L’anima che crea è metà del sogno

Alberto Casiraghy è passato da tipografo a minuscolo editore di preziosi libriccini noti finanche in America e Giappone, fino a interpretare se stesso nell’ultimo film documentario di Silvio Soldini. Una scelta radicale senza cambiare casa, che ha dato vita a una molteplicità di incontri intellettuali e umani dal valore immenso.

di Giuseppe Colangelo

Fin dal giorno in cui Silvio Soldini comincia a raccontare con la macchina da presa i conflitti e le contraddizioni che convivono in quella terra di mezzo racchiusa tra il confine svizzero e la città di Milano, il destino lo spinge a bussare alla porta di Alberto Casiraghy. Siamo alla fine del Novecento e il regista, coadiuvato da Giorgio Garini, sta girando Made in Lombardia. Viaggio tra i luoghi e la gente (1996). Un cortometraggio che si propone di cogliere i mutamenti in atto in un area geografica «…dove la fatica e lo sfruttamento convivono con la ricchezza e i poli industriali, e le solitudini si scontrano con l’abbondanza di relazioni sociali. Un crogiuolo di culture stratificate e diverse, capaci di coabitare e lasciare interdetti».

Da questo primo incontro tra il regista di film indimenticabili quali L’aria serena dell’Ovest (1990), Un anima divisa in due (1993), Pani e Tulipani (2000) e Agata e la tempesta (2004), solo per citarne alcuni, e il poetico artista di Osnago, minuscolo borgo in provincia di Lecco, si è creato un feeling particolare. Una chimica che ha indotto infine Soldini a oltrepassare la linea di confine con la Svizzera in cerca di un alter ego di Alberto Casiraghy, di una personalità sensibile e fuori dal comune con la stessa passione, lo stesso amore per un’arte antica: la tipografia, la rilegatura e la stampa. Questa volta Soldini bussa alla porta di Josef Weiss, grafico e restauratore di volumi antichi residente a Mendrisio nel Canton Ticino. Ecco i due protagonisti del film documentario Il fiume ha sempre ragione (2016), il cui plot non solo racconta e mette a confronto le loro vite, la loro arte, le loro affinità al pari delle diversità, ma li vede anche recitare nel ruolo di se stessi. Due personalità accomunate dall’identico dilemma: lo sviluppo di nuove tecnologie e il valore delle mani sapienti protese a creare la rinascita di un’antica sensibilità.

Per cercare di comprendere a fondo le ragioni che hanno indotto Silvio Soldini a dedicare loro un film, abbiamo importunato il poliedrico interprete italiano: «Ecco come ho scelto la mia strada maestra» racconta Alberto Casiraghy, un personaggio che nel corso della sua vita è passato da tipografo a minuscolo editore di preziosi libriccini noti finanche in America e Giappone. «La mia è stata una scelta radicale che non ha richiesto traslochi… che ha dato vita a una molteplicità d’incontri, intellettuali e umani dal valore immenso. Vedi, confezionare a mano un piccolo libro è come fare il pane. Devi tagliare la carta, preparare l’inchiostro per i rulli della macchina tipografica, comporre il testo scegliendo i caratteri mobili in piombo e infine aspettare che, uno a uno, escano accompagnati dallo sbuffo dall’Audax Nebiolo per essere piegati e cuciti con ago e filo. Nell’attesa che siano compiuti, c’è la stessa ansia che si provava negli antichi forni, oserei dire che si percepisce anche il medesimo sapore: senti come profuma un libriccino appena stampato…al nostro mondo credo che ormai manchi l’aroma dei mestieri».

Fissa sorridente diritto negli occhi con le sue pupille cerulee l’interlocutore e comprende come l’associare la gestazione artigianale di un volumetto a quella del pane lo abbia sorpreso. «Il forno è un luogo democratico di magica necessità, dove a chiunque è permesso l’ingresso per comprare o per dire la sua. Ecco, questo è il principio che ha mosso la mia scelta di vita. Il pane è una necessità per il corpo, i libri il cibo per la mente. Il luogo deputato a generarli è aperto a tutti, come la mia abitazione laboratorio. E ciò mi ha permesso incontri con intelletti straordinari come con persone semplici e di umiltà cristallina. Io non impasto da solo, ma fabbrico il libriccino gomito a gomito con l’autore, condivido con lui la stessa emozione. Questo è il segreto che ha dato vita alla piccola grande casa, come l’ha definita qualcuno, delle edizioni del Pulcinoelefante.»

Sapendo chi è passato per la sua dimora brianzola di Osnago, lo si può immaginare confabulare con una giovane coppia mentre realizzano 0213 odissea nella vita dedicato alla nascita della figlia Anita, o discutere con Alda Merini, Sebastiano Vassalli, Piero Mazzarella… La vita di Casiraghy, però, non è sempre stata così ricca di pulsioni cerebrali e di persone giunte lì all’improvviso a cui offrire una tazza di latte delle sue capre o preparare al volo un risotto alle erbette dell’orto. «Alla metà degli anni Ottanta» dice Casiraghy, «ho lasciato il mio lavoro di tipografo presso la Same di Piazza Cavour a Milano, dove si stampavano alcuni quotidiani, e ho cominciato la mia avventura. La scelta non è stata comunque facile, soprattutto dopo quella volta che Montanelli mi aveva affidato la composizione della prima pagina del suo giornale. In ogni caso ha prevalso il desiderio di fare il mio lavoro per dar voce ai poeti inascoltati, per usare il corpo come strumento per creare assieme agli altri. E così mi sono scoperto poeta tra i poeti, aforista con gli aforisti, illustratore con gli illustratori. Un sodalizio di condivisione creativa che ha permesso la nascita di migliaia di titoli i quali non recano il prezzo di copertina, poiché i libriccini del Pulcinoelefante si possono avere donando semplicemente un’offerta».

Alla domanda su come ci si sente a passare da ‘panettiere’ ad attore del grande schermo, la risposta è spiazzante: «Prendendo a prestito, come si faceva una volta con il pane, le parole del ‘filosofo’ Manlio Scopigno, anche lui artefice di una parabola incredibile quando riuscì a portare lo scudetto a Cagliari, direi che pure io non avrei mai creduto di vedere Alberto al cinema in digitale».

Solo un vezzo sembra trasparire dal frugale modo di vivere di Casiraghy, quella y finale che ne deforma il cognome conferendogli una connotazione artistica. «Sì, mi è sempre piaciuto giocare con l’identità. Forse per questo Vanni Scheiwiller, che ha pubblicato il catalogo generale delle mie piccole opere, mi ha definito un bel matto da invidiare con simpatia, perché sarei il panettiere degli editori: l’unico che stampa in giornata».