L’abbraccio di Francesco alla chiesa luterana: riparte il cammino ecumenico

DOSSIER/500 ANNI DI PROTESTANTESIMO

Nel giorno dell’anniversario dell’affissione delle 95 tesi di Martin Lutero, il papa in Svezia ha incontrato i luterani per una preghiera comune. L’ impegno a favore dei bisognosi in un documento firmato da Bergoglio e dal vescovo Munib Yunan, presidente della Federazione luterana mondiale. Il dialogo tra le due chiese iniziato con il Concilio Vaticano. L’ecumenismo della carità è la nuova strada tracciata dalle celebrazioni di Lund.

di Antonello Carvigiani

Ha il volto illuminato dal sorriso Antje Jackelén mentre abbraccia Francesco. Nella cattedrale di Lund si è appena conclusa la preghiera ecumenica comune di luterani e cattolici in occasione dell’anniversario della Riforma. In quello stesso giorno del 1517 – il 31 ottobre – Martin Lutero affiggeva le sue 95 tesi sul portone della cattedrale di Wittemberg, dando inizio al processo che porterà al conflitto e alla divisione con Roma. Cinquecento anni dopo, per la prima volta insieme, luterani e cattolici commemorano quell’avvenimento. La foto dell’abbraccio tra papa Francesco e Antje Jackelén – arcivescovo donna e primate luterano di Svezia – è il simbolo di quella intensa giornata. Racconta il lungo cammino ecumenico che, dalla scomunica inflitta da Leone X a Lutero il 3 gennaio 1521 con la bolla Decet Romanum Pontificem, giunge – attraverso conflitti, guerre, spargimenti di sangue, invettive e condanne reciproche – al dialogo post conciliare nella seconda metà del Novecento. Quello scatto, allo stesso tempo, rende concretamente visibile anche uno dei tanti, importanti temi teologici ed ecclesiologici che separano cattolici e luterani, quello, cioè, dell’ordinazione femminile. Insieme a questa, sul tavolo del dialogo ecumenico rimangono aperte altre questioni. Quelle più spinose riguardano i sacramenti (i luterani riconoscono solo quelli citati espressamente dalle scritture, battesimo ed eucaristia, della quale negano, però, la transustanziazione: solo memoria della Coena domini e non vero corpo di Cristo nel pane consacrato), e il significato della Chiesa (i luterani credono nel sacerdozio universale di ogni credente, depotenziando così il ruolo di preti e vescovi; i cattolici non riconoscono lo status di Chiese a quelle luterane che chiamano – con definizione volutamente riduttiva – comunità, in quanto, con lo scisma di Lutero, è venuta meno la successione apostolica). Passi avanti, invece, sono stati fatti sulla principale questione teologica, quella che più assillava Lutero, la dottrina della giustificazione. Partendo dall’analisi della lettera di San Paolo ai Romani, Lutero conclude che la salvezza eterna si può ottenere attraverso la sola fede (Sola fide). Le opere buone che l’uomo può compiere durante la sua vita non hanno alcuna rilevanza. È Dio che sceglie di salvare chiunque voglia. La Chiesa cattolica riconosce, invece, il valore delle opere di carità. Una visione che nel Cinquecento, talvolta, degenera e trasforma la ricerca della Salvezza in un mercimonio, nel quale, a fronte di un’offerta in denaro, si ottiene la purificazione dal peccato. La vendita delle indulgenze ne è l’esempio più eclatante. Lutero ne rimane scandalizzato. Sul tema teologico – fede o opere per la Salvezza – cattolici e luterani hanno trovato un’intesa, firmando, il 31 ottobre del 1999, ad Augusta in Germania una Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione. Nel testo, sostanzialmente, si riconosce la complementarietà della fede e delle opere. Anche durante la visita del papa a Lund, viene firmata una dichiarazione comune. La sottoscrivono Francesco e il vescovo Munib Yunan, presidente della Federazione luterana mondiale. Nel documento, i fedeli delle due confessioni vengono incoraggiati a impegnarsi insieme a favore dei più bisognosi: «Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo». Un impegno comune che «deve estendersi a tutto il creato, che soffre lo sfruttamento e gli effetti di una