Il Flâneur – Milano.

Rubriche/Il Flâneur

È tutto un fiorire di belle lettere attorno a Milano. Se andassi indietro negli anni (non troppo ovviamente) non troverei altrettanta esuberanza di attenzione attorno alla mia città (mi sento in dovere di ricordare almeno un bellissimo e amarissimo libro di Corrado Stajano, La città degli untori, pubblicato da Garzanti nel 2009). Tralascio colpevolmente i “gialli”, anche se a sentire la pubblicità è davvero giallomania d’ambientazione meneghina. Tralascio “colpevolmente”, perché non ho mai condiviso la logica molto “vecchia accademia” che distingueva tra “generi” e “sottogeneri”: i “gialli” d’ogni epoca ci hanno regalato pagine memorabili e scorci d’alta sociologia. Comunque, non ho mai letto il milanesissimo Renato Olivieri, che mi dicono “molto bello”, ho letto qualcosa di Dario Crapanzano (Arrigoni e il caso di piazzale Loreto: intreccio che tiene, molto colore). Non conosco altro. Invece ho letto tre libri apparsi quasi in contemporanea: in ordine di tempo, Filovia di Giancarlo Consonni (Einaudi), Passaggio a nord-ovest di Gianni Biondillo (Terre di mezzo), Un’educazione milanese di Alberto Rollo (Manni). Una raccolta di poesie, il resoconto di un viaggio metropolitano, un romanzo-saggio di formazione dall’infanzia all’università. Non pretendo di recensirli. Dirò solo che sono belli e che sono vicini per lo sguardo che rivolgono alla città: appassionato, curioso, originale, per niente consumistico, partecipe, per capire qualche cosa di una realtà, oltre la superficie dolciastra, oltre la risorgente “Milano da bere” post Expo. Sono libri che mi parlano. Trascrivo i pochi versi di Filovia (che dà il titolo alla raccolta): «La 90 abbraccia la città,/ leggo in pace.// Non c’è il mare?/ Ci sono tutte le lingue del mondo». Quante volte mi sono imbarcato sulla 90 e quante volte mi sono sentito sommerso dalle acque di un oceano universale? Mi sarebbe piaciuto scrivere della 90, di quell’apartheid spontaneo che divide italiani anziani in testa, colf filippine e commercianti cinesi più qualche senegalese più il sottoscritto al centro, marocchini o egiziani in coda. Mi sarebbe piaciuto scrivere anche dell’occasione in cui l’anziana milanese, chiedendo di una sconosciuta via si sentì rispondere in modo assai incerto dalle sue connazionali e invece con precisione millimetrica e in lingua perfetta da un giovane pachistano (o afghano?). Ma è il tram, lento e sicuro, il mezzo di trasporto che prediligo. Spesso, sul mio “16”, quello doppio, ho pensato di raggiungere il capolinea per scoprire “Monte Velino”, mai raggiunto. Che cosa sarà “Monte Velino”? Ci andrò. “Tram” di Giancarlo Consonni: “Se sbaglio tram/ non fa niente/ vado fino al capolinea/ tengo compagnia al conducente”.

Con Gianni Biondillo, architetto, e con Alberto Rollo condivido le estenuanti camminate per osservare il passato e il presente, le fabbriche e l’architettura, i razionalisti, Terragni, Bottoni, Lingeri, Pollini… e l’Art Nouveau, Porta Venezia e Lorenteggio. Il “passaggio a nord ovest” è uno dei miei tragitti preferiti (ci accompagno gli amici foresti): la Triennale, corso Sempione, i quartieri popolari di San Siro (quelli del fascismo e quelli del dopoguerra di fronte allo stadio), il Qt8, fino alla montagnetta, al Monte Stella, che considero uno dei più preziosi “monumenti” milanesi e che sempre risalgo fino a ritrovare un frammento di muro piastrellato (a mosaico), appartenuto a chissà quale casa demolita dalle bombe, testimonianza di una storia che ci riporta al cuore di questa città. Perché si dice che Milano è brutta? Se si pensa alle sue case e alle sue strade “nella storia”, Milano diventa inesauribile, imprescindibile. Con Alberto Rollo, che non è architetto, ma che con gli amici architetti ha consumato tante esplorazioni, condivido per ragioni d’età anche quella “educazione operaia milanese”, di cui narra e che mi rimanda a via Mac Mahon, alla Bovisa, all’Alfa Romeo (la fabbrica di “Rocco e i suoi fratelli”), ai gasometri, alla Bullona, la vecchia stazione delle Nord (Ferrovie Nord), alla solidarietà, alla speranza, alla cultura del lavoro di un tempo, che significava semplicemente – lo cito – fare, creare, sentire la fatica…

Mi piace leggere di Milano, ma mi piacerebbe anche scriverne. Mi trattengo, mi censuro, perché non saprei con quanta lucidità potrei raffigurare la nostra “età adulta”, tra bene e male, tra bello e brutto, tra grazia e sciatteria, tirare linee e concludere in bilanci, e so per certo che finirei con il tratteggiare gli aspetti deteriori, la volgarità, la superficialità, l’egoismo, rimpiangendo le virtù antiche. La nostalgia non è di grande utilità e i ritorni ci sono sempre negati. Attendo consigli.