Il romanzo della provincia americana

Autori come Kent Haruf, Breece D’J Pancake, Jim Harrison, Nicholas Butler, Catherine Mavrikakis e Joe Bageant raccontano quell’America lontana dalle luci scintillanti delle grandi metropoli come New York. È stata definita nuova letteratura ‘rurale’ proprio perché descrive le vite di chi abita nelle aree depresse dell’West Virginia o in piccoli paesi che sono solo un punto sulla carta geografica e dove c’è chi vorrebbe sostituire la Carta Costituzionale con la Bibbia.

di Daniela Muti

Proprio alcuni mesi fa la casa editrice NN ha pubblicato, con l’ottima traduzione di Fabio Cremonesi, Crepuscolo che, dopo Canto della pianura e Benedizione, va a completare Trilogia della Pianura di Kent Haruf (1943-2014), uno degli scrittori che meglio ha saputo cogliere e descrivere lo spirito e gli umori di quella provincia americana, profonda e sconosciuta che vive miglia e miglia lontana dalle luci scintillanti delle grandi metropoli e che l’autore, figlio di un pastore metodista di Pueblo Colorado, ha trasfuso mirabilmente nelle pagine di tutti i suoi romanzi. Il Colorado, infatti, occupa una parte enorme nella scrittura di Haruf: si riempie della natura sconsolata di deserti vuoti, delle vite insignificanti di uomini e donne che abitano la piccola città di Holt. Holt che non esiste, eppure è così reale da prendere corpo, pagina dopo pagina, diventare familiare, grazie alla voce andante, quieta e luminosa di Haruf. L’autore che ha vissuto la maggior parte della sua vita in Colorado, prima lavorando nelle fattorie, poi come infermiere in un centro di igiene mentale e ancora come carpentiere, posa costantemente gli occhi sull’America in cui è cresciuto e che ogni volta riscrive e descrive, senza mai correre il rischio di stancare. Holt, un puntino sulla carta geografica di tale irrilevanza da considerarsi neppure un luogo di passaggio, piuttosto da superare senza fermarsi. Un piccolo, desolato angolo di mondo dove la mentalità della gente è quella di una volta, e il tempo scorre immobile tra funzioni in chiesa, l’allevamento di cavalli e bovini, veri e propri trattati di coltivazione.

Eppure c’è tutta una vita scandita con sincerità nei suoi personaggi, tenuta insieme dalla costante geografica: il deserto, Denver, la solitudine di spazi sconfinati e la sovrastante presenza di Holt attraversata dalla Main Street, con i suoi negozi e cafè, e la stazione dove i treni fermano solo per pochi minuti, giusto il tempo di consentire a due o tre passeggeri di salire o scendere.

Nella Trilogia si rappresenta, per voce dell’autore, un paese sconosciuto ai più, o ignorato, che se non viene giudicato, lascia indifferenti, eppure Haruf ce lo mostra senza mai alzare la voce, con una delicatezza ed onestà che lascia affascinati.

La sua opera richiama quella di Jim Harrison, (1938-2016) lo scrittore-poeta da poco scomparso. Il bardo dalla voce tuonante e l’occhio sinistro cieco per un incidente di caccia, scrittore- gourmand, pioniere della letteratura legata al food.

Harrison è autore dallo stile leggero eppure tagliente nel descrivere la brutalità della vita sulle Montagne Rocciose ai tempi della prima Guerra Mondiale; le sue storie sono ambientate nelle regioni più spopolate e selvagge del NordAmerica, lontane da tutto. Il Nebraska, come la penisola del Michigan, dove era nato, le montagne del Montana, i territori di confine tra Messico e Arizona. L’America di Harrison respira attraverso le solitudini delle sterminate praterie e dei boschi, si nutre di piccole storie, fatte apparentemente di nulla, dello scenario irresistibile e poetico di una notte lungo la statale 80 dell’Iowa, di miglia e miglia percorse in auto tra campi assolati di granoturco e i silos di legno e cemento in lontananza.

Dopo il romanzo d’esordio, Lupo, pubblicato nel 1971, ne sono seguiti molti altri divenuti dei classici: tra i suoi più famosi Un buon giorno per morire (1973), Vento di passioni (1979), Dalva (1988) La strada verso casa (1998).

Con Harrison e Haruf è la grande tradizione di letteratura americana “rurale”che riaffora e continua. Voltando lo sguardo indietro la si può ripercorrere come su una mappa geografica: l’Ohio di Sherwood Anderson, il Missippi di William Faulkner, la Louisiana di Truman Capote, l’Indiana di Kurt Vonnegut, e ancora il Nord dello Stato di New York di Joyce Carol Oates. Ma è in questa letteratura più recente che si riesce a cogliere da vicino l’umore afoso dei cafè lungo le statali, la solitudine delle fattorie in mezzo ai campi coltivati, l’allegria alcolica del sabato sera in birreria.

Trilobiti

Da scoprire o riscoprire è anche il paesaggio desolato e selvaggio dell’America minore sullo sfondo della prosa spietata e inconsolabile di Breece D’J Pancake, (1952-1979) morto suicida a ventisei anni. Trilobiti è il primo di dodici racconti ambientati in un’area depressa del West Virginia. L’autore al suo esordio, in quei luoghi, c’era nato, vi si identificava intensamente. La sua prosa asciutta, compatta che nella definizione di Joyce Carol Oates «si è tentati di paragonare al primo Hemingway», non ha però del grande scrittore l’eroismo. Il giovane Pancake trasferisce sulla pagina una forza evocativa che può piuttosto far pensare a Carver o ancora più in là ai toni sommessi e dolenti di Tom Waits.