insaziabile avidità». Una prospettiva ecumenica che si concretizza, nella stessa giornata, con la firma di un documento di collaborazione tra Caritas internationalis e Lutheran world federation world service. L’impegno comune per dare aiuto «agli scartati e agli emarginati del nostro mondo» è per Francesco una strada realistica per rafforzare il dialogo ecumenico con i luterani, senza nascondersi le difficoltà, ma nella consapevolezza che «quello che ci unisce è molto di più di quello che ci divide» come aveva detto ai partecipanti al pellegrinaggio ecumenico dei luterani in Vaticano il 13 ottobre. A loro, aveva anticipato il tema della carità come strumento ecumenico dei nostri tempi: «Nel metterci a servizio dei più bisognosi sperimentiamo di essere già uniti: è la misericordia di Dio che ci unisce». Per Francesco, dunque, la strada maestra per un cammino comune è questo Ecumenismo della carità (o Ecumenismo della misericordia, come lo definisce l’Osservatore romano nel numero del 2-3novembre), un impegno condiviso per i più deboli, che lasci sullo sfondo le dispute dottrinali. «Quello che dice il papa non esclude che ci siano dialoghi e contatti di rappresentanti delle Chiese. Non esclude – anzi egli lo ha detto espressamente – che bisogna lavorare anche a livello teologico per aiutare la comprensione e l’interpretazione delle dottrine, ma senza mai perdere di vista il carattere ecclesial-popolare della Chiesa» spiega il teologo Giuseppe Lorizio, in una intervista ad Avvenire, il 5 novembre. Il popolo di Dio aspira naturalmente ad essere unito, dice il papa a Lund. «Ciò significa – afferma Lorizio – che il papa ha agganciato il discorso ecumenico a quello che noi chiamiamo la teologia del popolo di Dio. Per Francesco, dunque, si tratta innanzitutto di ascoltare ciò che lo Spirito dice nel popolo di Dio, aspirando all’unità e non alla divisione, perché riconosce in Cristo il suo Signore». Un approccio originale e concreto che – però – ad alcuni commentatori appare fragile. Scrive Aldo Maria Valli sul suo blog: «Senza un’adeguata base teologica, tutto ciò non rischia di ridurre le rispettive chiese ad agenzie di assistenza sociale e il dialogo a una forma di cooperativismo? La domanda resta inespressa, e forse è questo il motivo per cui l’incontro non riesce a convincere fino in fondo» (www.aldomariavalli.it, Lettera da Lund, 1 novembre). Anche se autorevoli – come nel caso citato – le perplessità sulla validità della strada ecumenica da percorrere sono marginali. Più accese, invece, le critiche che Francesco riceve per la sua stessa presenza in Svezia. Siti e giornali cattolico-tradizionalisti sparano a zero. «È incomprensibile a molti cattolici che papa Francesco abbia invece deciso di recarsi, oggi, in Svezia a celebrare la riforma luterana» scrive Antonio Socci su Libero (31 ottobre). E Roberto De Mattei sul Tempo (1 novembre): «Il Concilio di Trento ha detto una parola definitiva sull’incompatibilità tra la fede cattolica e quella protestante. Non possiamo seguire papa Francesco su una strada diversa». A turbare, sono le aperture di Francesco sulla figura e l’opera di Lutero. A Lund, il papa afferma: «Con gratitudine riconosciamo che la Riforma ha contribuito a dare maggiore centralità alla Sacra scrittura nella vita della Chiesa». E, in una intervista alla rivista dei gesuiti svedesi, alla vigilia della partenza per la Svezia: «All’inizio quello di Lutero era un gesto di riforma in un momento difficile per la Chiesa». Senza mezzi termini, l’universo cattolico-tradizionalista parla di un «papa protestante». Quelle di Francesco sono certamente affermazioni di rilevante portata storica, che – però – non annullano le distanze. Aperte rimangono le questioni teologiche e ecclesiologiche cui si è accennato, alle quali si aggiungono sensibilità e visioni profondamente divergenti sui temi di carattere etico: aborto, matrimonio omosessuale, fecondazione assistita, biotech. Divergenze che per Francesco rimangono tali, anche se – per lui – l’ecumenismo è una priorità:

