L’edera infestante del capitalismo moderno. La lucida analisi di Zygmunt Bauman

di Roberto Caracci

Uno dei caratteri emergenti del capitalismo moderno, a parere di Bauman – ma già Rosa Luxemburg l’aveva tempo fa diagnosticato – è la sua vocazione parassitaria. Come ogni sistema parassitario, il capitalismo ha bisogno di organismi di cui nutrirsi, a cui succhiare anima e sangue. Ha bisogno soprattutto di pascoli e terre vergini da colonizzare e dominare, per espandere il proprio terreno di azione. È una sorta di edera infestante che, una volta avvinghiata a una pianta, una volta divorata e condannata all’esaurimento, si getta su nuove piante per sopravvivere. Sopravvive necessariamente sui cadaveri delle proprie vittime, ma con la particolarità che tali cadaveri, quando non possano più essere abbandonati perché non si ritrovano nuove vittime vive, vengono paradossalmente riesumati e rivitalizzati, ossia messi in tale condizione da tornare ad essere materia di parassitismo.

L’esempio più lampante di rivitalizzazione del corpo consumato è quello del debitore che rischia di assolvere il proprio debito, e di non essere più ‘consumabile’, utilizzabile e parassitabile. Il debitore solvente, e dunque diventato autonomo dal suo creditore – la banca, rappresenta il simbolo della sconfitta del sistema parassitario capitalistico, è l’obiezione al guadagno bancario, che non potrebbe più crescere e mantenersi su un debitore virtuoso, capace di pagare interamente il suo debito. Si sa che psicologicamente colui che proviene da un grosso debito pagato si guarda bene dal contrarne un altro, o almeno ci pensa due volte. È in fondo la mentalità piccolo-borghese dell’impiegato statale o del risparmiatore, del portatore di libretto o contraente di mutuo che stanno attenti al denaro e sognano di liberarsi prima possibile da ogni cambiale. Ebbene, questa mentalità è nemica di ogni capitalismo e va smantellata, va neutralizza e scoraggiata a ogni costo.

Il modo più diretto di scoraggiare la fine del debito è ovviamente la carta di credito, offerta dalle banche quasi gratis, per permettere all’utente di acquistare oggi e pagare domani, realizzando ogni sogno di benessere con un progressivo indebitamento. All’opposto della mentalità calvinistico-capitalistica già smascherata da Weber, del rinunciare al godimento di oggi per accumulare domani, qui il consumatore ‘parassitato’ dal mercato viene incoraggiato a godere oggi per ‘pagare’ domani. L’invito è ovviamente a consumare subito senza pensare al domani. Ma quel domani poi arriva, come i nodi che vengono prima o poi al pettine, e il consumatore eterno debitore viene gratificato- con prestiti progressivi sulla aurea carta- nella sua capacità di sognare, fino all’incubo che prima o poi gli può rivelare la sua cruda realtà di spodestato o pignorato.

La società capitalistica cerca debitori permanenti, debitori di una vita, magari di generazione in generazione, ma la diabolica edera con cui il consumatore è lusingato a firmare il patto prima o poi reclama il suo conto, che è inesorabile e senza sorriso. Togliete l’attesa dal desiderio, era lo slogan già di trent’anni fa (Take the waiting out of wanting). Non hai i soldi per soddisfare subito il tuo desiderio? Ebbene, non rivogliamo indietro i soldi del suo debito e ti rimpolpiamo la carta di credito. Vogliamo fare di te il nostro debitore ideale – ossia eterno (almeno fino alla settima generazione), quello che non si libera mai dal ‘doverci qualcosa’. Per il parassitismo capitalistico il denaro che puzza, si potrebbe dire, è quello che viene restituito. Quello che viene prestato è profumatissimo.

Lo Stato moderno, quello che dovrebbe realizzare il welfare per i meno abbienti, non fa nulla per arginare la piovra parassitaria del mercato capitalistico, anzi sembra puntare sempre più a un welfare dei detentori di capitale, soprattutto quando coopera col libero mercato e legifera per una continua ri-mercificazione del lavoro. Il lavoro è sempre è più merce da comprare e il lavoratore stesso soggetto di carta di credito da indebitare ad infinitum. Goditi la tua vita e non rinunciare a nulla, è l’invito pubblicitario. Non pensare al vile denaro (che ti strangola come debitore). I tuoi conti alla fine li faremo noi, non preoccuparti. Abbi fiducia, abbi fede.

