Ludus Mundi (Lucio Saviani), la recensione di Domenico Zampaglione

di Domenico Zampaglione (azioniparallele.it)

Il nuovo libro di Lucio Saviani è particolarmente denso e complesso e raccoglie, come lui stesso dice, ricerche e conclusioni elaborate nelle sue precedenti opere, riunendole in una visone d’insieme estremamente intrigante ed efficace.

Il tema centrale è quello dell’interpretazione, a sua volta legato alla negazione della metafisica e di una gnoseologia della presenza, seguendo quella linea che, partendo da Husserl, attraverso Heidegger, arriva fino a Derrida e a Jankèlevitch. Ne deriva una concezione della conoscenza come continuo avanzamento di limiti, fine delle certezze dogmatiche e visione della verità come gioco d’ombre che scalza continuamente ogni istanza di definizione. Il gioco diventa quindi la rappresentazione perfetta del nostro essere nel mondo, a partire dalle comunità primitive per le quali il rito si manifesta in forma di rappresentazione e quindi di gioco simbolico, fino al gioco dei bambini, sospeso fra realtà e irrealtà e al gioco del teatro, in cui una persona reale diventa un’altra, creando una situazione in cui, per lo spettatore la finzione deve divenire reale in un’affabulazione in cui la realtà oggettiva è messa tra parentesi. Ma Eraclito pensava che la realtà stessa fosse come il gioco di un bambino che lancia a caso le sue tessere e che ogni cosa trasmutasse nell’altra, in un continuo divenire ed alternarsi; la stessa cosa è il vivo e il morto, lo sveglio e il dormiente. La possibilità di entrare dunque in rapporto con l’Essere è quella della Lichtung, cioè dell’illuminazione che non ha presupposti e interviene improvvisa ed imprevedibile, come il fulmine che inaspettatamente accende di luce un paesaggio notturno; il che significa che è piuttosto l’intuizione del poeta, dell’artista, che coglie il senso dell’Essere piuttosto che il pensiero discorsivo ed argomentativo.

Tutto ciò porta al superamento del principio di ragion sufficiente, introdotto in filosofia da Leibniz. Ora questo principio è a fondamento del razionalismo, nato con la nuova scienza di Galileo e di Cartesio e con la sostituzione, come dice Cassirer, del concetto di funzione a quello di sostanza; il che comporta che oggetto della scienza siano le relazioni e non le definizioni, come si accreditava nella filosofia antica. Poiché però il principio suddetto detta che “nihil est sine ratione cur potius sit quam non sit” ne deriva la visione del mondo come un’immensa macchina deterministica, in cui non c’è movimento che non sia provocato da uno precedente, la grande macchina che trova compimento nella fisica di Newton. Tutto ciò trova la migliore formulazione in un’affermazione del grande matematico Laplace: « Un intelletto che ad un determinato istante dovesse conoscere tutte le forze che mettono in moto la natura, e tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta, se questo intelletto fosse inoltre sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi, esso racchiuderebbe in un’unica formula i movimenti dei corpi più grandi dell’universo e quelli degli atomi più piccoli; per un tale intelletto nulla sarebbe incerto ed il futuro proprio come il passato sarebbe evidente davanti ai suoi occhi ».

Torneremo più tardi su questa impostazione della scienza tra il ‘700 e l’800. Intanto però Saviani affronta questo tema ineludibile come “problema del fondamento”, riprendendo l’analisi di Heidegger (Der Satz vom Grund) che vede nella tesi del fondamento il fondamento di tutte le tesi, la ragion d’essere di ogni spiegazione razionale, di ogni metafisica. Tuttavia è proprio la tesi del fondamento (Niente è senza fondamento) che, se si pone l’accento sull’”è” fa compiere il salto verso l’intuizione che l’Essere è il fondamento, affermazione che invece è propriamente il superamento della metafisica. L’essere infatti, come prima già accennato si raggiunge attraverso un’originaria apertura, un’illuminazione che interviene quando, attraverso sentieri interrotti, si arriva alla radura in cui il sole riesce a risplendere. O quando, appunto, l’improvviso erompere del lampo rischiara la pianura.

Da tutto ciò deriva quindi una concezione della verità estremamente dinamica, aperta, lontana dalla preoccupazione della ragion d’essere o del fondamento, passibile di una continua rielaborazione che è anche decostruzione, disvelamento dei residui metafisici di ogni proposizione; la preoccupazione della certezza viene ad essere eliminata anche a vantaggio di una visione antiautoritaria, avversa ad ogni potere che sia incapace di riconoscere i diritti e le ragioni dell’Altro, disponibile all’accoglienza e all’ospitalità.

