Distillato de “Il doppio sguardo di Sophia”

di Claudio Caiata

A.
CARLA STROPPA – IL DOPPIO SGUARDO DI SOPHIA

“Siamo due, siamo uno, siamo le due facce dello specchio in cui la coscienza umana si riflette, invertendo la sinistra con la destra, la destra con la sinistra. Attraversalo questo specchio e trova la tua umana figura. Trova il tuo limite e trova la tua forza. Svegliati, metti a fuoco il tuo sguardo e che, come quello di Sophia, sia doppio. Puoi ancora farlo, ma se non lo farai morirai.”

INTRODUZIONE

Un viaggio straordinario, una spedizione speleologica nelle viscere del nostro essere, alla scoperta di ciò che muove e corrisponde. Il doppio sguardo di Sophia offre un lucido approfondimento, di Junghiana memoria, per aiutarci a ricomporre la persona che siamo, con tutte le peculiarità che la rendono unica, ma fragile e spesso in ritirata di fronte ai drammi che l’attraversano e che inevitabilmente la colgono impreparata sul palcoscenico della vita. Per sopravvivere, la sua anima – nucleo indelebile – si autoesilia, naufragando in un’isola lontana, dove trascorre l’attesa di un ritorno che le pagine del libro lasciano intravedere come possibilità concreta. Per fare ciò ci vuole un lavoro, occorre uscire dalle rotte convenzionali e imbarcarsi in un profondo processo di ricostruzione interiore. Altrimenti la realtà psichica sarà destinata a restarci estranea e a rendere la vita inquieta, tormentata, sofferente, divisa. Per seguire questo itinerario, Carla Stroppa dispiega ai nostri occhi una mappa ricca di dettagli, offrendoci al contempo la compagnia di autorevoli figure femminili – mitologiche e non – che indicano la rotta, passandosi il timone man mano che l’isola emerge all’orizzonte.

 

Le pagine scorrono tra archetipi e arte, per aiutarci a recuperare quel riverbero di eternità che la nostra anima è e che non cesserà mai di rivendicare. Rivelano un percorso non semplice, faticoso perfino, ma ineludibile se vogliamo approdare a quelle spiagge lontane, per ricomporre ferite altrimenti insanabili. Nulla andrà rimosso, ma i gorghi e le correnti impetuose che travolgono il nostro stare (male) nella realtà verranno ridimensionati, grazie al gioco speculare degli opposti che nella loro dinamica di contrapposizione e attrazione reciproca non si elideranno più. Dialogheranno, piuttosto, in movimenti circolari che se riconosciuti e accolti potranno lanciarci verso lo stadio successivo del cammino d’identificazione personale. Allora faremo pian piano ritorno a noi stessi, riacquisendo la lieta padronanza di ciò che dovevamo essere: soggetti adeguati in un mondo adeguato, dove il diabolico terminerà di autocelebrarsi a nostre spese, e non potrà più costringerci a rivivere un passato mai finito e sempre riproiettato. Qui si colloca il percorso offerto ne Il doppio sguardo di Sophia, che non è un apologia delle quote rosa, bensì il ristabilimento dell’io alla luce di una sua componente ineluttabile – quella femminile appunto – cui è propria l’arte di generare. I quattro stadi di sviluppo, sapientemente esposti, pregnano ogni essere vivente, e se assecondati nel loro progressivo maturare potranno ricondurci alla luce, al centro, con quella serenità e quell’equilibrio interiore di cui ognuno ha diritto e da cui potrà svilupparsi un mondo decisamente meno conflittuale.

 

Siamo di fronte ad un sforzo introspettivo importante, dal quale dovremmo attingere tutti per riemergere padroni di ciò che siamo, capaci di discernimento ed in grado di resistere saldamente al potere collettivo che tutto orchestra – invece – per farci fuori. Questo libro è un capolavoro, rivestito con un linguaggio raffinato, da gustarsi lentamente per farci coinvolgere in un diligente lavoro di comprensione. Chiede umiltà e pazienza, ma offre un tornaconto formidabile come consapevolezza di sé e quindi di qualità del vivere. Una vera rinascita, una chiave di lettura attraverso la contemplazione del bello che solo l’arte – la poesia, il teatro, la pittura – è in grado di avvicinare. Carla Stroppa ha tracciato una strada corredandola di una ricchezza di contenuti impressionante, dai quali tanto il femminino quanto la convivenza e l’accettazione dei poli opposti emergono come tessere cruciali di quel mosaico affascinante che è la persona.

 

B. L’anima

  1. L’anima è qualcosa di ultimamente indicibile. Essa anela sempre all’assoluto. Se non lo trova nella vita, corteggerà quello della morte. Perché la morte è un’altra forma di assoluto.
  2. Oggi è d’intralcio parlarne, ma l’anima è ineludibile, vive una tensione esistenziale. Rimuovere i bisogni profondi e la domanda di significato dell’esistenza che vive in noi, porta l’anima all’autodistruzione. Un’anima che non trova compimento si vota alla depressione. Se l’anima rinuncia alla speranza di manifestarsi (Psiche non cerca il suo Eros), l’Io si deprime, il corpo si carica di sintomi e la persona non riesce a raggiungere lo spirito.
  3. L’anima porta sempre con sé un suo lato oscuro, un suo doppio speculare. E un’anima contaminata dalla propria ombra si manifesta sempre in orrore e violenza. Trascurare il lato d’ombra è un grave errore. Occorre un doppio sguardo dell’anima, che metta a fuoco le vicissitudini dell’Io ma veda anche il ripetersi del gioco della vita e della morte.
  4. L’anima media i poli dello psichismo umano. Media tra l’Io e l’inconscio. Le sue manifestazioni sono femminee. È un’entità sovrapersonale legata al sentimento, all’intuizione profonda delle cose e allo slancio verso l’oltre. Essa ha bisogno di incarnarsi, di una casa in cui abitare. Lo fa procedendo in un continuum di esperienze e di conoscenze essenziali. Altrimenti vaga alla deriva. È in questo continuum che si districano le fasi dell’eterno femminino.
  5. Il cuore pulsante della questione è la tensione che corre tra la coscienza dell’Io e il mondo interiore, radicato nell’eterno, nella memoria del dolore. L’eterno è lì che lancia la sua sfida, si fa vivo proprio nelle fratture della psiche traumatizzata. Dal confronto tra l’Io traumatizzato e l’anima eterna si approda alla conoscenza superiore o… alla deriva.
  6. È una questione di fragili equilibri e di variabili multiple: intelligenza, passione, curiosità, talenti, occasioni d’incontri e altro ancora. Un cocktail misterioso, in cui gioca evidentemente un ruolo anche la profondità stessa del trauma. Precondizione è una relazione con l’altro innervata di calore, simpatia, memoria profonda e cultura.

