La scienza certifica e assolutizza il senso comune? Precipiteremo nel nulla?

L’idea della fine dell’universo, del nulla assoluto rappresenta una sfida molto più grande per il nostro pensiero rispetto alla rappresentazione di che cosa accadrà dopo la nostra morte. L’opera titanica di Emanuele Severino riconduce il non senso del nihilismo non all’oggetto, ma al soggetto che, nella storia dell’Occidente, ha sempre pensato il divenire dell’ente come l’uscire dal niente e il rientrarvi.

di Claudio Tugnoli

In un articolo recente Massimiliano Parente affronta il tema del rapporto tra scienza e letteratura. Nella maggior parte dei casi, scrive l’autore, la letteratura, anche del tempo presente, elabora o dà per scontate visioni del mondo, della storia e della realtà che non tengono assolutamente conto dei risultati della ricerca scientifica. La letteratura non mette quasi mai in conto che gli esseri umani sono fatti di materia, che a sua volta consiste in atomi formati miliardi di anni or sono in qualche supernova. Gli esseri viventi sono destinati a finire nel caos, per poi dare vita a nuovi esseri, sorti dalle spoglie dei precedenti individui dissolti. Così tutti i popoli del mondo hanno avvertito il carattere spaventoso della cieca impersonalità della materia e quindi hanno inventato anime, fantasmi, spiriti, e processi che, come la reincarnazione, permettessero di individuare un ordine e un filo conduttore nel caos.

Si possono già opporre due obiezioni. La prima riguarda l’assolutizzazione della scienza, presentata come la sola vera unica fonte della verità relativa al mondo e al destino dei suoi abitatori: un dogmatismo scientista smentito dalla stessa storia della scienza e dalle sue interminabili controversie. Ora ad esempio è in corso la caccia alla struttura interna dei quark e dei leptoni. La seconda è una questione interna alla scienza e riguarda le costanti e tutto ciò che è considerato invariabile in natura. Da qualche tempo gli scienziati si pongono il difficile problema di stabilire, ad esempio, se e in che misura costanti come la velocità della luce possano variare nel tempo e/o nello spazio. Negli ultimi anni i ricercatori si sono dimostrati sempre più inclini a ipotizzare l’esistenza della materia oscura, che sarebbe mossa al suo interno da forze sconosciute, ma diverse da quelle che agiscono nella materia ordinaria, che occupa peraltro una porzione minoritaria rispetto alla prima. Chi cerca verità e certezza nelle “scienze dure” non può che rimanere deluso: non perché la scienza faccia cadere le illusioni protettive e le certezze rassicuranti della tradizione, ma semplicemente perché obbliga a mantenere sempre sub judice qualsiasi credenza, compresa la fede scientista. Edoardo Boncinelli nel suo ultimo libro indaga le ragioni biologiche e sociali che sono all’origine del sacro nelle società arcaiche, ancora dominate dall’irrazionale, augurandosi tuttavia che la distruzione degli idoli prosegua, fino a ridurre al minimo, se non ad abolire, l’irrazionale della fede che ci rende stupidi. Ma gli strali lanciati contro la fede e il sacro fanno sorridere: abbiamo forse qualche prova scientifica definitiva di una sola proposizione della scienza? E se non l’abbiamo, che cosa spinge lo scienziato a pronunciarsi in modo categorico sui grandi temi della filosofia e della religione se non una fortissima, incrollabile fede nei poteri “soprannaturali” della scienza stessa?

