La vita è altro. Una conversazione con la poetessa Maria Grazia Calandrone

Nei versi di Serie fossile viene raccontato un amore in cui il corpo e la luce, il corpo e la paura, costituiscono la materia continuamente evocata per darsi un mondo. In La vita chiara propone diversi testi di poesia civile e dialoghi con il poeta persiano Hafez e con la mistica Teresa D’Avila.

di Nadia Agustoni

Una conversazione intorno ai temi dello scrivere non è cosa semplice, in particolare con un poeta e tanto più se non è solo un autore di versi. L’intelligenza è curiosa, esplora e sa che il relegare la scrittura poetica in una zona/campo simile a quella dove decollano i deltaplani o il parapendio non rende l’idea del fare poesia, o forse sì. I voli in jet sembrano appartenere ai best seller, ai romanzi in serie già prenotati due mesi prima dell’uscita e dimenticati molto presto, ma l’avventura autentica è proprio di chi prende dei rischi e richiede uno slancio. L’esperienza mi dice che spesso i libri di poesia hanno bisogno di tempo per essere assimilati. Un libro di poesia può sparire per anni e ricomparire all’improvviso. Nel frattempo è stato letto e riletto.

Maria Grazia Calandrone appartiene alla generazione scomparsa dei poeti, la generazione dei nati nei ‘60, in gran parte rimasta nell’ombra. Il suo è uno dei pochi nomi conosciuti. La poesia di Calandrone è complessa e nello stesso tempo rimane leggibile. Il verso è spesso lungo, con folgorazioni alla Whitman e lo stesso senso di unità del tutto. Un senso in cui la vita è ben oltre la pagina, oltre il canto, come nell’ultimo libro Serie fossile (2015) in cui è raccontato un amore e in cui il corpo e la luce, il corpo e la paura, costituiscono la materia continuamente evocata per darsi un mondo. Questa ri-novellazione prende atto di come l’umano sia caduta e nascita, ferite e splendore. Il continuum delle amanti, che Adrienne Rich avrebbe molto amato, non termina in una fine, ma in un ulteriore segno d’amore, lucido e chiarissimo come un tempo salvato da tutto. maria-grazia-calandrone

La vita chiara (2011) propone diversi testi di poesia civile e dialoghi con il poeta persiano Hafez e con la mistica Teresa D’Avila. Parto da questi due libri per una conversazione con Maria Grazia Calandrone sullo scrivere, sull’insegnare e sul coraggio.

Nel suo libro La vita chiara vi sono quattro sezioni, acqua, fuoco, terra e aria. I quattro elementi della vita sulla terra. Lei vi associa temi diversi, dall’amore in dialogo a distanza con Hafez, a poesie su eventi tremendi del 900, come le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema. Le chiedo perché secondo lei quegli eventi ci interrogano ancora?

Tutto ci interroga, perché noi siamo del mondo. Un poeta viene interrogato, in particolare, dalle voci di quelli che non hanno voce – o non l’hanno più. Credo fortemente al senso etico della poesia, alla sua capacità di tenerci nella comunità umana della quale abbiamo nostalgia. Gli episodi di massacro, come questi che lei cita, vengono ricordati come monito, certo, ma non come lezioncina, bensì attraverso l’identificazione, nel duplice senso di “individuare” (identificare un individuo) e di “diventare” (sentire i sentimenti di un altro): il sentimento della compassione, che oggi piace chiamare empatia, non viene messo in moto dai grandi numeri: è necessario osservare, avvicinarsi al dramma di una singola esistenza, affinché ricordiamo che ognuno di quei numeri è un particolare e reale e concreto essere umano: con i suoi oggetti, il suo odore, i suoi affetti, le sue malinconie, la sua memoria, i suoi lampi di gioia e le sue certezze. Il poeta è “utile” a individuare e riconoscere il singolo nei grandi numeri: prende in carico la voce dei testimoni e la rilancia, attraverso le sue parole, al futuro.

Tutta la poesia è sempre “poesia civile” se non altro perché dà conto di esperienza ed esistenza che sono reali. Parlare di un fatto storico che ancora ci riguarda o intessere un dialogo con Teresa D’Avila, figura dell’obbedienza a una regola e insieme dell’essere oltre, ben radicata nella propria libertà, è un inscrivere nel mondo un disegno comunque diverso.

Ecco, vede, lo sa anche lei! Non a caso è poeta… La diversità alla quale fa cenno, credo sia proprio quella della comunità umana che ho nominato qui sopra.

Scrivere poesia dopo Auschwitz, per Adorno, era immorale, ma ormai scriviamo in presenza di Auschwitz ogni giorno. Vediamo le immagini, spesso in diretta, di stragi, esodi, guerre. Nessuno, tanto meno chi scrive, può rimuovere queste cose. Tuttavia il nostro tempo è quello di una superficialità estrema. Suscita emozione la foto di un bambino annegato, ma tutti quelli che annegano dopo vengono ignorati. È possibile che ci si stanchi delle persone ferite? Che l’abitudine alle immagini ferite desensibilizzi?

Ian Mc Ewan, nel suo ahimé profetico Sabato, riflettendo proprio su questo argomento, scrive che siamo naturalmente portati a difenderci dalla gran massa di dolore che entra nelle nostre case ogni giorno attraverso gli schermi televisivi e i giornali, scrive che abbiamo a disposizione solo una certa quantità di compassione e che siamo costretti a selezionare alcune zone d’intervento, ad agire sul poco che ci è dato migliorare e dimenticare il resto, per sopravvivere. Poiché voglio bene agli esseri umani, preferisco pensare che si tratti di questo, più che di superficialità e insensibilità. Se spendessimo il nostro amore verso ogni dolore che ci viene incontro, verremmo sopraffatti e annientati da un gigantesco senso d’impotenza. Dunque, scegliamo il poco, la frazione di mondo della quale occuparci.

