Dioniso, quel dio dell’antica Grecia che tanto assomiglia a Gesù

Pubblicata da Marsilio l’Opera Omnia di Elémire Zolla. A tre libri, Archetipi, Aure e Verità segrete, è stato aggiunto il saggio Dioniso errante. Interessanti gli accostamenti tra il dio dell’ebbrezza, che ha origini in Oriente e in Grecia, con Gesù. Nel capitolo Dionisismo e cristianità l’autore sostiene l’audace tesi per cui il cristianesimo sarebbe intessuto di elementi di derivazione dionisiaca, così come lo stesso Cristo risulterebbe alquanto imparentato con lo stesso Dioniso.

di Francesco Roat

È stato da poco edito da Marsilio, a cura di Grazia Marchianò, il sesto volume dell’Opera omnia di Elémire Zolla, che ha un sottotitolo provocatorio ‒ Tutto ciò che conosciamo ignorandolo ‒ e che comprende tre libri già un tempo pubblicati dalla Casa Editrice veneziana ‒ ossia: Archetipi, Aure e Verità segrete ‒, a cui si affianca il saggio Dioniso errante: testo che Zolla aveva concepito quale ampia introduzione all’antologia intitolata Il dio dell’ebbrezza, data alle stampe da Einaudi nel 1998. Ed è soprattutto intorno a quest’ultimo scritto (certo il meno noto tra i quattro dell’illustre antropologo culturale) che vorrei focalizzare la mia analisi, anche perché ‒ come nota l’ottima curatrice del volume ‒: «la vocazione all’eccesso dionisiaco nelle cangianti modulazioni del ‘sentire’ umano è il tema ricorrente del ‘viaggio» zolliano’; esemplare itinerario intellettuale, condotto attraverso gli archetipi e le aure che permeano i vari ambiti delle spiritualità orientale e occidentale, ed infine tramite la messa a nudo di talune verità che tendiamo ad ignorare forse per il timore della loro perturbante valenza destabilizzatrice.

Chi è dunque, ma in primo luogo, cosa rappresentò e rappresenta oggi, nell’epoca del disincanto, quel dio tanto caro a Nietzsche e che Ovidio indicava con l’appellativo di puer aeternus? Giustamente Zolla inizia il suo percorso alla scoperta di Dioniso affermando che tale figura numinosa è presente da tempo immemorabile sia in Asia che in Europa. Se infatti nell’India vedica egli fu chiamato Soma, dal nome della bevanda inebriante utilizzata dai sacerdoti che in lui vedevano il loro dio, in un periodo successivo della storia religiosa indiana acquisì il nome di Śiva, che i soldati di Alessandro Magno accostarono senz’altro alla divinità greca cui essi si rivolgevano chiamandola Dionysos. All’origine della nostra civiltà Dioniso è perciò già presente e, secondo il Nostro, per la sua peculiare ambivalenza egli sta a significare: «lo schianto con la verità e la vita». Non a caso questa divinità veniva rappresentata vuoi al maschile vuoi al femminile, incarnando al contempo magnanimità e furore, desiderio e distacco, riso e lacrime, ebbrezza estatica e lucidità estrema. Conosciuto come il dio del vino (vedi il Bacco italico), nell’antica Grecia ebbe innumerevoli nomi, legati alle sue disparate caratteristiche: da Iakhs (ululante) a Taurofagos (mangiatore di tori), da Trigono (generato tre volte) a Xenos (straniero), da Spaleotas (che fa vacillare) a Katharsios (purificatore). Dioniso simboleggiava inoltre l’eterno circolo della rinascita cui assistiamo in natura. Era comunque spesso cangiante, ora apparendo ai mortali come bimbo giocherellone, ora come giovanotto lezioso, ora come adulto dall’aria solenne e regale.