Tutto ciò è vagamente spiazzante, può dare un senso di vertigine, la sensazione di calpestare un terreno incerto, può dare l’angoscia della perdita della certezza. Dall’altra parte abbiamo di contro un mondo di certezze; quelle delle religioni, quella delle filosofie della storia, quelle della scienza. E recentemente, contro l’ermeneutica, si sta formando un nuovo realismo che vuole cancellare il concetto della verità come interpretazione per ritornare alle sicurezze delle “scienze dure”. Il problema è, a questo punto, che cosa siano esattamente le scienze dure e se le scienze esistano veramente in tal modo.

Come caratterizzazione della “scienza dura” possiamo prendere la sopra citata frase di Laplace; la pretesa che la scienza sia capace di spiegare, almeno potenzialmente tutto, di dare il quadro completo del mondo ha retto oggettivamente fino alla fine dell’800; quando i progressi compiuti erano stati tali e tanti che un grande scienziato come Rutheford, scopritore dei raggi “X”, si lasciò andare all’affermazione che ormai la fisica aveva scoperto tutto e ci sarebbero state per così dire, solo rifiniture e non scoperte sostanziali. Mai nessuna previsione si rivelò più infondata e soggetta a immediate smentite. L’evoluzione della scienza per tutto il secolo XX è stata qualcosa di stupefacente, portando al tempo stesso un impensabile progresso tecnico, ma al di là dei progressi, la scienza del ‘900 fu ben altro che la prosecuzione di quel programma espresso da Laplace, arrivare a determinare in modo rigoroso i legami causali fra i fenomeni e ricostruire così la macchina del mondo. In realtà fin dall’inizio i progressi delle scienze si accompagnarono a una profonda revisione dei fondamenti, tale da cambiare i principi su cui la scienza stessa si fonda.

Se noi esaminiamo la tavola dei principi (Critica della Ragion pura, Analitica dei principi) in cui Kant riassumeva i presupposti filosofici del newtonianismo, suo quadro specifico di riferimento, troviamo che sono sintetizzati due elementi concettuali portanti: il principio di continuità delle quantità, estensive (qualità primarie di Locke) e delle quantità intensive (qualità secondarie) e il legame di causalità nel rapporto fra i fenomeni, ribadito non solo a proposito dell’applicazione della categoria di causalità (Analogie dell’esperienza): “Ogni evento ha una causa”, ma anche a proposito della categoria di necessità (Postulati del pensiero empirico): “La necessità riguarda soltanto i rapporti tra i fenomeni secondo la legge dinamica della causalità”. Ebbene ambedue questi concetti, cioè la continuità delle misure e il determinismo assoluto nel succedersi dei fenomeni, vengono, all’inizio del ‘900 del tutto smantellati.

Per quanto riguarda la continuità si dedicarono ad essa due grandi matematici, Dedekind e Cantor, il creatore della teoria degli insiemi e, attraverso analisi diverse, stabilirono che la continuità è soltanto uno strumento concettuale usato dagli scienziati, indispensabile ad esempio per l’analisi infinitesimale, ma senza alcun fondamento nella realtà oggettiva. Successivamente poi il concetto di continuità venne messo in crisi dalla fisica, essenzialmente per opera di Max Plank e della scoperta dei quanti. Nel celebre esperimento cosiddetto del “corpo nero”, consistente nel riscaldare gradualmente un corpo metallico dotato di una piccolissima fessura facente capo ad una cavità interna, si provò a misurare l’energia delle radiazioni elettromagnetiche che venivano emesse dalla fessura. Ci si poteva aspettare che tale energia crescesse con continuità così come con continuità avveniva il processo di riscaldamento; in realtà invece l’energia veniva acquisita in modo discreto, cioè in pacchetti che rappresentavano multipli di un numero, poi chiamato “numero di Plank”, pari a 6,6 elevato alla -34. Un valore estremamente piccolo che apriva però una campo nuovo della fisica, quello dei “quanti” rivoluzionando tutte le precedenti conoscenze sulla continuità dei fenomeni elettromagnetici. Un’ulteriore prova venne poi dallo studio di Einstein sull’effetto fotoelettrico, per cui questi, che divenne poi un acerrimo nemico della fisica dei quanti, ne fornì una conferma che addirittura gli valse il premio Nobel.

Ma perché Einstein era così contrario alla nuova impostazione della fisica, visto che personalmente aveva scardinato un altro dei dogmi kantiani, l’assolutezza dello spazio e del tempo, per mezzo della sua teoria della relatività? Perché la nuova fisica, studiando le particelle elementari, dai fotoni agli elettroni, fu costretta ad ammettere che non era possibile determinare in modo rigoroso i parametri relativi al moto delle particelle stesse, per cui, come fu dimostrato da Werner Heisenberg, la probabilità di determinare p.e. la posizione di una particella nello spazio era inversamente proporzionale alla probabilità di determinarne la quantità di moto, quindi, in definitiva, la velocità. Insomma tutto questo portò alla cosiddetta “Interpretazione di Copenhagen”, dal luogo in cui si tenne nel 1927 un celebre congresso dei più grandi studiosi del tempo, che enuncia due fondamentali principi:

1) La fisica non è una descrizione oggettiva della natura in sé ma piuttosto un modello interpretativo di ciò che appare alle nostre osservazioni.