 

C. Il processo individuativo di sé

  1. Si nasce con corpo e anima uniti. Dalla nascita, però, l’uomo inizia un viaggio e si muove per raggiungere l’altro da sé. Questo altro da sé è sempre il tramite necessario, prima per la sopravvivenza fisica, poi per la crescita e la definizione dei propri confini psicofisici. Infine per conoscersi e conoscere la complessità dei fenomeni, cioè per espandersi.
  2. È fondamentale poter proiettare su qualcuno di esterno il lato di luce della propria anima. Solo così sarà possibile venirne a conoscenza e al momento giusto integrarla in sé, riconoscendo il limite e l’ombra di sé e dell’altro ma anche – di sé e dell’altro – l’umanità.
  3. Avere il senso della propria identità è fondamentale per procedere nella vita. Man mano che si acquisisce coscienza di sé e del mondo, si va più o meno consciamente alla ricerca della propria ragion d’essere, del senso del proprio esserci. Se non si trova il proprio, si rimane estranei a se stessi e al mondo e si cade nella patologia.
  4. Il processo individuativo consiste quindi nel diventare ciò che si è, in una maniera aderente alla propria natura, distinti dagli altri ma con loro in rapporto. Diventiamo compiutamente noi stessi, quando scopriamo il luogo che da sempre ci aspetta.
  5. Soffermarsi alla sola persona, cioè alla maschera sociale necessaria per essere accolti dal collettivo blocca il processo individuativo. La depressione subentra, sia quando l’anima non trova compimento – sia ad uno stadio più limitato – quando non si riesce ad essere nemmeno persona.
  6. Il principio d’individuazione (la conoscenza di sé) implica resistenza contro l’esclusività della funzione collettiva, impone una differenziazione dalla psiche collettiva. Questo processo è difficile perché abbiamo un grande bisogno di appartenenza e perché il pensiero collettivo è molto pervasivo. Il giudizio del mondo esterno è troppo condizionante, e l’idea di percorrere una strada propria di riconoscimento e affermazione di sé appare un’assurdità e una colpa. Massa e potere creano una complicità quasi invincibile.
  7. Sophia è la speranza di compimento del processo individuativo. Passa attraverso la differenziazione dell’Io dal Tutto originario, per per poi ritornare ad esso, ma in maniera compiuta e cosciente. Questa è la vera emancipazione; richiede un continuo confronto con il mondo interiore.
  8. Tre fasi Junghiane del processo individuativo: (a) differenziazione dell’Io dall’inconscio collettivo, (b) affermazione dell’Io, che trova i suoi confini e il suo luogo nel mondo, (c) ritorno creativo e consapevoe dell’Io alla fenomenologia dell’anima.

 

 

Prima parte: CHIAROSCURI DELL’ANIMA FEMMINILE

 

D. Il disagio psichico: la scissione tra Io e anima

  1. L’anima non vuole essere acchiappata; ha bisogno di sentirsi corteggiata. Ha bisogno di amore, di sentire che le si sta creando un contesto adatto a esprimersi per quel tanto che le occorre. Solo così dà il meglio di sé.
  2. Un contenuto delirante dell’inconscio può cammuffarsi egregiamente dietro un’impalcatura perfettamente logica e decifrabile dal pensiero. Alla comprensione del potere demoniaco delle strategie di difesa messe in atto dalla psiche di fronte al dolore della storia personale hanno dato un grande contributo gli autori che si sono concentrati sugli effetti dei traumi psichici, soprattutto quelli infantili => Donald Kalsched, Il mondo interiore del trauma.
  3. Quando un trauma rischia di mandare in frantumi la psiche, subentrano meccanismi di compensazione atti a evitarlo per consentire al soggetto traumatizzato di sopravvivere. Ma la sua sopravvivenza sarà sempre minata dall’interno da una scissione intrapsichica che però ha anche una valenza salvifica.
  4. Per proteggere l’essenza eterna e innocente che avrebbe potuto svilupparsi incarnandosi nella vita se non fosse intervenuto il trauma, la psiche sottrae l’innocenza (e la visione del Tutto che in essa palpita) e la nasconde, per così dire, in un’isola lontana, pur mantenendone inconscia una sua nostalgia.
  5. L’Io senza la sua anima si sente svuotato, privo di linfa, alienato, ma dell’esistenza separata dall’anima non sospetta niente. Saranno i sogni e le fantasie a parlare di lei, i sintomi del corpo, la memoria implicita. Bisogna imparare a decifrare questi avvertimenti.
  6. La scissione intrapsichica rende inaccessibili – l’uno all’altro – l’Io e l’anima, e non di rado come conseguenza fa ammalare il corpo, ma nel contempo fa sopravvivere l’anima, sebbene in un luogo lontano dalla coscienza. La psicoterapia (in cui si alimenta un dialogo d’anima) può edificare il ponte e ricongiungere quello che il trauma ha separato, favorendo così il suo successivo sviluppo delle funzioni psichiche. Il che ovviamente non significa che la vita si semplifichi nella sua natura contraddittoria, né che il dolore svanisca come per incanto, ma che il dolore divertrà affrontabile, perché la struttura della personalità si sarà rinforzata e l’Io avrà imparato a vedere i due lati dei fenomeni.
  7. Quando la memoria emozionale, sollecitata dalla relazione analitica, avrà restituito l’immagine del luogo isolato in cui era confinata l’anima, l’Io potrà riprendere il dialogo interrotto e rimettersi in viaggio verso altri stadi della conoscenza.

 

E. Autodifesa: la trappola del pensiero collettivo “coerente”

  1. Il pensiero assume il carico di dare risposte al disagio psichico, ma lo fa seguendo una traiettoria che, per quanto possa essere plausibile da un punto di vista astratto, rimuove del tutto le vere ragioni del disagio. L’anima perde così la sua naturale funzione di mediazione tra l’Io e l’inconscio: il tracollo è sempre in agguato e l’accanita resistenza intellettuale rende molto difficile edificare il ponte.
  2. Il pensiero è perfettamente in grado di intromettersi nei punti di rottura della trama esistenziale e, con raggiri ben congegnati e mistificazioni ideologiche di vario genere, spaccare ulteriormente quella trama minata e infarcirla di forbite, ancorché fasulle, interpretazioni della vita.
  3. La cosa inquietante e piena di ripercussioni, non solo sull’individuo ma sul collettivo, è che questa difesa può rimanere del tutto nascosta, finché il pensiero riesce a “salvare la faccia”. Dal momento che il mondo esterno si basa sulla coerenza del pensiero per decidere se una persona è sana o malata e dal momento che l’individuo ha un’imprescindibile bisogno di appartenenza e di rispecchiamento nel mondo esterno, il meccanismo può innescare un diabolico circolo vizioso.
  4. Questo meccanismo di autodifesa è duro da abbattere, soprattutto quando la psiche si difende seguendo le mete che il pensiero le ha sciorinato quale unico rimedio al male.
  5. Infatti il mondo esterno alimenta la scissione proprio avallando la superficiale coerenza e le alzate di ingegno del pensiero, senza chiedersi niente sul mondo interno del soggetto pensante. Così il danno diviene irreversibile.
  6. L’individuo da solo non riesce a smascherare la commedia che recita. Non ne conosce né la vera trama né la regia; e anche se la conoscesse, non potrebbe opporsi alla corrente del mondo, sempre infinitamente più potente del singolo.
  7. L’individuo si identifica col suo pensiero e si scinde dalla sua storia emozionale, dalle immagini e dai ricordi di cui è fatta la psiche nel suo insieme. Certo il pensiero è parte della psiche ma non è tutta la psiche e per essere davvero orientato, dovrebbe aver mantenuto il contatto con la verità di cui è parte.