Parente sostiene invece che la scienza ha smantellato ogni forma di illusione consolatoria e mitologica dell’immortalità. E che questa consapevolezza ha trascinato con sé mutamenti radicali dell’arte, trasformata così in ancilla scientiarum come per secoli è stata ancilla theologiae. Questa trasformazione si renderebbe evidente nel primo Novecento, quando l’arte avverte il bisogno di riprodurre l’immagine di una realtà caotica e priva di senso, ispirandosi ai risultati dell’indagine scientifica. In particolare Marcel Duchamp sarebbe l’emblema di questa irruzione nell’arte dell’oggetto senza significato che proviene dalla scienza. Duchamp voleva un’arte capace di pensare, non ne voleva più sapere di dipingere rappresentando una visione retinica superficiale delle forme del mondo, prive di significato sul piano scientifico. Per Duchamp qualsiasi oggetto scelto dall’artista poteva diventare un’opera d’arte. Tutto è arte (prendete un asse da stiro ed esponetelo in un museo) e niente lo è (prendete un Rembrandt e usatelo come asse da stiro). Le cose sono in se stesse indifferenti e refrattarie a qualsiasi significato preordinato che possa essere loro imposto. Indifferenza rispetto a ogni invenzione di senso, significato, direzione, scopo, da parte degli esseri umani. Molti artisti seguirono l’esempio di Duchamp, perché ritenevano che l’arte non potesse più fare finta di niente. E così sono apparsi oggetti in stridente contrasto con l’arte tradizionale e volutamente indifferenti a ogni codice di senso, veri e propri buchi neri che negano e inghiottono qualsiasi forma o proposta di ordine: «Le pattumiere di Arman, i rottami arrugginiti di Tinguely, le feci inscatolate di Manzoni, i sacchi di Burri, i rimasugli di cibo di Spoerri, i cadaveri di Serrano, fino ai recenti animali sezionati da Damien Hirst». Non si assiste alla mera scomparsa della figura umana dall’arte; scompare invece la centralità dell’uomo, qualsiasi prospettiva umana, antropocentrica, di leggere la realtà alla luce di un ordine superiore. L’arte sente il dovere di mandare al macero ogni illusione e orpello, ogni pretesa dell’esistenza di un ordine. Succube del dispotismo ermeneutico della scienza, l’arte aderisce alla concezione di una materia inerte, di cui tutti gli esseri, viventi e non viventi, sono solo epifenomeni transeunti.

Partendo dal presupposto della scienza come luogo della verità e della certezza assolute, Parente si rammarica che non tutta l’arte abbia aggiornato la propria intuizione della realtà delle cose. La visione scientifica della storia della terra, i risultati acquisiti non hanno scalfito, tranne che in rari casi, la tendenza mistica a indicare un qualche al di là, una trascendenza, un significato che si potesse attribuire alla materia oscura. «La consapevolezza di essere un piccolo pianeta tra miliardi di stelle, tra centinaia di miliardi di galassie, in un universo in espansione destinato a raffreddarsi; la scoperta raccapricciante e provata di essere mammiferi sullo stesso piano di altri animali, generati da un’evoluzione senza scopo, non ha impedito agli scrittori di vivere in una trascendenza dorata e fuori tempo massimo». Insomma il romanzo, a differenza delle altre forme artistiche, non si è allineato, ha disdegnato di partecipare al lugubre rituale della Chiesa nichilista.

È molto difficile, commenta Parente, trovare uno scrittore che, nonostante abbia compreso e trasferito nella sua pagina la consapevolezza della crisi intervenuta nel sapere classico, abbia poi fondato il senso dell’assurdo su dati ed elementi scientifici. Ma tranne che nel caso di Proust, scrittori importanti come Carlo Emilio Gadda, Samuel Beckett, Albert Camus, hanno elaborato consapevolmente una crisi interna al pensiero umanistico-filosofico. Il romanzo, come macchina della menzogna, non avrebbe più ragion d’essere, rispetto al vero senso del mondo senza senso, in virtù del fatto che ogni cosa tende al disordine, non solo materiale, ma anche morale e filosofico? Nei romanzi di solito si giunge alla resa dei conti, i problemi si risolvono, gli eventi si raccolgono in una trama significativa, ma nella realtà non è così. Nei suoi romanzi McEwan racconta situazioni apparentemente normali, di vita quotidiana, dove però capita un minimo incidente che fa precipitare nel caos tutti gli eventi. Il che dimostra che le forme di vita dell’universo sono trattenute provvisoriamente nella loro modalità di esistenza da un enorme spreco di energia vitale. Parente ragiona qui come se la materia fosse di per sé inerte e destinata a rimanere tale da una specie di pigrizia ontologica, se non fosse per una carica energetica esterna che, a fatica e in modo discontinuo, sollecita e fa perdurare nuove aggregazioni. L’esperienza dell’insignificanza e dell’assurdo è facile: se allontaniamo gli oggetti dal loro contesto abituale e li dissociamo dal rapporto con la persona che li possiede, essi diventano una paccottiglia disgustosa o indifferente.

