«L’anoressia» di Marina Valcarenghi

di Mario Bonanno

Desumo dalla miriade di siti internet che trattano (?) di anoressia:

“L’anoressia nervosa è, insieme alla bulimia, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare. Ciò che contraddistingue l’anoressia nervosa è il rifiuto del cibo da parte della persona e la paura ossessiva di ingrassare. Nelle forme più gravi possono svilupparsi malnutrizione, inedia, amenorrea ed emaciazione”.

Un esempio evidente di come la semantica clinica – nel suo sforzo di oggettivare/universalizzare – rechi in sé il germe di un’asetticità che tralascia la persona: la sua singolarità costituita dal vissuto come dalla sfera inconscia, ridotta a unicum in una voce da DSM. Rifletto a quanto di meta-significativo sia capace di restituire, invece, l’espressione artistica nelle sue forme più compiute. Osservo nella fattispecie il Munch di Il bambino malato (1907). Il perturbamento che me ne deriva, viene dall’aura crepuscolare del dipinto. Da una madre ed un figlio esposti a reiterato dolore, atterrati dall’impotenza condivisa al cospetto di una malattia dell’essere prima ancora che del corpo.

Non mi sono dilungato a caso: l’immagine di Il bambino malato ci accoglie dalla copertina dell’ultimo lavoro di Marina Valcarenghi, “L’anoressia” (Moretti & Vitali, 2018), restituendo come meglio non si potrebbe il taglio partecipe e umanista – seppure analiticamente adamantino – con cui la psicoanalista e saggista affronta il tema della sindrome anoressica. Un’inconscia auto-condanna a morte per fame. Un “suicidio in differita”. Una fine annunciata, consumata e vissuta per stazioni. Per provare a definire ancora meglio l’anoressia, attraverso i termini adoperati dall’autrice di questo libro:

“L’anoressia è una risposta inarticolata e preverbale a un’offesa per la quale non si trovano né comportamenti né parole”.

Un sintomo autodistruttivo, le cui radici risultano attinenti alla sfera dell’inconscio.

“Rabbia, dolore, vendetta, solitudine si intrecciano al buio nell’anima di queste donne, fino a quando trovano il modo di venire alla luce. Ci si trova nel più perverso dei paradossi: ci si distrugge perché si è state distrutte (…) Il lavoro analitico ha lo scopo di estrarre dal buio la storia di quella tragedia, per rompere quel silenzio, per aiutare a soffrire sapendo perché, per fare i conti con i veri responsabili, per ritrovare nella relazione analitica amore e fiducia nella possibilità di liberazione e infine per accettare la propria storia, salvando un’idea di futuro e quindi anche la vita” (p. 57).

Il libro è rigoroso e bipartito: muovendo da spunti storico-teorici, da un lato fa ordine sui luoghi comuni che circolano attorno al sintomo (l’anoressia troverebbe un denominatore comune nel rapporto con la madre; efficacia – o meno – del ricovero ospedaliero e dell’intervento farmacologico), quindi si sofferma su cinque casi clinici desunti dall’esperienza di analista di Marina Valcarenghi, basata su un colloquio terapeutico mirato alla ricerca del trauma sotterraneo che determina l’anoressia. Come ho già scritto, il testo è puntuale e la sua fluidità di scrittura lo rende un excursus tutt’altro che freddo, consigliato anche ai non addetti ai lavori, il più delle volte male instradati dal surplus di opinioni semplicistiche che circolano intorno a un tema che si presenta invece come grave e complesso.