato dagli indiani, mostra cicatrici una testa pelata atipica per un eroe del vecchio West, ma la sua immagine diventa persino orrorifica una volta indossata la luciferina maschera di Kinowa. Un nome che, nella finzione narrativa, nel dialetto degli indiani Crow significa “lo Spirito che Cerca lo Scalpo Perduto”. Sarà per questo che gli indiani che finiscono tra le sue mani vengono scalpati a loro volta. Kinowa diventa in tal modo una figura mascherata tragicamente nota a tutti i pellerossa, dal Dakota all’Arizona, dall’Arkansas all’Oklahoma.

La serie mostra quindi una fusione di generi e tematiche interessante e innovativa. Il western tipicamente italiano si contamina con un pizzico di horror, mentre la maschera di Kinowa e la sua quasi invincibilità ricordano i supereroi americani, anche se totalmente spogliati del classico buonismo del filone. Inoltre, nel corso degli episodi, si scopre che il figlio di Kinowa in realtà non è morto, ma adottato dai pellerossa è divenuto uno di loro e, ignaro delle proprie origini, brama di uccidere Kinowa per vendicare il suo nuovo popolo. Uno scontro padre-figlio, inconsapevoli di tale legame, che ha il sapore della tragedia, che può ricordare drammi shakespeariani o anticipare cinematografici kolossal futuri come Star Wars.

Certamente non son tutte rose e fiori. La serie ha quasi settant’anni, e si vede. La narrazione è spesso soffocata da verbose didascalie (un tempo molto più utilizzate di oggi) e i disegni sono frutto di un tratto pesante che fatica a trovare respiro nelle piccole vignette. Eppure, se non ci si lascia scoraggiare del difficile approccio, si scoprirà che questo fumetto venuto dal passato ha ancora qualcosa da dire. Semmai, guardando le bellissime copertine, ridisegnate in tempi odierni da Michele Benevento, ci si poterebbe chiedere quanto ancora poterebbe essere oggi popolare la serie se rinarrata e ridisegnata con tecniche più moderne dando vita a un reboot, come direbbero i cinefili, più in linea con questi angoscianti anni Duemila di quanto non lo fosse negli anni Cinquanta della ricostruzione.

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