 

F. Tensione al Tutto e fantasie tossiche

  1. Il Tutto è un’emanazione dello sguardo di Sophia teso alla comprensione, che abbraccia l’esperienza nella sua duplice tensione, interiore ed esteriore. Il Tutto implica la necessità di prendere coscienza della propria ombra.
  2. Il paradiso è inscritto nella nostra memoria profonda, transpersonale. È un’immagine archetipica ineludibile, che orienta tanta parte del pensiero e del comportamento umani.
  3. L’anima anela per sua natura al Tutto e al Meraviglioso, e qui la condizione umana è esposta alla duplice e contraddittoria tensione del desiderio del Tutto e della spietata consapevolezza del limite e della morte. Solo un’alta differenziazione etica riesce in qualche modo a contenere questa drammatica frattura senza cadere nel disordine e nella patologia.
  4. Un Io infantile e traumatizzato non può certo farlo, ma il meccanismo di autodifesa (il pensiero “coerente”) ha paradossalmente salvaguardato l’anelito dell’anima, sicché l’Io lo scambia per una realtà vivibile senza confini e mediazioni.
  5. Le potenzialità creative dell’anima, non riconosciute e canalizzate nel mondo, vampirizzano l’Io. Lo tormentano e gli succhiano il sangue con fantasie deliranti che infiammano la psiche.
  6. L’Io drogato (da sostanze o da fantasie tossiche) si sente illimitato e predestinato a un altro regno: quello che le sette segrete promettono con grandiosa “generosità”.
  7. Sembra che questa epoca riproponga e amplifichi la dissociazione e lo sdoppiamento, ossia della coscienza scissa dall’anima. Ma il rimosso ritorna sempre, e qualcuno o qualcosa ne fa sempre le spese. Piu la coscienza crede di evolvere dal suo fondo archetipico, più esso diviene oscuro, arrabbiato, vendicativo: fanatico e fondamentalista nella versione maschile, che è tutta lì da vedere, e in quella femminile che è tutta lì da patire nella rabbia nascosta, nell’invidia, nel nervosismo e nel potere che certe madri hanno di “uccidere” l’anima dei figli e delle figlie.

 

 

Seconda parte: LA SOGLIA NECESSARIA

 

G. “Pari opportunità”: miti maschili e inconscio collettivo

  1. Oggi, l’idea di evoluzione è sorretta da miti perlopiù maschili ed estroversi: possedere, godere, divenire visibili, ricercare l’eterna giovinezza, una bellezza inalterabile, potere mondano, sesso senza implicazioni di sentimento, nessuna restrizione economica e… speranza di eludere la morte, di ucciderla.
  2. Invece, l’anima femminile è costitutivamente più introversa, più attenta ai moti intimi ed emotivi del mondo interiore. Il corpo della donna è fatto per accogliere e tenere dentro, aspettare, nutrire una nuova vita dal dentro, non conoscendola ma amandola in modo naturale anche prima della sua nascita al mondo.
  3. Stiamo offrendo ignara complicità ai capricci del diavolo, il quale, in cambio della nostra anima e del senso che dovremmo mantenere sul limite, promette – in questo momento storico – pari diritti e pari opportunità tra i generi, ricalcando però in ciò una malintesa idea di eroismo dell’Io prometeico di stampo maschile. Ma sono sempre e necessariamente desiderabili tali opportunità?
  4. Siamo nel delirio di onnipotenza. Tutti assieme, con pari opportunità di sfruttamento delle risorse energetiche, con pari opportunità di manipolazione e di alienazione dal Sé, con pari opportunità di allungamento meccanico della vita e della giovinezza, di conoscenza teorico-astratta, avulsa dal corpo emozionale e dalla memoria profonda. Donne e uomini stanno raggiungendo la parità nel fallimento del processo individuativo. Sembra che nessuno riesca a diventare l’albero che è.
  5. La donna collettiva ha perso il contatto con la saggezza iniziatica della sua anima e, scimmiottando l’uomo, chiama questa drammatica perdita “emancipazione”. Oppure, quando la donna collettiva non imita l’uomo, degenera in una grottesca parodia del femminile seduttivo, della dea Afrodite: una sorta di velina ballonzolante variamente atteggiata. La donna collettiva non si accorge che sta negando la sua forza profonda, rischiando di autoimprigionarsi nel carcere opposto, sbarrato con chiavi che appartengono alla sfera dell’Io maschile.
  6. Il femminile deve mettere a fuoco i suoi mezzi, non imitare quelli maschili sulla scia di quella faustiana tensione ad avere e sapere tutto ciò che lo spirito del tempo impone col suo tentacolare programma di insediamento nella psiche e nelle facende del mondo.
  7. L’uomo e la donna collettivi sono marionette mosse da un regista occulto, un Mefistofele (come nel Faust di Göthe) che da dentro e da fuori orchestra una commedia dell’assurdo. Il nome che ai nostri giorni questo regista ha assunto è “profitto”, in cambio del quale il diavolo si è preso l’anima.
  8. Ma non sembra che questo furto susciti allarme, anzi. Il mondo interiore non interessa più, nemmeno se irrompe sotto forma di incubi, sciagure, malattie, guerre. Il materialismo non considera questo rapporto di causa sotterranea ed effetto manifesto, e risponde dicendo che l’irrazionale è “bonificabile” con l’utilizzo della ragione.
  9. Cosa che in sé sarebbe vera se la ragione sapesse del suo fondamento irrazionale e dunque operasse non escludendo, bensì mediando i piani conoscitivi. È solo in questo spazio intermedio che si può ricomporre l’anima Sophia, riumanizzandola, donandole il doppio sguardo che vede i poli opposti dei fenomeni e li sintetizza in nuovi simboli. Il demoniaco separatore ci sta invece traghettando nel tumultuoso mare dell’inconscio collettivo.
  10. La caduta d’interesse per la bellezza, per la cultura, e soprattutto la caduta di coscienza morale tolgono il respiro. Se il doppio sguardo dell’eterno femminino non perforerà la gabbia di unilateralità che sta imprigionando l’Io, guarderemo il mondo con occhi sbarrati e ci parrà di non avere più destino. E dunque quali pari oppurtunità andremo cercando?

 

H. Traumi, patologie e sogni

  1. Quando uno stato di caos minaccia l’identità, e il passaggio dal disordine a un nuovo ordine è difficile – qualora l’Io non sia in grado di mediare (e non lo è se è traumatizzato) – avviene quell’attivazione emozionale che Jung ha definito nei Tipi psicologici come selvaggia energia istintiva. Se diventa soverchiante, trascina l’Io nei gorghi dell’ansia, del panico, della distruttività verso gli altri o verso se stessi. Oppure assimila l’Io al suo lato d’ombra.
  2. L’ombra e la patologia invadono la scena quando la coscienza etica e il pensiero non riescono a mediare. Va da sé che se non esiste il senso della propria identità non può esistere nessun sentimento etico e nessun discernimento critico: nessuna mediazione possibile.
  3. La clinica ci mette in continuazione di fronte a traumi originari e blocchi nevrotici del processo di individuazione trasformati in sintomi, in “cattiverie” e talvolta in una sorta di ideologia consolatoria.
  4. I disturbi funzionali sono letti sempre come disturbi del cervello che nella visione attuale è il Tutto da cui tutto dipende. La psiche oramai è ridotta alle funzioni cerebrali. Emozioni, ricordi, sentimenti, immaginazione non hanno più l’autonomia che il sapere umanistico riconosceva loro. Sono funzioni del cervello e dei suoi meccanismi neuronali, sempre misurabili con i potenti mezzi della scienza e della tecnica. Ed ecco pronte squadre di specialisti, ciascuno dei quali aggredisce il sintomo a partire dalla sua specializzazione, il che andrebbe bene se solo ci fosse una vaga idea della connessione con le altre “competenze” e soprattutto se ci fosse la percezione del legame tra il corpo e l’anima.
  5. Noi abbiamo un’anima complessa e profonda, nella quale trovare risorse inaspettate. Bisogna guardare dentro di sé: i sogni, le fantasie e i desideri più riposti, inconfessati, magari proprio quelli che provocano senso di colpa. Prenderli sul serio è di estrema importanza, perché sono figure dell’anima scissa che cerca il ponte per ricongiungersi all’Io.
  6. I sogni aprono sguardi che lumeggiano la casa dei traumi infantili, le deformazioni nei rapporti parentali, gli abusi e le violenze fisiche o psicologiche. Aprono varchi nell’opacità della visione conforme. Continuano ad animare doppi, fantasmi, domande enigmatiche, scenari insoliti e insospettati. È affascinante, oltre che decisivo a fini trasformativi seguirne le immagini, cercare di indovinarne gli enigmi, dialogare con loro. È così che la coscienza può approdare a un ampliamento della sua visione e persino a un rovesciamento di prospettiva che può risultare salvifico, non del dolore della vita, quella no, bensì di quello nevrotico della scissione intrapsichica.

