La magica e sublime armonia del Jazz

Il debutto della black music nella settima arte avviene a New York la sera del 6 ottobre 1927 con la proiezione in anteprima mondiale de Il cantante di jazz di Alan Crosland. Pellicola che segna la data di nascita del cinema sonoro e il punto di partenza per il diffondersi sul grande schermo delle note a briglie sciolte inventate dall’effervescente talento dei musicisti di colore. Da Benny Goodman a Lione Hampton al grande Luis Armstrong e Miles Davis. Anche il cinema d’animazione ha usufruito della black music a partire dalla funambolica esibizione al piano di Mickey Mouse in The Jazz Fool (1929)

di Giuseppe Colangelo

Per leggere anche nei film il passaggio dalla standardizzazione espressiva dello swing craze alla ribellione che agli inizi degli anni Quaranta dà origine al bebop e, di conseguenza alle successive evoluzioni, va preso in considerazione il carattere binario del legame tra cinema e musica afroamericana. Sodalizio che da un lato vede il jazz soltanto come accompagnamento sonoro, mentre dall’altro, attraverso la rivisitazione di momenti chiave della sua affermazione o di ritratti significativi di alcune figure che hanno scritto la sua storia, è protagonista pure del racconto. Così, per quanto concerne il largo impiego del jazz nella colonna sonora, i momenti più alti si raggiungono in opere come Ascensore per il patibolo (1957) di Louis Malle, dove il compito di armonizzare il gioco di musica e immagini è affidato al talento, agli assolo e ai virtuosismi di Miles Davis, o The Hot Spot – Il posto caldo (1990) di Dennis Hopper, in cui, tra gli altri, spiccano i pregevoli interventi di J. Lee Hoker e Miles Davis. Ma è con l’uscita nelle sale di opere interamente dedicate ai suoi interpreti più significativi che questo genere musicale raggiunge anche i meno appassionati, come nel caso di The Fabulous Dorseys (1947) di Alfred E. Green. Rivisitazione romanzata dell’esperienza umana e artistica dei famosi fratelli Tommy e Jimmy Dorsey, i quali abilmente truccati interpretano loro stessi com’erano vent’anni prima. Per non parlare delle due struggenti riletture storico-biografiche di Bud Powell e Charlie Parker, Round Midnight – A mezzanotte circa (1986) diretto da Bertrand Tavernier e Bird (1988) del sempre bravo Clint Eastwood.

Tuttavia, fra i primi titoli degni di nota e con un cast di soli attori di colore, si distingue Hallelujah (1929) di King Vidor. Affresco della vita nei campi di cotone del Sud, il cui accompagnamento musicale è caratterizzato in gran parte da spirituals e worksongs e da alcune eccellenti performance jazzistiche di Nina McKinney e della cantante blues Victoria Spivey. Contemporaneamente, però, sul finire degli anni Venti aziende come la Vitaphone, produttrice di sistemi sonori per il cinema, rafforzano la loro immagine realizzando brevi filmati musicali come quello diretto nel 1929 da Red Nichols, con Eddie Condon e Pee Wee Russell, o come Back and Tan (1929) di Dudley Murphy, con l’orchestra di Duke Ellington, e St. Louis Blues (1929) di Allen Raisner, in cui appare per la prima e unica volta sullo schermo la grande Bessie Smith. Fenomeno, quello degli short, che dura a lungo e vede il suo sbocco naturale verso la metà degli anni Trenta quando le major cominciano a ingaggiare le orchestre per partecipare alle commedie musicali più in voga al cinema. Ne sono un esempio Hollywood Hotel (1937) di Busby Berkeley, dove spiccano le performance di Benny Goodman e dei suoi musicisti, e Follie di jazz (1941) di Harry C. Potter che impiega l’ensamble diretta da Artie Shaw. Molto particolare, inoltre, Venere e il professore (1948) di Howard Hawks in cui Danny Kaye, durante la sua indagine sulla storia della musica americana, s’imbatte in locali frequentati, tra gli altri, da personalità del calibro di Lionel Hampton e Armstromg, mentre Benny Goodman compare nelle vesti di un professore in grado di svolazzare dalla musica classica alle più ardite improvvisazioni jazzistiche.