Il suo paesaggio rurale, tra miniere e fattorie in lento disfacimento, non ha la pacatezza di quello di Haruf, nè lo spirito epico di Harrison, è brutale e inquietante. Lo popolano uomini alle prese con un destino immobile, privo di orizzonti, che il giovane Pancake tratteggia con una scrittura maniacalmente feroce e distaccata insieme. Ogni racconto parte da una vicenda minima, una fermata al terminal di un autobus, fiere del bestiame, una camminata in montagna ma finisce sempre per sfociare in sentimenti universali. Ed è questo che lo rende grande. Di lui Kurt Vonnegut ha detto: «Su Breece D’J Pancake ti dò la mia parola d’onore che si tratta semplicemente del più grande scrittore, dello scrittore più sincero che io abbia mai letto. Quello che temo è che questo gli abbia procurato troppo dolore, non c’è nessun divertimento a essere così bravi». Un esordio folgorante e insieme un testamento.

Come molte raccolte postume Trilobiti risulta inevitabilmente disomogeneo, perchè l’autore non visse abbastanza per organizzare al meglio il suo materiale, ma persino i racconti più deboli hanno in sè qualcosa di tragico e definitivo, di ossessivo e vulnerabile come se ogni istante vi fosse fermato, si facesse assoluto, eterno.

America oggi

C’è anche una nuova generazione di autori che s’affaccia su quest’America ruvida e provinciale, con la voglia di raccontarla. Trascura i salotti newyorkesi, le scenografie e i plot metropolitani per tornare a quel paese sperduto, sonnolento, spesso illetterato, che si può incontrare solo percorrendo in auto miglia e miglia di statali punteggiate da sperduti “Bagdad Cafè”.

Senza dimenticare la linea tracciata da Haruf, Harrison e Pancake, e prima ancora da tutti i grandi che li hanno preceduti, questi scrittori scrivono con gli occhi di oggi. E raccontano a modo loro di centri abitati di cui nessuno sa niente, di partite a biliardo e juke box, di quegli invisibili, bigotti e xenofobi bevitori di birra che sembrano uscire da un film dei fratelli Coen o cavalcare la morale ipocrita delle campagne dell’Iowa di Clint Eastwood.

Se quello che Nickolas Butler (1979) evoca nel suo romanzo d’esordio Shotgun lovesongs e nella raccolta di racconti Beneath the Bonfire è il ritratto di una vita semplice in un angolo sperduto del Wisconsin: con i suoi silenzi sugli onnipresenti campi di grano, le foreste decidue, le colline gibbose e il freddo a lama di coltello, i giorni troppo corti, e la neve, la neve, la scrittrice franco-greca-canadese Catherine Mavrikakis (1961), con Gli ultimi giorni di Smokey Nelson scardina l’apparente tranquillità dei sobborghi riportando alla luce un efferato delitto. Un magnifico romanzo corale pieno di furia ed emozione che racconta di microcomunità alla deriva, di ingiustizia e di vergogna.

Con La Bibbia e il fucile, uno spaventoso ritratto a metà tra saggio e racconto, Joe Bageant (1946-2011) nato nel cuore del Sud povero, la Virginia, rievoca l’America guerrafondaia, fanatica e ultra conservatrice che vota repubblicano, e che emerge dall’anonimato solo per cruenti fatti di cronaca. È la stessa America “evangelica” che vorrebbe cancellare la Costituzione e istituire la legge della Bibbia cioè le norme del Vecchio testamento. Che giudica “comunista” la timida riforna sanitaria lanciata da Barack Obama e che si batte perchè non ci siano restrizioni alla vendita di armi, anche da guerra.

Ci si può chiedere allora: qual’è la vera America? La grande potenza che influenza e condiziona i mercati nel mondo, che è all’avanguardia in scienza e tecnologia, abita i grattacieli di una smagliante Manhattan, o questa, dove una massa inerte vive cristallizzata, sorretta da disperati desideri a breve termine e sembra risvegliarsi unicamente se toccata da eventi drammatici.

Il mito americano è morto, ma non il grande affresco che l’America ancora compone, racchiudendo in sè gli estremi del grande e del piccolo, del bello e del brutto, tutte le sue contraddizioni.

Bibliografia

Kent Haruf
Canto della pianura
NN
pp 301, € 18,00

Benedizione
NN
pp.275, €17,00

Crepuscolo
NN
pp. 315, euro 18,00

Breece D’J Pancake
Trilobiti
Minimum fax
pp. 191, €16,00

Jim Harrison
Lupo
Baldini&Castoldi
pp.82, €8,50

Ritorno sulla terra
Rizzoli
pp. 98, €18,50

Nicholas Butler
Shotgun lovesongs
Marsilio
pp.317, €15,30

Beneath the Bonfire
Thomas Dunne Books
pp. 256, $ 3.91

Catherine Mavrikakis
Gli ultimi giorni di Smokey Nelson
Keller
pp. 120, euro 14,02 .

Joe Bageant
La Bibbia e il fucile
Bruno Mondadori
pp.230, euro 9,72