 

I. Miti d’iniziazione femminile

  1. Jung è stato il primo psicologo a portare l’idea-immagine di anima nell’ambito della psicologia. La donna nel suo evolvere ideale passa dall’elemento più semplice (madre natura, femminile materno), rappresentato da Eva, a quello più spirituale, legato alla figura gnostica di Sophia. Per realizzare questa evoluzione, la donna passa attraverso lo stadio romantico/erotico dell’Elena pagana (nei suoi aspetti sensoriali) e quello di spiritualizzazione della materia rappresentato dalla Maria cristiana.
  2. Sophia, la sapienza superiore, è il traguardo ideale, il compimento più alto in cui gli elementi del femminile e delle differenti religioni convergono.
  3. Un mito fondante dell’iniziazione femminile è la figura di Iside, la regina di ogni eros e sapienza femminile, doppio della Sophia gnostica, la grande iniziata e iniziatrice ai misteri dello spirito. La sapienza e la realtà psicologica che Iside-Sophia rappresentano si configurano come lo stadio più evoluto del percorso individuativo del femminile, che contiene in sé gli stadi precedenti di Eva, Elena e Maria.
  4. È un ideale molto alto quello di Iside e certamente lontanissimo dalla realtà di oggi, che sembra non distanziarsi dalla Madre naturale (Eva), peraltro caricata di grande patologia. Lo stadio successivo, quello dell’amore erotico e romantico rappresentato da Elena, sembra degenerato a una sessualità usa e getta, vissuto in fantasticherie senza contenuti psicologici e senza tensione verso lo stadio successivo, ovvero quello della spiritualizzazione rappresentato da Maria.
  5. C’è – trasversale ai generi – un’irriducibile tensione dell’anima verso lo spirito e dello spirito verso l’anima, e una conseguente relativizzazione dell’Io per condurlo alla conoscenza dell’impersonalità del sentimento, che è il dono supremo di Iside-Sophia (l’eterno).
  6. Le tendenze suicide di Psiche divengono metafore del suo anelito a superare la dimensione dell’Io per raggiungere la percezione dell’eterno, che compete all’anima nel suo stadio di compimento sofianico. Solo sacrificando le brame egoiche Psiche può accedere all’ultimo stadio dell’eterno femminino, ossia integrare l’archetipo dell’Anima e così ricomporre l’asse Io-Sé.
  7. Detto altrimenti, la coscienza dell’Io, sacrificando le sue spinte egoistiche e andando oltre le sue barriere difensive, è in grado di gettare un ponte all’anima scissa dal trauma primario.
  8. Siamo fatti di questa mistica tensione verso l’Unico, raggiungibile attraverso l’integrazione dell’altro, attraverso l’unità nelle dualità delle funzioni psichiche e attraverso la ricomposizione delle coppie di opposti (ad es. il maschile e il femminile) in un livello superiore.

 

J. Unità e trascendenza

  1. Fra l’idea di “funzione trascendente” introdotta da Jung nella psicologia e la tensione all’oltre testimoniata dai grandi mistici ci sono più convergenze di quanto il pensiero razionale e laico, con la sua strutturale vocazione a separare e a distinguere, sia disposto ad ammettere.
  2. La funzione trascendente (per Jung “il terzo occhio“) apre la mente al paradosso, inteso come forma superiore di conoscenza. Se l’Io raggiunge questo sguardo, le tensioni polari si alleggeriscono perché rivelano la loro relatività di fronte al tutto. Muta la scala dei valori: quelli inessenziali (le brame dell’Io volitivo) si decentrano, per lasciare il posto alla valorizzazione della vita in quanto tale.
  3. A questo punto si può donare, perché non si teme più di andare in pezzi; qualcosa di solido si è installato nel centro della psiche e l’Io riesce a percepirlo e a dargli valore. Se si dona prima che questo centro sia percepibile ci si espone al disastro, al furto, al fraintendimento e allo svuotamento di sé.
  4. L’autentico dono di sé è un oltrepassamento dell’Io, raggiiungibile solo da chi ha acquisito il senso del valore della propria identità. E inoltre occorre percepire che l’altro è lì, il ché è possibile solo nell’esposizione reciproca della propria diversità e della propria umana fragilità.
  5. Jung ha corteggiato tutta la vita l’Uno e attorno a esso ha speculato, ora dividendo per meglio capire, ora riunendo per meglio sintetizzare, ma non è mai stato disposto a rinunciare alla Persona nella sua interezza.
  6. Siccome il pensiero e la parola, a meno che non siano poetici, non raggiungono il centro palpitante della psiche, vengono in soccorso i miti, con l’incanto del loro linguaggio figurato che irraggia per spontanea emanazione il senso, narrandolo, mettendolo in scena con metafore e analogie. I miti oltrepassano la soglia del dicibile e del pensabile e raggiungono lo spazio immaginativo in cui si addensano le ombre più insidiose.
  7. Come disse Jung, “reale è ciò che agisce sulla psiche” e la apre a continue metamorfosi.

 

Proiezioni e lutto

  1. L’intrico delle proiezioni, dei rancori, dei bisogni a lungo covati e rimasti inconsci può edificare un tunnel buio e insidioso in cui si animano equivoci e fraintendimenti di ogni genere, che hanno determinato la storia e le storie di ciascuno.
  2. Le proiezioni traggono spesso origine da quanto successo nei rapporti primari e dalla traccia che hanno lasciato nella psiche, senza che l’Io ne abbia cognizione. Le figure parentali importanti hanno traghettato il bambino nel mondo, oppure lo hanno trattenuto per sempre nella caverna della Grande Madre negativa.
  3. La proiezione inconscia di parti di sé sull’altro deforma e ottunde, a volte in modo radicale, la realtà di sé e dell’altro. È così che al compagno o alla compagna si richiede di essere quel padre o quella madre che non si hanno avuti.
  4. La tradizione umanistica ha sempre cercato di evocare questi aspetti dell’animo umano, attraverso l’arte, la filosofia, la letteratura, la mitologia e la storia. Si tratta di bisogni di fondo che rappresentano archetipi della psiche, perché sono nodi inesorabili e problematici dell’animo umano. Mentre oggi tutto sembra negare il valore della memoria storica, del simbolo e della cultura.
  5. La vocazione del narratore si sostanzia nello sbilanciamento dell’Io verso l’altro che abita il Sé. La psiche, infatti, per rivelarsi a se stessa e agli altri non sa fare di meglio che scrivere soggetti scenici e romanzi di vita, siano essi sotto forme di opere letterarie o… di sogni.
  6. Non sarà mai la dialettica a congiungere le parti separate dell’esistenza, non sarà l’analisi, bensì la sintesi, che non a caso è stata definita come “magica” e che paradossalmente si compie talvolta, quando l’altro, vivo e vero o solo sognato, sparisce dall’orizzonte: muore, si separa, delude, rivela il suo limite umano.
  7. È il momento del ritiro delle proiezioni e dell’elaborazione finale del lutto. A questo punto si può fare esperienza dell’anima come cosa intima e individuale

