La ‘stagione eroica dei viaggi’ è finita: ecco che entra in campo la psicoanalisi

DOSSIER|DOVE VA LA PSICOANALISI?

La fine di un modello e, più in generale, delle certezze morali della modernità portano ancora molti a chiedere di iniziare un’analisi. Lo psicoanalista cerca faticosamente insieme al suo paziente la strada adatta per lui e può solo tenere presente quello che dice Zygmunt Bauman, «credo che la frustrazione della certezza rappresenti un guadagno per la morale».

di Ferruccio Cabibbe

Nel 2015 si è tenuta a Milano una mostra retrospettiva di fotografie fatte da Walter Bonatti, il famoso alpinista morto nel 2011. Si trattava di fotografie molto belle e insolite che raffiguravano non solo montagne, ma una serie di paesi esotici nei quali Bonatti si era recato in viaggi solitari come corrispondente di “Epoca” e che testimoniano, pur senza alcun autocompiacimento, coraggio, tenacia, amore per la natura.

Nelle note di commento alle foto Bonatti notava che le terre inesplorate non esistono più. Chi desidera recuperare certe forme di contatto con la natura e con se stesso deve rinunciare alle possibilità date dalla scienza e dalla tecnica. E, in modo stupefacente in quel contesto che documentava viaggi reali e certamente rischiosi, concludeva dicendo che probabilmente si era aperta una stagione in cui l’esplorazione più interessante è quella all’interno dell’uomo.

Lo scriveva nel 1966. È stato profetico, certamente. Ma si può anche pensare che l’esplorazione “interna”, di cui la psicoanalisi, allora in piena espansione, era l’emblema, abbia seguito, o stia seguendo, la stessa sorte di quella esterna, sempre più facilitata dalla tecnica e sempre meno rischiosa. Massificata, resa spettacolo. L’esploratore con telefono satellitare analogamente al paziente che, in seduta, non si stacca dal suo smartphone.

Possiamo però risalire ancora più indietro. Il famoso antropologo Claude Lévi-Strauss inizia il libro che è considerato il suo capolavoro, Tristi Tropici, pubblicato nel 1955, con un capitolo che si intitola “Fine dei viaggi” in cui rimpiange i viaggi in Brasile effettuati vent’anni prima, «le meravigliose traversate del 1935». Scrive: «È un mestiere oggi essere esploratori: mestiere che non consiste, come si potrebbe credere, nello scoprire, dopo uno studio prolungato, fatti rimasti ignoti, ma nel percorrere un numero considerevole di chilometri raccogliendo immagini fisse o animate, preferibilmente a colori, grazie alle quali si possa per parecchi giorni di seguito affollare una sala di ascoltatori».

Anche in questo caso ci possiamo domandare se quello dello psicoanalista non sia anch’esso diventato un mestiere e se i “viaggi” che propone ai suoi pazienti siano esplorazioni oppure vacanze organizzate da un’agenzia. In realtà tuttavia la grandezza di Lévi-Strauss consiste nel presentarci i suoi studi antropologici in tutta la complessità che nasce dall’incontro tra le civiltà “primitive” e la loro ormai inevitabile contaminazione con la civiltà occidentale. I suoi racconti sono fotografie sempre fedeli, non nasconde mai il cucchiaio di alluminio lasciato da qualche uomo bianco agli indigeni nudi che brandiscono arco e frecce. L’antropologia, spogliata del suo aspetto ingenuo e un po’ superficiale, diviene ancora più affascinante.

Tutto questo per dire che non è semplice osservare e descrivere il selvaggio che è dentro di noi: è davvero l’inconscio? Mascherato in mille modi, forse possiamo essere sicuri di riconoscerlo solo quando un fatto di cronaca ci presenta una violenza inspiegabile e imprevedibile o, al contrario, quando assistiamo all’indifferenza totale di fronte a situazioni che dovrebbero sconvolgere. In questo secondo caso Freud parlerebbe di un meccanismo di difesa talmente macroscopico da far pensare all’enormità dell’evento da cui ci si difende.

La psicoanalisi dei primordi, a partire dalla Interpretazione dei Sogni del 1899, non era però così ingenua, pur con le sue ambizioni scientifiche di tipo positivista, legate a quel periodo storico. Questa è stata solo una faccia della medaglia. L’altra faccia, probabilmente più importante, ha a che fare con il suo aspetto rivoluzionario. Ed è con questa duplicità che tutti gli psicoanalisti dopo Freud, ormai da più di cento anni, si devono confrontare: approfondire la complessità della dimensione inconscia e non perdere, in questa ricerca, l’aspetto che Freud definiva “perturbante”.

Fino alla seconda metà del ‘900 la psicoanalisi è stata in concorrenza e in conflitto con la religione, e in particolare con la religione cattolica, come se fosse per l’appunto un diverso modo di entrare in contatto con la propria interiorità, mentre oggi sembrano quasi maggiori gli elementi comuni. In particolare il richiamo alla dimensione interiore in quanto tale.