Dioniso, nel suo vitalismo estremo, è altresì il dio che “assimila ogni alterità”; perfino la morte, essendo stato equiparato ad Ades: divinità ctonia del regno ove dimorano i defunti. Anzi egli simboleggia insieme il connubio vita-morte ed è metafora numinosa dell’unità, del tutto senza limitazioni o distinzioni. Ci ricorda infine Zolla che cuore dei culti dionisiaci fu la spinta ad un affrancamento da parte femminile rispetto all’oppressiva autorità/potestà patriarcale. Le cosiddette baccanti si distinguono dalle altre donne giusto perché, lasciato il focolare domestico, osano la ventura di abbandonare ‒ assieme a casa e famiglia ‒ le consuetudini moralistiche e di ruolo convenzionali sperimentando quella libertà licenziosa, a volte sfrenata, che le contraddistingue.

Il cristianesimo, una volta soppiantata la religiosità politeistica, cercò in tutti i modi di eliminare ogni traccia residua dei trasgressivi culti bacchici, non riuscendovi però mai del tutto; vedi la permanenza del carnevale, dove ebbrezza, smodatezza ed atteggiamenti anticonformistici – sia pur quasi sempre agiti all’interno di una finzione solo teatrale/effimera ‒ si prendono giuoco dell’etica vigente e dell’ordine costituito. E proprio il capitolo intitolato Dionisismo e cristianità rappresenta, a mio avviso, la parte più interessante di questo saggio, nella quale l’autore sostiene l’audace tesi per cui il cristianesimo sarebbe intessuto di elementi di derivazione dionisiaca, così come lo stesso Cristo risulterebbe alquanto imparentato con lo stesso Dioniso. Cosa peraltro sostenuta a suo tempo già da Hölderlin, che considerò Gesù fratello di Evio (uno dei tanti appellativi del dio polyonimo di cui stiamo trattando).

Gesù, novello Dioniso, diede al vino (bevanda dionisiaca per antonomasia) un’eccelsa funzione sacramentale dopo aver proclamato di esser lui la vera vite, mentre i discepoli ‒ nota Zola ‒: «dovevano attaccarsi a lui come grappoli al tralcio, il Padre li avrebbe potati». Anche Dioniso, come in seguito il Cristo, viene torturato e messo a morte (dai Titani) per poi risorgere. E l’eucarestia sembrerebbe forse preannunziata dal dono, che Dioniso fece alle sorelle Spermo ed Eno, di mutare ogni cosa da loro toccata in pane e vino. Sempre a proposito di comunione, non possiamo scordare che in passato l’eucarestia si impartiva a fedeli digiuni, ai quali bastava talvolta un sorso di vino per giungere a una certa dose di sacra ebbrezza. Oltre a ciò, non va dimenticato che Gesù, dopo la morte in croce, discese nello Sceol, alla pari di Dioniso che si recò nell’Ade.

Ancora: certe festività cristiane riprendono quelle dionisiache. Il 6 gennaio, un tempo ricorrenza dell’epifania di Dioniso, divenne il natale ortodosso e, per il cattolicesimo, la data che celebra la visita dei re magi al Bambino. Il primo miracolo di Cristo (la trasformazione, alle nozze di Cana, dell’acqua in vino) ha un sapore oltremodo dionisiaco in quanto, a detta di Pausania, pure i paioli colmi d’acqua nel tempio di Elide divenivano miracolosamente pieni di vino. Per non parlare dell’entrata del Messia nella città santa degli ebrei a cavallo di un asino: animale eminentemente dionisiaco. E quando si iniziò a venerare il sepolcro di Gesù presso Gerusalemme, forse altro non si fece che seguire la tradizione d’indicare la presunta tomba di Dioniso a Delfi. Infine ricorderò soltanto che, nel 692, il concilio ecumenico ‒ al fine di estinguere il paganesimo ‒ proclamò il divieto di cortei e manifestazioni/invocazioni dionisiache.