Da ricordare, infine, L’uomo dal braccio d’oro (1955) di Otto Preminger, che vanta la prima partitura jazz scritta interamente per un film, e gli ultimi due affreschi realizzati da grandissimi maestri della storia del cinema: si tratta degli splendidi documentari Dal Mali al Mississippi (2002) di Martin Scorsese e The Blues – L’anima di un uomo (2003) di Wim Wenders. Scrupolose rivisitazioni della storia degli ineguagliabili protagonisti di questo straordinario genere espressivo. A cui si aggiunge il meritevole contributo di Piano, Solo (2007) diretto da Riccardo Milani, lungometraggio che riporta all’attenzione del pubblico la figura di Luca Flores, uno dei grandi talenti del jazz italiano prematuramente scomparso.

Un discorso a parte merita il sentiero tracciato dal cinema d’animazione. Con la funambolica esibizione al piano di Mickey Mouse in The Jazz Fool (1929) di Walt Disney, proiettato in testa alla pellicola Il re del jazz (1930) di Murray Anderson, e le ammiccanti movenze della divina Betty Boop in Minnie the Moocher (1932) di Dave e Max Fleischer, la black music seduce anche il mondo dei cartoon, che fin dagli anni Trenta realizza una serie di short in cui compaiono, a volte in modo caricaturale, alcune stelle di questo genere musicale. Fra i primi a portare sullo schermo jazzisti di carta e inchiostro sono Rudolf Ising e Hugh Harman i quali in Swing Wedding (1937), titolo della serie Happy Harmonies della MGM, rappresentano come buffi ranocchi artisti del calibro di Louis Amstrong, Cab Calloway, Fats Waller e il ballerino Bill Robinson. Poi è la volta, fra gli altri, del geniale Tex Avery, il quale in Uncle Tom’s Cabana (1947) imposta la storia sulla tradizione orale afro-americana e adegua le immagini al tono di incredulità che ne deriva, inserendo una sequenza in cui lo Zio Tom si cimenta al pianoforte con tanto di sigaro e bombetta. Mentre in Dixieland Droopy (1954) il mitico cagnolone scaturito dalla sua fervida matita suona in continuazione un disco dixieland, suscitando l’ira dell’intero vicinato.

Opere di autori importanti sui quali però si riversano non poche polemiche e dure accuse di razzismo, dato il carattere antropomorfo dei loro personaggi.

Pesanti insinuazioni superate definitivamente solo in anni recenti ma che all’epoca scatenano gli strali censori su altri cartoon più o meno simili i quali vedono al centro del plot protagonisti di colore. Fra gli short più discussi spiccano gli undici titoli dal respiro jazzistico inseriti nella famosa «The Censored 11», lista la quale comprende film dei Looney Tunes e dei Merrie Melodies prodotti dalla Warner Bros. Ma, prima di vedere finalmente all’opera un’intera jazz band in un lungometraggio a cartoni animati, bisogna attendere lo scatenato ed eterogeneo quintetto degli Scarr Cat protagonisti in Gli aristogatti (1970) di Wolfgang Reitherman.

Il felice incontro, dunque, tra cinema e jazz, per dirla con le parole di Lino Patruno, è il frutto anche di una radice che li accomuna poiché: «… così come il cinema deriva dal teatro usando mezzi differenti, il jazz deriva dalla musica, ma usa un linguaggio profondamente diverso in cui gli unici veri artisti non sono i compositori bensì gli esecutori che attraverso l’improvvisazione, l’inventiva, lo swing, il feeling, sono riusciti a creare una grande arte musicale.»