 

K. L’inferno sono gli altri (J.P. Sartre)

  1. Fra le forme dell’alterità con cui dobbiamo costruttivamente confrontarci nel percorso d’individuazione, la più radicale è quella fra i generi, che è psicofisica, cognitiva e comportamentale in maniera sconcertante.
  2. L’evoluzione della storia sta però coltivando una diabolica dissolvenza delle differenze, che approda alle pari opportunità di… mancanza d’identità. Forse perché l’altro è veramente difficile da integrare, troppo diversi e ostici possono risultare la sua realtà personale ed il suo sistema di riferimento valoriale e metaforico.
  3. Sembra che un modo per non scottarsi con l’alterità sia quello di negarla. Ma questo porta a due conseguenze nei rapporti intimi: l’aggressività e l’indifferenza.
  4. Più forte è il desiderio e l’investimento affettivo, maggiore sarà la rabbia e la volontà di vendetta quando esso non trova appagamento. Qualcosa di primordiale e infernale si attiva nella psiche di chi non si sente desiderato, capito, rispettato, visto per quello che è. L’onda del risentimento acceca il giudizio e può arrivare all’odio e alla violenza più devastante.
  5. Due soggettività che si negano reciprocamente alimentano delusione, rabbia e altri vissuti dell’ombra, oppure alimentano quella “pluralità di solitudini”, che spesso innerva relazioni vacue di tutto, che si limitano a smorfie di compiacenza, a pantomime di convenzionalità, a maschere di facciata, a ghigni d’invidia e a sotterranea calunnia.
  6. Quando le relazioni si rompono, se non vogliamo procedere per eterne coazioni a ripetere, siamo costretti a guardare dento le nostre proiezioni inconsce e a cercare di mettere a fuoco il nostro doppio problematico.
  7. È qui che si aprono le tre strade indicate dalla psicologia analitica: compensare le proprie mancanze/limiti sviluppando il potenziale evolutivo, accettare i limiti come nostri confini umani, considerare il valore del Male in quanto forza della vita, in parte propulsiva, in parte ineludibile.

L. L’ultima fase del processo d’individuazione

  1. L’anima è una realtà psichica, che il progresso ha esiliato dal mondo. Essa rimane in contatto col Sé attraverso la rappresentazione archetipica. Il processo d’individuazione tratta di ricomporre in una sintesi superiore, con dolore e con autentica passione, l’unità spezzata di cui la coscienza mantiene una struggente, ancorché inconfessata, nostalgia.
  2. Il fine del processo evolutivo interiore è accedere alla magia dell’anima, che rende possibile cogliere il mistero dell’unità degli opposti e il paradosso del loro proporsi contemporaneamente alla coscienza umana. Nell’ultima fase, l’Io torna quindi alla casa dell’anima, e nella psiche individuale si realizza finalmente l’eterno femminino.
  3. Dopo la differenziazione e l’affermazione dell’Io, se avviene il contatto cosciente con l’ombra, nel cuore umano si produce un balzo etico e le proiezioni del male sul mondo esterno vengono ragionevolmente ritirate. Si comprende che il problema del male e le difficoltà di relazione riguardano tutti e che imparare a destreggiarsi nelle inevitabili contraddizioni è il compito della vita.
  4. Amore e Psiche, Iside o Osiride sono figure emblematiche di questa terza fase: mirano alla ricomposizione dei poli separati come trasfigurazione trascendente, apertura ad un ulteriore divenire e ad altre possibili sintesi. A questo punto comincia a profilarsi l’orizzonte di una possibile responsabilità appassionata e con essa l’anelito spirituale dell’anima verso una forma superiore.
  5. L’anima si protende verso l’universo e verso una completezza di corpo e spirito. Ma per entrare in questo stato di grazia occorre una profonda adesione al Sè, adesione spirituale ai propri desideri e alle proprie inclinazioni. Che però vanno conosciuti. È qui che s’inserisce il lavoro analitico e l’approfondimento della storia del pensiero e dell’immaginazione che costituiscono il necessario supporto ad ogni reale presa di coscienza.

M. L’altro

  1. Il volto dell’altro è costitutivamente ambiguo, amico e nemico. Ma questo doppio abita in noi. Finché abbiamo corpo l’ombra ci appartiene. Tuttavia, la mancanza dell’altro ci è umanamente insostenibile. Perché nessuna autentica autonomia può nascere senza la passione per l’altro e il desiderio di dialogare con l’altro. Solo così si attiva la tensione fra gli opposti, che è il vero gradiente individuativo.
  2. Si giunge alla conoscenza dell’altro che sta in noi, luce e ombra sconosciuti che abitano la nostra psiche, attraverso il rispecchiamento con un altro in carne e ossa che sta fuori di noi e che, fungendo da catalizzatore del mondo interiore, permette il suo inverarsi nel mondo esterno.
  3. Comprendere l’ombra (non patirla sulla propria pelle) appartiene allo sguardo di Iside-Sophia.
  4. La madre è la prima esperienza umana, dal quale tanto dipende delle vicende successive, soprattutto quelle che riguardano il rapporto fra maschile e femminile. Per questo occorre (ri)metterla a fuoco. Lo specchio originario, la madre, è in sé femminile, e dietro di essa traspare in sovrimpressione quello della Madre archetipica.
  5. Se di estrema importanza è l’incontro con l’altro di eguale sesso per forgiare l’identità di genere, di radicale importanza sarà in seguito l’incontro con l’altro di sesso opposto, per portare a compimento il processo identitario

 

N. Il male e la violenza occulta

  1. Un padre violento lo si individua subito. La violenza di una madre che soffoca psicologicamente con eccessi d’ansia, che non molla mai la presa e trattiene indefinitamente presso di sé il figlio o la figlia, li strumentalizza per riscattare i propri limiti non riconosciuti, non è facile da vedere e i media non ne parlano.
  2. La realtà della psiche è complessa, mai riconducibile a slogan banali che non richiedono riflessione. Quante madri uccidono i loro figli, negando semplicemente loro l’alterità ed il loro diritto a cercare il proprio spazio di vita e di pensiero.
  3. La violenza vischiosa di una madre seduttiva o invidiosa della giovinezza, della bellezza e dell’anelito alla libertà dei figli, sempre nervosa, anaffettiva, socialmente ambiziosa ma senza amore, penetra nell’anima dei figli e impedisce loro di trovare la propria visione delle cose. È una violenza sottile, ma anche più tremenda di quella manifesta che perlomeno consente di invidivuare il nemico e dunque di difendersene. Gli stupri dell’anima annientano senza che la vittima ne abbia cognizione alcuna e sappia da chi e da che cosa difendersi.
  4. Il Male si impossessa della coscienza quando è separata dal Bene e le manca un senso e una direzione, una vera ragione di vita. In questi casi la vita non vale più niente e la si può distruggere: la propria o quella degli altri, fa lo stesso.
  5. La laicizzazione, di per sé segno di umana libertà, ha un doppio tremendo quando non rispetti la sacralità dei valori del diverso e dunque diventi a sua volta una fede cieca e sottilmente violenta. Il furto di identità, di genere, di etnia, di religione, di libertà di interpretare la vita secondo il proprio portato di personalità e di storia, si rivolta alfine contro il ladro con cieca violenza.
  6. Chi non si sente visto e accolto per se stesso non vede gli altri e non gli importa nulla di annientarli.

