Quel legame necessario e indissolubile tra l’uomo e l’opera d’arte

Da sempre l’uomo ha manifestato la necessità di avere un contatto personale e intimo con l’opera d’arte ne sono un esempio le veneri e le dee della fertilità del Neolitico e le Tinagrine. In tempi moderni molti artisti, a partire dai Futuristi, hanno sviluppato l’ide dell’Arte Portatile. Da Duchamp a Morand e poi Fluxus e Bruno Munari per non parlare del genio Guglielmo Achille Cavellini che riempì con la sola sua firma o con scritte varie molti oggetti di uso comune, adatti per essere indossati e portati con sé.

di Sergio Borrini e Nadia Nava

Quando si pensa all’arte figurativa, quadro o scultura che sia, generalmente la si immagina come qualcosa di statico che richiede da parte nostra una partecipazione contemplativa. Ma non è così, o almeno non è solo così. È vero che molte manifestazioni artistiche contemporanee come le performances o le installazioni, stanno abituando il pubblico a porsi con un’altra visione nei confronti dell’arte. Resta però il fatto che l’uomo, da sempre, abbia sentito il bisogno di avere un contatto meno distaccato, più intimo e personale, con l’opera. Una necessità evidentemente molto forte se le persone hanno trovato il modo di portare con sé, andando in altri luoghi, immagini che le legassero a qualcosa di trascendentale. Le molteplici veneri o dee della fertilità o grandi madri del periodo Neolitico, per le loro piccolissime dimensioni, hanno sempre accompagnato nei loro spostamenti popoli nomadi o cacciatori-raccoglitori. Così come nel periodo ellenistico le figurine fittili dette Tanagrine, dalla città di provenienza Tanagra, per le loro dimensioni si prestavano ad essere portate con sé in una tasca o in una bisaccia.

Un elenco di questa tipologia di opere, che nell’arco dei secoli si sono succedute, si allungherebbe a dismisura. Per fare un esempio più vicino a noi, basti pensare alle miniature da taschino o alle piccole icone da cerimonia: arte portatile che aveva il compito di alleviare la nostalgia e il disagio legato ai trasferimenti.

Ma è soprattutto in tempi moderni, con la facilità degli spostamenti e la passione per i viaggi, che il fenomeno acquista valori e valenze diversi.

Esaltatori del movimento come furono i Futuristi, non potevano certo sottrarsi a queste regole. Infatti indossavano abiti tali da poter portare in giro per sentirsi più partecipi al loro stile di vita. È del 1918 la prima sculture de voyage di Marcel Duchamp (1887-1968). Negli anni ’20 del secolo scorso, quando divenne di moda tra gli intellettuali un nomadismo instancabile come condizione importante di vita, iniziò anche un movimento segreto di “letteratura da viaggio” denominato Shandy (termine equivoco dai molti significati). Il suo fondatore, lo scrittore Paul Morand  (1888-1976), neanche a dirlo, stilò le regole del movimento in treno, su di una valigia scrittoio. A questo movimento aderì un numero imprecisato (proprio perché segreto) di letterati e di artisti. È certo che Walter Benjamin (1892-1949) e Tristan Tzara (1896-1963) vi fecero parte.

L’idea dell’Arte Portatile continuò. Anche molti artisti dei nostri giorni hanno prodotto opere per essere facilmente trasportate e portate con sé. Molti lavori prodotti dagli anni ’60 dal movimento internazionale Fluxus, per ragioni ideologiche e per le ridotte dimensioni, ben si adattano a questo scopo. In Italia Bruno Munari (1907-1998), tra le mille cose fatte, negli anni ’50 realizzò numerose sculture da viaggio. Le opere, costruite con un cartoncino pieghevole, potevano essere messe in valigia per essere magari allestite poi in una stanza d’albergo per renderla meno anonima. Quel genio instancabile che fu Guglielmo Achille Cavellini (1914-1990), anticipatore di molti comportamenti artistici, riempì con la sola sua firma o con scritte varie molti oggetti di uso comune, adatti per essere indossati e portati con sé.

In definitiva, questa necessità di avere un contatto diretto e personale con l’opera, che si è protratta nei secoli, è una ulteriore dimostrazione di come l’arte sia una parte essenziale della nostra vita: anche senza rendercene conto, non possiamo farne a meno, tanto da legarla a noi stessi in modo indissolubile.

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Guglielmo Achille Cavellini, Ombrello (anni ’70)

 

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Fortunato Depero, Gilet futurista (1924)

 

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Bruno Munari, Scultura da viaggio (anni ’50-’60)