Del resto, la società moderna, come diceva Pierre Bourdieu, è fatta più di offerte che di norme. Essa è un grande magazzino che offre innumerevoli opzioni, dando all’individuo consumatore l’illusione di scegliere, seducendolo con la molteplicità e il mutamento, l’obsolescenza degli oggetti e la novità del prodotto. Nessuna regola etica, politica o sociale può resistere alla fluidità dell’offerta. Tramontano, dinanzi alla seduzione dell’individuo come atomo e consumatore, i miti rigidi dell’appartenenza e delle radici: da una parte l’individuo si sente svincolato da qualunque appartenenza comunitaria o ideale in quanto si percepisce come libero soggetto di scelta e acquisto, dall’altro vive le proprie ex radici come ancore, capaci di essere riutilizzate da un porto all’altro, estirpate da ogni terreno stabile e poi ripiantate altrove (magari nella provvisoria casa di un non-luogo commerciale), senza soluzione di continuità.

Nemici di questo sistema parassitario del capitalismo sono la permanenza delle abitudini, la durata, il passato come energia attiva, la fedeltà agli oggetti, l’impegno, la memoria e la costanza dei comportamenti. Tutto ciò va archiviato più che rimosso, come nel cervellone di un portatile, per lasciare spazio alla novità, alla seduzione degli orizzonti nuovi, alla flessibilità che non tollera la ripetizione, ma ammette solo la differenza. Una sostanziale irrequietezza nomade, liquida, deve agitare il consumatore globalizzato, mai contento di ciò che ha, di ciò che è. Non sarai qualcuno, non recupererai la tua identità, recita il messaggio, finché non avrai ciò che ti permettere di ‘diventare quello che sei’: e quasi sempre occorre avere per guadagnare il successo di tale identità dinamica, non essere, come direbbe Fromm. E proprio perché questo è il mondo che lascia ogni tipo di presente alle spalle, oggetti e comportamenti presto degradati, le macerie e i rifiuti sono la sua cifra. Gettare è bello, liberarsi, spogliarsi delle identità di prima. L’usa e getta investe oramai anche le relazioni virtuali, dove non solo il messaggio dell’amico può essere cancellato un minuto dopo, ma lo stesso ‘amico’ può passare nel cestino degli archiviati o di color che son sospesi.

Ancora più stupefacente, nel processo di liquefazione della sostanzialità dell’identità e della messa in discussione dell’appartenenza, è ciò che dell’io stesso può essere fatto nell’era digitale: ri-nominato, re-identificato, camuffato sotto nuovo nome, ri-fotografato in nuovi e sorprendenti scatti di identità. Se l’indebolimento dei legami con gli altri è proporzionale al moltiplicarsi dei contatti e delle connessioni, la frantumazione del Sé in se-stessi digitali è in piena sintonia con un mercato che vuole che tu come consumatore sia non solo atomizzato e privo di legami, ma anche sempre e comunque diverso –nel tempo- rispetto a te stesso. La moltiplicazione degli oggetti del desiderio richiede una continua ri-creazione dell’identità sostanziale –messa per così dire in mobilitazione-, oltre a una ri-negoziazione di ogni patto o impegno sociale, dove gli altri, amici o semplici conoscenti, diventato pedine di una scacchiera mobile, o di una rete, da gestire con la versatilità di un prestigiatore. In realtà la modalità fluido-liquida noi la subiamo, più che gestirla.

E il rischio è quello che in un mondo liberal-capitalistico in cui l’edera ci consuma come parassitati, o eterni debitori di un creditore più grande di noi, noi trasformiamo questa anti-etica del vampirismo, nel nostro piccolo, agli altri, all’interno di una rete che ci appare a maglie larghe, molto larghe, e invece ci stringe inavvertitamente e ci lega, in un tripudio di connessioni.

capitalismo parassitario