«L’inconscio fra reale e virtuale. Dopo Jung. Visioni della comunicazione informatica» di Letizia Oddo

di Mario Bonanno

La “nuova carne” preconizzata da Videodrome (David Cronemberg, 1983) è adesso e qui. Anzi di più. La carne videodromica era una carne catodica, ibridata con l’artificiale di una neo-realtà televisiva tracimata dagli schermi. Quasi quarant’anni dopo e dopo l’avvento massivo della virtualità, siamo attestati ben oltre: il corpo umano risulta volatile, parcellizato-smaterializzato. Eternizzato e succube al contempo delle intelligenze sintetiche, deprivato della prerogativa di limite e di limitante. Dall’oltre-umano di nicciana memoria al sub-umano della contemporaneità. Fino al punto che sul terreno della riflessione sulle ricadute psico-ontologiche dell’uomo a dimensione digitale si delinea il margine di sopravvivenza della genia umana così come l’abbiamo conosciuta e in parte conosciamo. La psicoanalista Letizia Oddo, autrice per Moretti & Vitali di un saggio luminoso su “L’inconscio fra reale e virtuale” la inquadra in questo modo:

“L’individualità (del futuro ndr) potrà disarticolarsi nelle sue modalità e funzioni: voci, corpi, pensieri, azioni potranno essere clonati al di fuori della sfera della soggettività, estendersi, assembrarsi e proliferare nella loro convertibilità e riproducibilità. Questo è il progetto delle tecnologie del post-umano: oltrepassare i confini della dotazione naturale e culturale, i limiti della conformazione individuale, svincolarsi dalla imperfezione e mortalità dell’essere umano così come la storia biologica e psichica l’hanno modellato (…) Questo progetto è potente, gode di immensi finanziamenti, ma è potente anche per il senso di assoluto, per l’estasi di infinito, per la vertigine di potere che lo ispira e guida: scontare come colpa e debito la nostra imperfezione e caducità. La velocità e l’esattezza dei tempi di elaborazione e trasmissione dell’informazione del computer sono milioni di volte più rapidi di quelli cerebrali, da qui si giustifica il disprezzo per la lentezza della riflessione e contemplazione umana, per la gratuità del sogno e dell’immaginazione, per lo sperpero inutile di sensazioni e affetti” (p. 221).

Mandare a memoria, s’il vous plait, in quanto non credo si possa tacciare di allarmismo fine a se stesso. Mi appare piuttosto il diagramma esatto delle cose. Da assumere, anzi, come propedeutica per scansare il baratro ontologico in cui stiamo precipitando senza accorgercene: quello di un’umanità alienata che rinnega se stessa. Il suo essente unico, in quanto portatore di introspezioni, astrazioni, fragilità, persino di

“contraddizioni, ambivalenze, storture, brutture”.

Da qui la caratura potenzialmente disalienante del saggio di Letizia Oddo. Un saggio non-sanfedista, seppure accorato, di passo e taglio lucidi. E trasversali. In poche parole: un’analisi sulle relazioni corpo-mente, conscio-inconscio a stretto contatto con la comunicazione informatica massiva-massificante. Dato lo stato planetario di umanesimo hi-tech, mi capita spesso di pensarmi in un film di fantascienza pre-apocalittica e iper-tecnologica. Due cose mi preoccupano oltremodo: che non sempre i film di fantascienza di questo tipo si chiudono col lieto fine; e che non siamo in un film di fantascienza. Magari, tra un post e l’altro, potremmo rifletterci sopra, che ne dite?

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