Parente conclude il suo articolo alludendo alla morte termica dell’universo di cui parla la scienza, dando per scontata la verità assoluta di questa teoria. Certamente l’idea della fine dell’universo, del nulla assoluto rappresenta una sfida molto più grande per il nostro pensiero rispetto alla rappresentazione di che cosa accadrà dopo la nostra morte. Immaginare di percepire qualcosa che non potremo in realtà percepire è già di per sé problematico e contraddittorio. Ma ancora più insostenibile e drammaticamente agghiacciante è immaginare il nulla che conseguirà alla fine assoluta dell’intero universo, perché la memoria di ciò che è stato prima, non potrà essere recuperata e fatta persistere da alcun testimone. Quando l’universo finirà, «ci sarà un giorno, che non sarà un giorno per nessuno, in nessun luogo dello spazio, in cui niente sarà mai stato. Tutto ciò è incredibilmente meraviglioso, infinitamente commovente, e anche profondamente terrificante». E tuttavia, tale ipotesi non può che ammutolirci. Immaginare la fine dell’universo significa mettere fine a se stessi senza alcuna possibilità di riscatto, di ritorno e di ripresa. Significa immaginare non solo l’oblio di chi è stato, ma anche l’oblio dell’oblio, vale a dire l’impossibilità di concepire il venir meno di ogni memoria, l’assenza e il vuoto assoluti. Ma l’inconcepibile potrà mai accadere? Non è anche questo inconcepibile un perfetto irrazionale accolto tra gli applausi solo perché viene da “sinistra”, cioè dalla scienza?

Per riprenderci dal thaumastòn del nulla che nullifica, potremmo ricordare a Parente che in realtà non ci sono prove del fatto che le cose si dissolvono nel nulla per il solo fatto che a un certo punto scompaiono alla nostra vista. L’opera titanica di Emanuele Severino riconduce il non senso del nihilismo non all’oggetto, ma al soggetto che, nella storia dell’Occidente, ha sempre pensato il divenire dell’ente come l’uscire dal niente e il rientrarvi. Non possiamo dire che le cose vengono annientate, ma solo che appaiono in forme diverse o che il loro apparire è per qualche tempo sospeso. La scienza commette lo stesso errore, riflettendo l’aberrazione del senso comune, per cui l’ente è niente in quanto destinato a diventare niente. Infine, per concepire la fine assoluta dell’universo − quel nulla di cui nessuno sarebbe testimone − dovremmo presupporre un supertestimone inviolabile e del tutto immune dalla dissoluzione. Potremmo insinuare che quel Testimone d’eccezione non sopporterebbe il vuoto privo di senso o il caos e farebbe di tutto per porvi rimedio. L’uomo nel corso della storia ha sempre operato con la forte convinzione che le opere della sua vita, dai figli al prodotto dell’attività intellettuale, gli avrebbero consentito di sopravvivere alla sua stessa morte e, in qualche misura, di immortalarsi. Lo ha fatto solo per contraddire la propria persuasione che gli enti sono niente oppure per confermare che ogni cosa che facciamo è eterna e quindi vale la pena dedicarsi all’opera di maggior valore possibile per la vita degli esseri umani?