«Non possiamo rassegnarci alla divisione e alla distanza che la separazione ha prodotto tra noi. Abbiamo la possibilità di riparare ad un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni gli altri»

proclama durante la preghiera ecumenica a Lund. La pressante urgenza ecumenica di Francesco emerge già nella sera della sua elezione: «La comunità diocesana di Roma ha il suo vescovo» dice Francesco nel suo primo discorso ai fedeli, aggiungendo che la Chiesa di Roma «è quella che presiede nella carità tutte le Chiese». Affermazioni che definiscono l’autorità del papa e il modo in cui egli esercita il suo primato nei confronti delle altre confessioni cristiane. L’impegno ecumenico di Francesco prosegue intensamente nel corso del suo pontificato.È il primo papa a visitare un Tempio valdese (Torino, 22 giugno 2015), pronunciando parole importanti: «Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che nella storia abbiamo avuto con voi, in nome del Signore perdonateci». Richiesta di perdono formulata anche nei confronti degli evangelici italiani perseguitati dalle leggi razziali fasciste. Francesco le dice visitando (28 luglio 2014) la chiesa pentecostale della Riconciliazione a Caserta, guidata dal pastore evangelico Giovanni Traettino, cui lo lega un rapporto di amicizia nato quando Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires. Questo importante lavoro ecumenico di Francesco – che si rivolge anche al mondo ortodosso – si innesta su una tradizione che è cresciuta nel corso del Novecento. Il dialogo con tutte le confessioni cristiane – il vasto universo ortodosso e l’altrettanto variegato universo protestante, di cui i luterani incontrati a Lund sono una frazione – affonda le sue radici nel Concilio Vaticano II. Il 21 novembre 1964, i padri conciliari promulgano il decreto sull’ecumenismo, Unitatis redintegratio, un documento in cui si annuncia che «Promuovere il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del sacro Concilio ecumenico Vaticano II». Le posizioni del Concilio Vaticano II sono il risultato di una consapevolezza ecumenica che cresce tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo. Leone XIII e Benedetto XV incoraggiano la preghiera per l’unità e la «Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani». Pio XI approva esplicitamente le «Conversazioni di Malines» (1921-26) con gli Anglicani. Pio XII – alla fine del 1949 – acconsente alla pubblicazione da parte del Sant’Uffizio dell’istruzione De motione oecumenica, nella quale si permette a «esperti cattolici, autorizzati dal proprio vescovo» di affrontare questioni di fede e morale con cristiani delle altre confessioni. Dopo il Concilio, l’impegno ecumenico si fa intenso con Paolo VI e con Giovanni Paolo II.

Wojtyla, nel 1995, dedica al tema un’intera enciclica Ut unum sint, nella quale si dice disponibile a cercare

«una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova»

realizzandosi come «un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri». In questo solco, procede anche Benedetto XVI. Di particolare interesse sono le parole che Ratzinger pronuncia il 23 settembre del 2011, incontrando i rappresentanti della Chiesa evangelica tedesca, a Erfurt, nell’ex convento degli agostiniani, dove Lutero visse e studiò. Benedetto XVI riconosce la profondità e l’attualità del suo pensiero: «Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? – questa scottante domanda di Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta. Penso che questo sia il primo appello che dovremmo sentire nell’incontro con Martin Lutero». Questa riflessione di Ratzinger trova una eco – quasi una citazione – nelle parole pronunciate da Bergoglio a Lund «L’esperienza spirituale di Martin Lutero ci interpella e ci ricorda che non possiamo fare nulla senza Dio. “Come posso avere un Dio misericordioso?”. Questa è la domanda che costantemente tormentava Lutero. In effetti, la questione del giusto rapporto con Dio è la questione decisiva della vita». L’impegno di una celebrazione comune dei 500 anni della Riforma viene sottoscritto nel documento «Dal conflitto alla comunione» («nel 2017 i cristiani luterani e cattolici commemoreranno congiuntamente il quinto centenario dell’inizio della Riforma») dalla commissione mista cattolico-luterana. Il testo viene pubblicato il 17 giugno 2013. Francesco è stato eletto papa da appena tre mesi. Il lavoro preparatorio del documento si svolge tutto sotto il pontificato di Benedetto XVI. Senz’altro, dunque, la partecipazione di Francesco alle celebrazioni di Lund rappresenta un avvenimento storico ma si pone – come si è visto – nel solco della continuità della riflessione cattolica su Lutero, la Riforma e – più in generale – sul rapporto con le altre confessioni cristiane. Francesco – consapevole delle divergenze teologiche, ecclesiologiche e bioetiche tra le due confessioni – indica una strada nuova, l’Ecumenismo della carità. Questo il suo contributo originale e la novità più rilevante delle celebrazioni di Lund. È da qui che riparte il cammino ecumenico tra cattolici e luterani.