 

 

Terza parte: TRA LETTERATURA E PSICHIATRIA

 

O. Narciso

  1. Bisogna dare spazio, vita, alla consistenza del doppio. Avanti, svegliati; siamo due, siamo uno, siamo le due facce dello speccchio in cui la coscienza umana si riflette, invertendo la sinistra con la destra, la destra con la sinistra. Attraversalo questo specchio e trova la tua umana figura. Trova il tuo limite e trova la tua forza. Svegliati, metti a fuoco il tuo sguardo e che, come quello di Sophia, sia doppio. Puoi ancora farlo, ma se non lo farai morirai.
  2. I fondamenti archetipi del doppio: l’ombra e il riflesso sono stati i primi mezzi attraverso i quali l’essere umano ha preso coscienza del proprio corpo e ha oggettivato la propria anima. Lo specchio in frantumi provoca angoscia, perché evoca la personalità in frantumi e la sua impossibilità di ricomporsi mediante uno sguardo d’insieme.
  3. Narciso è il giovinetto che non sa guardare né ascoltare gli altri e che si perde nella contemplazione del suo inconscio (la fonte acquatica ne è il simbolo per antonomasia). Vedere in lui solo la ricerca vanitosa della sua immagine è banalissimo, se non dannoso. Soprattutto inefficace.
  4. La contemplazione di sé può essere un grado della conoscenza di Dio. Se non si rientra in sé, ci si perde nella dissomiglianza. L’osservarsi, invece, ci riporta il filo dell’anima. Per questo gli autoritratti hanno un profondo valore nei critici d’arte, per la ricerca che evocano di un’immagine originaria di natura divina in cui coesistono il dolore e la visione spirituale.
  5. Ma l’errore di Narciso è stato di non ricondurre la propria autofascinazione ad un’origine più grande, di perdersi in un’ossessiva autoreferenzialità dell’Io. Questa è oggi la sindrome nevrotica, nella quale non si dà mai spazio all’altro, il quale non esiste se non come figura di un doppio illusorio da sfinire con l’ossessiva ostentazione di sé. L’altro deve solo fare da eco ai propri discorsi egoici, dove la persona appare priva di un contorno definito.
  6. Il passo da fare è trascendere il proprio ego narcisistico per donarsi agli altri. Ma se l’ego non è formato, il soggetto è costretto a fissarsi sul proprio Io per non perdersi nella moltitudine e nella confusione che il mondo esterno ripropone. Potrà affrancarsi dalla contemplazione di sé solo quando avrà introiettato la propria autopercezione da potere non farci caso, quando avrà imparato a convivere con la propria ombra, ossia quel doppio speculare che produce un oscuro ma umanissimo e necessario riverbero.

 

P. L’ombra

  1. Oggi tutto concorre ad evitarci la fatica di cercarci e di vivere incontrando la nostra ombra. E così vendiamo l’anima al diavolo, che ce ne sottrae anche la sua vaga memoria. Rimane solo l’ombra, ma in forma di cieco agito. Il diavolo ci seduce propugnandoci dei valori perseguiti da tutti. La percezione simbolica è stata eliminata a favore di un’etica che coincide nella misurabilità dei fenomeni, su cui la morale collettiva può fondarsi e ritrovarsi.
  2. Nelle cose misurabili le contraddizioni vengono apparentemente risolte, non c’è ombra appunto (il diavolo non ne ha). Tutto è trasparente alla luce del giorno senza fine, in cui il sole della conoscenza misurabile non tramonta mai. Ma senza tramonti non vi sono albe, non vi è la meraviglia dell’inizio, non c’è più lo stupore che chiama a sé la Bellezza, alimenta l’arte e il pensiero filosofico di Sophia.
  3. L’anima nella sua fase di Iside-Sophia oltrepassa le inquietudini e i dubbi dell’Io e gli dona la capacità di guardare il mondo sapendo di esserne un piccolissimo e maldestro frammento, in barcollante ma significativo cammino. Il che non significa non patire le contraddizioni e il dolore della vita, ma in ogni caso l’Io iniziato si placa e vede al di là dello specchio i volti dell’alterità sapendo che sono parti di sé e del mondo tutto.
  4. Proprio sulla soglia, sul limite insidioso dello smarrimento, compare l’inaspettato, quell’altro se stesso. Si manifesta affinché l’Io se ne faccia una cognizione. L’inaspettato abbandona la sua maschera di estraneità e si mostra per quello che è: una raffigurazione dell’anima individuale e universale.
  5. Qui nasce la pietas per l’umana condizione, quel fondo trasversale che eroticamente unisce a dispetto di tutte le separazioni del logos e a dispetto delle differenze di quantità e qualità di eroismo. Nasce il pensiero del cuore: quello di Iside, Sophia, Psiche, le grandi tessitrici che riconnettono le fratture fra la polarità della spiche, fra maschile e femminile.
  6. Qui si coglie la nostalgia, il valore della musica come potente medium tra il sensibile e il divino, la bellezza come promessa di felicità (la seduzione è invece una promessa eterna e mai mantenuta di felicità).
  7. Tagore: “Per l’uomo, emergere da quel guscio che è la coscienza non risvegliata significa rinas ere allo Sporito. L’uomo nato dallo Spirito, finché non ha infranto il siuo guscio, difficilmente può immaginare quale pienezza, quale giogia indicibile conosca l’anima che si è liberata.”

 

 

Quarta parte: IL DIAVOLO COME LATO OSCURO DEL SÉ

 

Q. Disincanto e rimozione dell’ombra

  1. L’aspetto determinante e affascinante del pensiero junghiano è la valorizzazione morale dell’inconscio. Quello che esso dice, manifesta, rappresenta attraverso il suo peculiare linguaggio di immagini, fantasie e sintomi, andrebbe sempre filtrato da un Io etico, capace di districarsi moralmente, dunque con la funzione sentimento, dentro l’intreccio di bene e male.
  2. “A forza di non credere più ai diavoli, gli uomini presto non vorranno piu a credere a nulla” (Cazotte). Questa è una premonizione del Dio morto di Nietzsche e di tutto quell’atteggiamento disincantato che connota la modernità e che sfiora il nichilismo.
  3. Jung ha perfettamente concettualizzato la questione, sostenendo che se si rimuove l’ombra, essa – lungi dallo sparire di scena – finirà con l’oscurare la luce divenendo sintomo, agito.
  4. La psiche (l’anima) emerge o sprofonda sotto la superficie della relazione, a seconda della visione più o meno plastica e ampia che a essa si accosta, a seconda degli atteggiamenti e delle parole che a essa si rivolgono. E sul piano personale, a seconda del dialogo che l’Io riesce a stabilire con le immagini del profondo, che altro non sono che il linguaggio dell’anima nel suo inesausto tentativo di riconnettere le polarità scisse, facendosi cogliere, ascoltare e valorizzare.
  5. Nella persona traumatizzata, l’anima, invece di svolgere la sua funzione di mediazione tra coscienza e inconscio ampliando il raggio di comprensione dell’Io, trascina la persona in un gorgo di incantamenti nel cui focus prende vita la figura del diavolo: il supremo separatore cui una coscienza senza ombra seguita a riferirsi.
  6. Con il cervello non si arriva da nessuna parte senza una mediazione di sentimento, o meglio: il solo cervello arriva nel fuoco centrale del labirinto, dove il diavolo è pronto a consegnarlo alla follia.
  7. Attraverso l’esperienza dei sensi, invece, il Desiderio può veicolare una conoscenza altra, trascendente: la conoscenza dell’anima, che percorre tutte le fasi dell’eterno femminino sino a giungere a Iside-Sophia. Ma questi passaggi sono così difficili, che a impedirli si fa vivo nientemeno che il diavolo.