Quindi, un po’ alla volta, il risultato tanto atteso dai prelati cristiani venne finalmente raggiunto. E col passare dei secoli il popolo si scordò di Dioniso. Gli artisti meno, giacché pittori e poeti non smisero di celebrare questa inquietante divinità: da Lorenzo il Magnifico a Hölderlin, da Caravaggio a Johannes Schilling. Ma fu verso la fine dell’Ottocento che, in Germania, avvenne l’inatteso miracolo: il ritorno di Dioniso per merito o colpa di Friedrich Nietzsche, il sostenitore della morte di Dio ovvero la messa al bando di ogni metafisica, verità incontrovertibile e oggettività (secondo il pensatore nativo di Röcken non si danno mai fatti ma solo interpretazioni). Nietzsche vede invece nell’antica divinità ellenica l’antitesi del cristianesimo paolino: a suo dire dogmatico, ingenuamente speranzoso nella salvezza ultramondana, nonché sprezzatore del mondo e della corporeità; in una parola dell’esistenza terrena, che invece il filosofo-poeta tedesco invita ad apprezzare mediante un entusiastico alla vita, aprendosi ad essa in un’accoglienza/accettazione totale. Personaggio mitico e dionisiaco che incarna l’ideale di una nuova concezione antropica, l’Übermensch (oltreuomo) nicciano è figura progettuale e progettata nel futuro per una novella umanità che, facendo a meno di Dio, lasciatasi alle spalle ogni dogmatismo e ogni nichilismo, ponendosi eticamente al di là del bene e del male, esprima piuttosto una profonda fedeltà alla terra e la capacità d’un amor fati in grado di gestire/volere con coraggiosa determinazione ogni destino, anche il più doloroso e perturbante.

Non solo. Secondo l’autore di Così parlò Zarathustra l’estasi dionisiaca consente un «contatto intimo con l’essere» che «disperde l’illusione della persona per svelare il fondo della vita animale, vegetale e minerale», facendoci immettere appunto ‒ nota esotericamente Zolla ‒: «nel cuore dell’essere». Per concludere come non citare ‒ cercando di tradurla senza tradirla troppo ‒ almeno la parte finale del Lamento di Arianna: settimo testo dei Ditirambi di Dioniso, una raccolta di componimenti poetici che costituiscono l’ultima opera di Nietzsche, redatta per la pubblicazione prima del fatale crollo psichico, avvenuto a Torino nel gennaio 1889.

Ah, ah! / Me ‒ tu vuoi? Me? / me ‒ tutta?… // Ah, ah! / E mi torturi, pazzo che sei, / distruggi il mio orgoglio? / Dà amore a me ‒ chi mi riscalda ancora? / dà mani ardenti, / dà bracieri al cuore, / dà a me, la più sola, / cui il ghiaccio, ah! sette strati di ghiaccio / insegnano a bramare nemici, / perfino nemici, / dà, sì arrendi / crudelissimo nemico, / a me ‒ te!… // Via! / Ecco fuggì pure lui, / il mio unico compagno, / il mio grande nemico, / il mio sconosciuto, / il mio dio-carnefice!.. // No! / torna indietro! / Con tutte le tue torture! / Tutte le mie lacrime / corrono a te di corsa / e l’ultima fiamma del mio cuore / s’accende per te. / Oh, torna indietro, / mio dio sconosciuto! mio dolore! / mia ultima felicità… // [Un lampo. Dioniso si manifesta in una smeraldina bellezza.] // Dioniso: / Sii saggia Arianna!… / Tu hai orecchie piccole, hai le mie orecchie: / mettici dentro una saggia parola! ‒ / Non ci si deve odiare prima, se ci si vuole amare?… / Io sono il tuo Labirinto…ˮ.

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Elémire Zolla Archetipi, Aure e Verità segrete. Dioniso errante. Tutto ciò che conosciamo ignorandolo – Marsilio, pp. 622, € 24,00