2) L’esperimento può fare solo previsioni probabilistiche dei risultati di misure, a condizione che esse vengano eseguite in modo efficiente e aderente alle premesse; i risultati però sono dipendenti dal tipo di misurazione adottata.

Quindi la scienza stessa affossa la metafisica di Platone, cioè l’idea, poi trasmessa a quasi tutte le filosofie successive, fino alla fine dell’800, che il mondo esistente sia la metafora di un mondo ideale perfetto e coerente; il concetto di probabilità rendeva la scienza profondamente diversa da quella fino ad allora costruita e le idee si riducevano a modelli elaborati al fine di rendere conto delle esperienze, modelli che però non potevano in alcun modo pretendere di rappresentare le strutture ideali e “vere” del mondo, ma solo provvisorie sintesi di un’elaborazione concettuale. Einstein criticò questa impostazione probabilistica e, in qualche modo convenzionalistica, affermando che Dio non gioca a dadi.

Ma allora la scienza moderna in qualche modo individua un gioco nel mondo? Il ludus mundi non appartiene solo all’ermeneutica ma anche alla scienza? Stephem Hawking, sostiene che la realtà sia costruita attraverso modelli, ovvero che “non possa esistere alcun concetto di realtà indipendente dalle descrizioni o dalle teorie” (S.Hawking, Il grande disegno), affermando quindi un procedere della scienza che ha forti rapporti di somiglianza con l’interpretazione. E il concetto di circolo ermeneutico di Heidegger non si ritrova nel diuturno lavoro degli scienziati nel partire da elementi noti per poi costruire qualcosa di nuovo, tale però da poter essere sempre di nuovo messo in discussione all’interno della comunità scientifica?

Naturalmente si tratta di analogie che denotano però la sostanziale falsità della contrapposizione assoluta tra pensiero scientifico e speculazione filosofica e mettono invece in rilievo una caratteristica comune estremamente interessante che è quella della creazione dei modelli interpretativi.

Tornando per un momento al nostro Kant, troviamo un elemento estremamente interessante nello schematismo trascendentale e cioè la funzione dell’immaginazione produttiva. Essa ha il compito di elaborare schemi temporali per consentire l’applicazione delle categorie dell’intelletto alle intuizioni spazio temporali e costituisce quindi un elemento intermedio fra l’intelligibile e il sensibile, fra concetti e intuizioni. Ovviamente gli schemi consentono quindi la formulazione dei principi trascendentali ai quali abbiamo prima accennato ma forse la loro attività potrebbe essere estesa a tutti i giudizi empirici; in altre parole la nostra attività mentale potrebbe essere caratterizzata proprio dalla continua elaborazione di schemi o modelli, sempre più complessi con l’arricchirsi dell’esperienza, sempre più capaci di tener conto di varianti ed elementi diversi.

E’ un’idea che Umberto Eco presenta nel suo L’albero e il labirinto, idea che mi sembra estremamente feconda e tra l’altro in piena concordanza con il costruttivismo psicologico di Jean Piaget. Scrive ancora Stephen Hawking; “ Costruiamo modelli nella scienza ma ne costruiamo anche nella vita quotidiana. Il realismo dipendente dai modelli si applica non soltanto ai modelli scientifici ma anche ai modelli mentali consci e subconsci che tutti noi creiamo per interpretare e comprendere il mondo di tutti i giorni.”

La mente crea continuamente modelli che ordinano l’esperienza, di essi si avvalgono le scienze della natura come quelle dello spirito (cos’altro sono i tipi ideali di Max Weber?) ma tale attività si estende anche all’esperienza empirica e dà vita al grande gioco del mondo, costantemente dissolto e ricostruito nel nostra sforzo di vivere e di comprendere.

La conclusione è dunque che dobbiamo cominciare a pensare in modo più dinamico di quanto non si sia fatto finora, e che la sensazione spiazzante, il senso di vertigine che si può avvertire seguendo Saviani nel suo ammirabile gioco, è qualcosa a cui dobbiamo abituarci, come figli di questo secolo, come uomini sospesi ormai tra la terra e lo spazio, tra la sicurezza e l’inconoscibile, tra il linguaggio e l’inesprimibile. E accettare l’idea che all’uomo appartiene sia la costruzione del gioco del mondo, sia il riconoscimento del significato della vita e della storia attraverso i documenti e monumenti che essa ci ha lasciato, sia l’edificazione della società e dei rapporti umani. Sempreché riusciamo a mantenerli umani.