 

R. Enigmi simbolici (immagini) e concetti: due modi di pensare

  1. Reale è ciò che agisce psicologicamente. L’atmosfera onirica è una sorta di doppio della coscienza: una sorta di polvere magica diffusa nella scena in cui ogni cosa appare se stessa e nello stesso tempo rinvia ad altro, al regno del possibile che si dà attraverso enigmi simbolici. Se l’Io riuscirà a decifrarli, verrà iniziato al mondo interiore e a quello trascendente. Gli spunterà il “terzo occhio” (la funzione trascendente), quello diabolico-angelico di Iside-Sophia.
  2. Il filo di Arianna annoderà il sesso alla spiritualità e allo stesso modo annoderà anche le fasi dell’eterno femminino che vivono nell’anima maschile e femminile. Occorre una sintesi tra bisogni naturali e morale collettiva. Occorrono delle scelte etiche che possono fare di noi un adulto.
  3. Analogamente accade con l’interpretazione dell’immaginario letterario, in cui sogni e fantasie sono riversati dall’autore sulla pagina scritta. Sempre che il lettore sia in grado di psichizzare le storie, di comprenderle psicologicamente, e di raccogliere – come un viandante, ora qua ora là – ciò che gli serve per uscire dal labirinto in cui è caduto per disgusto e per dolore. Solo così, in questo dialogo tra l’Io e immagini profonde, egli s’incamminerà verso quella meta spirituale, mai fissa, che di fatto è la sua vera patria.
  4. Ma il processo individuativo non è per tutti. Occorrono una spinta e talenti particolari, per scalare i piani della verità. E occorre saper sostenere una quota più o meno grande di solitudine spirituale. C’è anche il rischio che un processo interrotto consegni a una non-vita che fa troppo male e che fa ammalare, non di follia ma di depressione: al posto degli spettri, una terra deserta.
  5. Ma occorre soprattutto un incontro giusto in grado di integrare le funzioni della psiche e i due modi di pensare: per immagini e per concetti. Un incontro che favorisca la costruzione dell’identità nel dialogo tra luce e ombra.
  6. Il coraggio di portare avanti il proprio portato, costi pure il prezzo del dolore della separazione e la capacità di sostenere le critiche e i dubbi di chi non è d’accordo fanno parte del processo d’individuazione (=> separazione tra Jung e Freud).

 

S. Elena – Afrodite

  1. Il primo incontro con l’anima Elena avviene in gioventù, quando ancora non si è formato il pensiero critico e i fenomeni non vengono filtrati ma semplicemente vissuti. La conoscenza accade se un vissuto concreto l’ha sostenuta e propiziata.
  2. L’Io è chiamato a districarsi di volta in volta, a discernere con cognizione di causa e con il giudizio della funzione sentimento. È un intreccio ineludibile, ma è in questa dualità che si raggiunge l’unità.
  3. Solo l’Io che possiede una visione simbolica ed è in cammino verso l’integrazione dell’eterno femminino potrà rapportarsi all’archetipo di Afrodite senza identificarsi né con la sua ombra, né con la sua luce, ma riuscendo a cogliere il valore creativo del suo intrinseco potere rappresentativo.
  4. Afrodite è l’anima al secondo livello dell’eterno femminino. Si manifesta rappresentandosi nel mondo esterno e in quello interno attraverso i sogni e le fantasie erotiche. Anche quelle deliranti.
  5. È davvero difficile orientarsi in questo livello di anima, perché verità e inganno confinano pericolosamente e stordiscono l’Io ingenuo, ancora confuso nella morale collettiva, dunque del tutto incapace di mettere a fuoco la situazione psicologica e di agire col discernimento del sentimento. Perché la morale collettiva ha facilmente il sopravvento sulla spinta individuativa.
  6. Se il disordine psico-emotivo avanza, appaiono insonnia, irritabilità, confusione, nervosismo. Il conflitto non è più gestibile dalla ragione, deborda e invalida le normali attività del quotidiano. I nervi si aggrovigliano e l’equilibrio è perduto

 

T. L’ascolto dell’ombra

  1. Di fronte alla manifestazione estrema dell’ombra del proprio desiderio erotico si deve scendere a patti con il lato oscuro del desiderio, per integrarlo nella percezione della dualità dentro l’unità della propria anima. Il paradosso bene-male è il paradosso stesso della vita, nel quale occorre imparare a districarsi. Non lo si eliminerà.
  2. Il sapere dell’eterno femminino insegna che dal bene può scaturire il male e viceversa, coglie l’essenziale umano dalle differenze e sintetizza i valori di fondo. Questo è in totale contrapposizione con chi s’illude di allontanare Satana.
  3. L’ombra ha il suo valore e bisogna riconoscerne la necessità come si riconosce la necessità della notte. Il male fa parte della realtà archetipica dell’anima e, se lo si nega, vincerà sempre lui, insinuandosi nella notte dell’anima individuale e collettiva. Diventerà paranoia, odio per l’alterità, di genere, di cultura, di etnia, di conoscenza, di tutto. Diventerà guerra costante, eterno contenzioso, oppure vacuità, stupidità eletta a sistema. Diventerà inferno in vita.
  4. Voler guarire dalla propria ombra per riportare una luce assoluta non esiste come possibilità nella realtà. Si tratta invece di trasformare il proprio sguardo, educando i complessi come fossero bambini che vanno aiutati a capire la vita.
  5. L’ascolto e l’integrazione dell’ombra sono fondamentali al fine individuativo. Consentono il movimento evolutivo dell’anima femminile, e questo vale sia per l’uomo che per la donna.

 

U. Destinati all’inferno

  1. Essere senza macchia, ignari della propria ombra, non offrire ai figli modelli validi significa condannare questi ultimi all’inferno, privarli della possibilità di formarsi un’identità di genere adulta e credibile. Accade nella vita molto spesso.
  2. Genitori senza nessuna comprensione psicologia, convenzionali, acriticamente rivolti a presunti e indiscutibili “sani principi” spingono i propri figli alle reazioni più diverse, tra cui il divenire eccessivamente trasgressivi e finire col passare al lato oscuro.
  3. Quante volte si incontrano figli fanciulli strattonati dai desideri e dalle opinioni della madre contrapposti a quelli della moglie. Il figlio-marito si arrampica sugli specchi per non deludere troppo né l’una né l’altra, mentendo a entrambe, illudendosi di gestire la contrapposizione. E per uscire dall’impasse orienta tutto il suo investimento verso la professione, il mondo esterno. Il che sarebbe anche giusto, se non fosse così radicale e unilaterale da staccare una volta per tutte il contatto con l’anima. A farne le spese è la moglie e i figli, che si ritrovano un padre sentimentalmente fanciullo, assente, tendenzialmente aggressivo, e una madre inappagata, sempre nervosa, nevrotica. Il diavolo ci sguazza dentro queste situazioni.
  4. Il diavolo cerca sempre di rubare l’anima, la soggettività, il libero arbitrio, la forza discriminante della funzione sentimento. Divide fino a sbriciolare l’attitudine simbolica della mente, la percezione immaginale della realtà. Annienta la spinta individuativa dell’essere umano. Divide la materia dallo spirito, il femminile dal maschile, l’eros dall’etica, la bellezza dal bene, l’eros dal materno, lo spirito dalla conoscenza e via via dividere tutto.