Lei tiene corsi di poesia in carcere. Cosa cercano le persone che seguono queste lezioni?SERIE FOSSILE

Credo che, in carcere, uno tra i problemi più urgenti e quotidiani sia come impiegare il tempo della pena. Dunque i detenuti vengono ai laboratori sicuramente per riempire un paio d’ore della loro giornata. A volte arrivano di malavoglia, con il pregiudizio di annoiarsi, dovuto a come la poesia è insegnata nelle scuole. Poi, si trovano di fronte una sorpresa: il poeta è una persona normale, che parla di cose e sentimenti che li riguardano. La poesia non è quel tirar dietro alla retorica inafferrabilità di angelicate donzellette, non è l’esalazione soporifera che sembra sollevarsi dai fogli delle antologie scolastiche: la poesia dice cose che fanno parte della loro vita. Amore, dolore, ingiustizia, ironia, sentimento dell’esilio, nostalgia, immaginazione, rabbia. Tutte cose che stanno sulla terra. Ovvero, su una terra condivisa.

Se pensiamo al coraggio in poesia vengono in mente Achmatova o da noi Pasolini. Lei ha parlato di eventi traumatici della sua vita, ha toccato nel vivo il darsi la morte dei suoi genitori naturali, non si è sottratta a questa materia dura, intrattabile quasi. Vi è però anche un coraggio della forma, uno stare sulla pagina in modo diverso che è di alcuni poeti, non solo sperimentali. Penso a “Petizione per il rilascio dell’alba”, un testo del suo ultimo libro in cui lei sembra “giocare”, ma nulla è lasciato al caso. C’è una composizione precisa. Ce ne parla?

Ci sono momenti di dolore dai quali solo l’ironia ci salva. Ma, per arrivare all’ironia profonda, cioè alla levità di tutto l’essere, bisogna che il dolore non sia stato eluso, ma sia stato affrontato. La parola “affrontare” rende bene l’idea dello scontro frontale. “Prendere un treno in faccia”, si dice. Se abbiamo preso un treno in faccia, impieghiamo del tempo per rimettere insieme i nostri pezzi. Ma proviamo a incollarli con l’oro, come insegnano i giapponesi: l’operazione di collage dell’animacorpo nostra può essere preziosissima, possiamo approfittarne per lasciar andare il superfluo, per abbandonare sui binari – per esempio – l’ultima delle maschere, che è appunto l’ironia disperata – per raggiungere l’ironia dolce, affettiva, cioè la benedetta leggerezza! In Petizione per il rilascio dell’alba tento una ricomposizione tra ironia e amore, è messa in scena un’ironia amorevole. Dedicata.

Leggendo i suoi libri si ha l’impressione che l’amore sia al centro; l’amore per le persone, non solo la passione d’amore.

Io credo fortemente alla comunità umana, ho il sentimento molto chiaro della circolazione di affetti tra le creature. A volte si nota: sembra di vedere il fluire di sentimento tra creatura e creatura, come onda di calore o piuttosto rigidità, muro e armatura, che respinge le peggiori intenzioni dell’altro – a volte anche le migliori, purtroppo, quando un vecchio dolore ci rende diffidenti, inaccessibili all’amore nuovo, cioè alla vita nuova. La passione d’amore ha infatti a che fare con il mondo, perché aumenta esponenzialmente l’evidenza della circolazione collettiva, porta in luce il fuori-da-sé: quando si è innamorati, si ha il desiderio e la forza di abbracciare il mondo, non si fatica ad ascoltare, a prestare attenzione. L’amore di coppia sano e fruttuoso si riconosce perché ci rende spontaneamente accoglienti verso l’esterno. Attraverso l’esistenza dell’essere amato, ci accorgiamo dell’esistenza del mondo – e questa è la conquista più importante e difficile che possiamo ottenere da noi stessi. Se, viceversa, l’amore ci chiude, nella coppia o in noi stessi, non si tratta di amore, ma di altro. La poesia, come ho detto, viene da quel sentimento di collettività umana, lo abita e lo evoca, in tutti noi che lo ricordiamo, che lo desideriamo, spesso con sconforto. Faccio riferimento al sentimento che spinge a scrivere versi. Faccio riferimento all’Utopia. Senza la quale non restano che amarezza e disincanto. Il disincanto è la via più facile per vivere. Ci si protegge. La poesia ci rimette allo scoperto, in contatto con la nostra nostalgia originaria di quel mondo di bene semplice. E di reciproco ascolto.

Il suo presentare sulla rivista “Poesia” altre voci di poeti le ha dato negli anni l’opportunità di vagliare molte scritture; un bilancio le è possibile?

Dico la verità: ho bisogno di disintossicarmi dalla poesia contemporanea, che troppo spesso è intrisa, appunto, di solitudine, amarezza e disincanto, di narcisismo e beghe quotidiane, come in chi abbia perduto la memoria dell’unità del senso. Questo qualunquismo non “serve” a nessuno.

Come vadano le piatte e tragiche cose del mondo cose lo vediamo da soli, non occorre che i poeti si affatichino a descriverle. Ma estenderei il discorso all’arte in generale. Rimanendo nello specifico nostro: i poeti viventi spesso scrivono bene, ma che importa: non è l’esibizione di bravura a fare la poesia, bensì la sua premessa etica, non mi stanco di ripeterlo. Ma neppure lo slancio etico, da solo, basta alla poesia: deve essere diventato stile. Non “comunicazione”: evocazione della comunità. Facciamo un passo oltre la famosa frase di Pasolini «La morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi». Facciamo ancora un passo: femminile, materno – e concludiamo così: la morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più comprendere.