La psicoanalisi molto velocemente si ampliò, da semplice cura di disturbi psichici, a ricerca interiore. Certamente le diverse concezioni dell’inconscio che hanno fatto seguito a quella di Freud sono differenti. Tuttavia l’idea di guarire “prendendo coscienza” resta il metodo specifico di tutte quelle che chiamiamo psicologie del profondo.

La psicologia di Freud è considerata positivista, eppure frasi come quella che si trova all’inizio della Interpretazione dei sogni (flectere si nequeo superos Acheronta movebo…) non sono propriamente scientifiche. Sono frasi che, anche in ambito freudiano, hanno contribuito a creare un’atmosfera particolare; atmosfera oggi molto meno intensa.

Jung ha poi utilizzato il termine di “Individuazione” in relazione al trattamento analitico sottolineando ancora di più la correlazione tra terapia e crescita interiore. E ha evidenziato la funzione prospettica dell’inconscio, che non è quindi solo causa di quello che accade alla coscienza, ma anche progetto inconsapevole. Tutte le diverse scuole di psicologia del profondo concordano nel ritenere che la cosiddetta guarigione non consiste nel “tornare come prima”, come accade nella medicina del corpo. Si tratta invece di acquisire in modo relativamente stabile capacità che hanno a che fare con il simbolizzare (e che, in modo “naturale”, possono condurre anche alla scomparsa di sintomi patologici)

Vorrei fare ora qualche accenno proprio al clima culturale in cui quella esperienza si è formata riferendomi a un testo che è stato tradotto nel 2014 (ma scritto nel 1996) di Thomas Harrison, professore di italianistica alla University of California, e che si intitola: 1910 L’emancipazione della dissonanza. Il libro parla di quel processo e di quel momento storico che noi siamo abituati a sintetizzare nella frase di Nietzsche su “la morte di Dio”, e lo amplifica con esempi tratti soprattutto dall’arte e dalla letteratura. L’autore parla di molte individualità eccezionali e di come esse abbiano contribuito a caratterizzare il clima culturale del momento. Pur avendo molto chiaro che la psicoanalisi è stata una di quelle voci, nel libro si parla soprattutto di arti figurative e di letteratura.

Secondo Harrison il 1910 è l’anno dei “drastici rimescolamenti di nazioni, società, economie, … rivoluzioni artistiche, scientifiche e politiche. La musica di Schönberg, così come i dipinti di Kandinsky, Munch, Schiele, in definitiva tutto il movimento espressionista, è pervaso di angoscia, dal terrore della mancanza di senso. Spesso sono opere che «ci consegnano il fallimento della rappresentazione, visioni dell’incomunicabilità». Nello stesso tempo il principio guida dei ritratti espressionisti è l’empatia. Noi, più banalmente, possiamo notare che fino a quel momento, nella tradizione del mondo di cui facciamo parte, non c’era mai stato un simile stravolgimento della realtà nelle arti figurative.

In un testo di Rilke citato nel libro (I quaderni di Malte Laurids Brigge) il protagonista osserva: «Sto qui e sono nulla». E tuttavia in questo riconoscimento del nulla egli “incomincia a pensare”. E pensa: «ho un luogo interno che non conoscevo. Ora tutto va a finire là».

«Sperare nella possibilità dell’interiorità umana – scrive Harrison – è l’esito logico del pensiero del 1910, secondo cui l’apporto scientifico, industriale e tecnologico alla vita sembra aver obliterato proprio la vera “cosa in sé”, producendo solo apparenze fenomeniche».

Queste considerazioni fanno comprendere il successo che la psicoanalisi ha avuto tra gli intellettuali in Europa. Essa infatti non ha avuto solo la funzione di indicare che l’Io non è padrone in casa propria, cosa che quegli intellettuali in molti casi avevano già compreso, ma anche ha fatto recuperare all’Io un valore (o, per meglio dire, la speranza di un valore) che esso poteva ritrovare solo attraverso il suo ridimensionamento nel confronto con l’inconscio.

Più in generale si può affermare che il movimento psicoanalitico per diversi decenni ha profondamente influenzato il mondo occidentale entro il quale era nato e si è sviluppato. Non solo per ciò che riguarda il confronto con la repressione della vita istintiva e con l’ipocrisia dei valori borghesi patriarcali.

Nel 1948, poco dopo il termine della seconda guerra mondiale, l’Unesco scrisse ai Presidenti delle tre maggiori associazioni psicoanalitiche, freudiana, junghiana e kleiniana, per chiedere loro di formulare un qualche programma, consigli e proposte, dal punto di vista psicologico, che potessero aiutare a evitare nuove catastrofi, a persuadere gli uomini a vivere in pace. Naturalmente le risposte a quella richiesta, che oggi ci appare ingenua, fecero notare che la psicoanalisi, nei casi in cui ha successo, lo ha a livello individuale. L’episodio tuttavia dimostra il grande prestigio di cui godevano le psicologie del profondo.