 

V. Sophia

  1. Psiche simboleggia il mondo interiore, sconosciuto all’Io razionale e alle sue necessità di adattamento al mondo esterno. Un mondo interiore che troppe volte si oppone all’azione concreta e mirata, zavorra la volontà, la confonde con le sue immagini e con le sue emozioni, non la lascia procedere come lei vorrebbe.
  2. L’anima erotica è il tramite di questa animazione che destabilizza, ma che nel contempo porta a galla qualcosa di profondo e sostanziale, che diversamente non sarebbe mai emerso, e l’esperienza dell’interezza non sarebbe possibile.
  3. L’esperienza dell’altro subisce una radicale metamorfosi, quando dalla proiezione su una persona esterna s’introietta e diviene esperienza dell’altro dentro di sé. Diviene vissuto d’anima dentro sé. Psiche si installa nell’anima individuale e, non più scissa, ritorna a parlare all’Io, gli dice le sue ragioni, i suoi bisogni, lo allerta sui suoi errori, lo rende consapevole.
  4. La “guarigione” ammesso e non concesso che di guarigione si possa parlare, è questa. E se è una medicina amara, non importa: è pur sempre la medicina. In psicoanalisi si parla del momento della consapevolezza e del “ritiro delle proiezioni”, del momento in cui l’anima Sophia prende chiara voce, accetta l’umiliazione più radicale, impara l’ombra, la meschinità l’abbaglio di sé e del mondo.

 

 

Quinta parte: LA PAROLA DELL’ANIMA FEMMINILE

 

W. Dentro il labirinto

  1. Il pathos è quello sfondo affettivo e sensibile che si dispiega nella trama di ogni narrazione individuale. È come una sorta di non voluta ma pregnante memoria di sé. Un’autoconfessione. Saperlo non risolve le contraddizioni, ma riduce la probabilità di architettare discorsi teorici/vuoti e la probabilità di operare proiezioni inconsce o di interpretare l’altro come mero e passivo oggetto. Così può iniziare il viaggio.
  2. Il percorso di Anima, dell’eterno femminino, si snoda nel labirinto di Psiche. L’anima Sophia è il punto ideale di arrivo. Nello spazio che unisce e separa l’inconscietà iniziale di Psiche dal suo doppio iniziatico, cioè da Sophia, si stende il labirinto, oscuro e ingannevole, dove la porta d’entrata alla fine coincide con la porta di uscita.
  3. Si entra nel mondo psichico attraverso la porta del dolore, dei sintomi e del disagio e non se ne esce più. La cognizione del dolore e dell’umana contraddizione faranno sempre parte della vita. Ma una volta raggiunta Sophia, i nodi che stringono il cuore e la mente si possono sciogliere o allentare quanto basta per vivere le cose quotidiane con pietas e con pienezza di senso.
  4. Per affrontare il viaggio è necessario che l’Io disponga di qualche risorsa d’intelligenza e di qualche possibilità simbolica che permettano la presa di coscienza dei complessi autonomi che fanno da sfondo, di quelle tonalità affettive che orientano e/o disorientano il pensiero e il comportamento.
  5. I complessi sono la via regia dell’inconscio, secondo Jung, e solo in seconda istanza si manifestano in sogni e fantasie, in lapsus e in turbamenti. Sono specchi deformanti l’immagine identitaria, e tuttavia tratteggiano il profilo della personalità. L’Io è invitato a metterne sempre più a fuoco la visione, per diventare quello che è destinato a essere o – visto l’irreversibilità di certi danni – per approssimarsene il più possibile.
  6. Il sogno è il grande traghettatore verso la zona d’ombra, verso il mondo interiore, la finestra aperta che attraversa la storia personale e quella collettiva. Segni (attitudine maschile logica) e simboli (attitudine femminile simbolica) sono necessari alla messa in forma del percorso conoscitivo.
  7. A mettere in contatto l’Io con il Sé è sempre l’anima femminile, intesa come manifestazione dell’eterno femminino, dalla sua fase Eva, naturale ed elementare, a quella spirituale di Iside-Sophia.
  8. Entrambe, psicologia del profondo e letteratura fantastica, esplorano quello spazio della psiche che collega l’Io al Sé: terra di mezzo, labirinto in cui si animano i fantasmi del mondo interiore portati dal sogno, dal dolore, dal desiderio e dalla memoria emozionale. Questa sussiste a dispetto della scissione che la memoria cognitiva ha operato per consentire all’Io di adattarsi, di sopravvivere.

 

X. Eros e ignoto

  1. L’anima è l’istanza psichica ineludibile di mediazione fra la coscienza e l’inconscio. Jung è stato il primo psicologo a portare concettualmente il valore dell’anima dall’ambito filosofico e spirituale a quello psicologico. Si tratta di un traghettamento romantico, come del resto l’esplorazione del lato oscuro della psiche, ovvero l’Ombra.
  2. Alla determinazione illuminista del segno, che dovrebbe condurre verso la cosa reale, e del logos, che dovrebbe condurre alla conoscenza oggettiva, i romantici contrappongono l’indeterminazione rinviante e immaginativa del simbolo. Alla chiarezza del giorno e alla misurabilità dei fenomeni cari all’illuminismo, il romanticismo contrappone il valore dell’oscurità pregna d’indizi iniziatici.
  3. Ma ancora una volta, ci vuole un doppio sguardo, un’integrazione dei due approcci. Sul confine dove la luce e l’ombra si toccano si può incrociare lo sguardo di Iside-Sophia, aperto alla visione poetica e al gioco delle infinite combinazioni dell’immaginazione.
  4. È la grande tradizione fantastica che veicola le capacità trasfigurative dell’anima e che consente di attraversare la terra del dolore. Psiche sta lì, al valico tra il passato e il futuro, tra il dolore e lo slancio, la malinconia e l’allegria, tra il piano di realtà e quello dell’immaginazione. Sta lì e vuole che nella sua vita ci sia eros: un tu che sia con lei, prima di lei e dopo di lei; un tu che leghi e riunisca.
  5. Ma l’eros, nella psicoanalisi freudiana, nel suo duplice aspetto di corpo e anima, di luce e ombra, sensuale e mistico, perturba, il che in sé ha una positiva valenza iniziatica nel processo d’individuazione. Proprio per questo la società lo svuota di ogni significato e lo identifica con il solo sesso meccanico.
  6. Il vero perturbante è l’ignoto, lo straniante canto sirenesco che suggerisce l’oltre in cui paradossalmente l’Io può veder rispecchiato il suo volto più essenziale e nascosto e dunque vivere finalmente pago di sé, radicato nel mondo delle cose concrete. Senza il divino (senza il rispecchiamento dell’Io nel Sé), l’uomo non è compiuto.
  7. È sulla spiaggia, dove stanno le sirene, tra terra e incognito mare, che si manifesta l’incanto supremo e la coscienza entra in sintonia con l’eterno femminino, sprigionando la magia di Iside-Sophia. Il loro canto invita a superare la soglia che separa coscienza dall’inconscio. In quel canto – ascoltato legato al palo della percezione del proprio centro – vibra l’essenziale.
  8. Il problema nasca quanto l’Io ripete in modo ossessivo che bisogna tapparsi le orecchie per non sentire il loro canto, quando l’Io predica concretezza, razionalità a tutti i costi, con una spinta acritica verso il progresso, facendone un’ideologia.
  9. La malinconia è dell’anima che percepisce in un tragico atto la bellezza inebriante del creato e il limite invalicabile dell’Io desiderante. In questo scarto c’è la tragedia della vita e della morte e di quel mistero insondabile che è la nostra fugace apparizione nel mondo, ma in questo scarto c’è anche la possibilità metaforica della coscienza che non risolve la tragedia, ma le dà un senso capace di trasformarla in esperienza di pienezza e talvolta anche di gioia di esserci, nonostante tutto.