La seconda metà del Novecento, quasi fino agli anni Novanta, è stata caratterizzata dal diffondersi della psicoanalisi in tutto il mondo, dall’aumento del numero degli psicoanalisti (anche se forse minore di quello che i non addetti ai lavori possono immaginare, visto che si tratta di una cifra totale che oggi è vicina alle ventimila unità, comprensiva delle diverse scuole) e dall’aumento, questo sì esponenziale, degli psicologi di ogni tipo di orientamento che comunque hanno una qualche conoscenza di tipo psicoanalitico.

È molto difficile sintetizzare quelli che sono stati in quel periodo i principali approfondimenti e mutamenti di tipo teorico che hanno influenzato la prassi analitica. Forse se ne possono indicare tre. La sottolineatura, rispetto agli inizi di Freud, della importanza della figura materna (e della primissima infanzia) nello sviluppo psicologico. Il passaggio dal primato della pulsione a quello dell’oggetto su cui si dirige la pulsione stessa, e cioè l’importanza della relazione, sia essa erotica o aggressiva. Infine la minor sottolineatura dell’interpretazione a favore della capacità di ricostruire una “narrazione” interiore, vista come possibilità di dare un significato al proprio vivere.

I mutamenti della psicoanalisi si sono accompagnati a mutamenti della società e, quindi, dei pazienti: in particolare i “nuovi” pazienti affetti soprattutto da patologie di tipo narcisistico, parallelamente alla scomparsa delle nevrosi “tradizionali”. Dall’inizio del XXI secolo, tuttavia, la psicoanalisi si è trovata in una situazione ancora più nuova.

Se fino ad allora la maggiore e diversa attenzione alla vita interiore che la psicoanalisi aveva favorito, aveva esercitato la sua influenza sulla società, accadeva ora il contrario. I mutamenti sociali che vanno sotto il nome di rivoluzione informatica, proprio perché sono mutamenti che hanno influenzato il modo che le persone hanno di mettersi in relazione tra loro, fanno sentire tutto il loro peso.

Probabilmente, nel mondo in cui viviamo oggi, c’è una sinergia tra la rivoluzione informatica, con i suoi corollari di efficienza, sinteticità, massificazione, e la crisi economica che ha colpito le classi medie della società occidentale proprio nel momento in cui l’importanza del denaro appare come il valore unico. In definitiva, si potrebbe dire, non c’è tempo e non ci sono soldi per dedicarsi alla psicoanalisi. Tanto più per chi cerca conforto negli psicofarmaci, sconosciuti al tempo di Freud.

Eppure sappiamo che le persone che chiedono aiuto psicologico sono oggi molto più numerose che in passato. Che questo aiuto, anche se non è dato da uno psicoanalista in senso stretto, è comunque il frutto, almeno in buona parte, di una educazione psicoanalitica del terapeuta. E che, d’altra parte, le psicoterapie, anche quelle effettuate da psicoanalisti, hanno dovuto adeguare le regole del setting alle mutate condizioni sociali, a iniziare dal mutamento più visibile che consiste nella riduzione del numero di sedute settimanali.

Il problema, allora, è domandarsi se e in che misura l’analisi come è praticata oggi mantenga il suo valore. Assomiglia ancora a quella di un secolo fa? A mio parere le risposte sono entrambe affermative. Uno studioso di storia della psicoanalisi, Eli Zaretsky, scrive che nella psicoanalisi ciò che dobbiamo salvare non è tanto una modalità di trattamento, ma «un insieme di idee di fondo […] il fatto che ciascun individuo possiede un mondo interiore […] in gran parte inconscio […] e che le relazioni di ciascun individuo con gli altri […] sono permeate dalle immagini e dai desideri di quel mondo inconscio […] Che, sul piano psicologico, il diventare un uomo o una donna è l’esito di un processo singolare e precario […] Che esiste, in ultima analisi, un divario irriducibile tra la vita intrapsichica degli individui e il mondo culturale, sociale e politico nel quale essi per il resto conducono la loro esistenza […]». La psicoanalisi, secondo Zaretsky, ha avuto e ha essenzialmente il ruolo e il merito di «proteggere l’idea e la pratica della vita personale».

Si può citare anche il Trattato di Psicoanalisi del 1988, edito da Cortina, in cui Enzo Funari afferma che «A ben guardare la “scoperta” di Freud … consiste nella definizione di un dispositivo che crea condizioni di osservazione sistematica in uno specifico clima di ascolto…».

Se le condizioni teoriche e pratiche a cui si riferiscono questi autori sono rispettate, la psicoanalisi mantiene tutto il suo valore. La “fine dei viaggi” riguarda allora la fine di un modello che potremmo chiamare eroico e, più in generale, la fine delle certezze morali della modernità. Ed è proprio questa incertezza e questa perdita ciò che porta ancora molti a chiedere di iniziare un’analisi. Lo psicoanalista cerca faticosamente insieme al suo paziente la strada adatta per lui e può solo tenere presente quello che dice Zygmunt Bauman, «credo che la frustrazione della certezza rappresenti un guadagno per la morale».