Dalla festa arcaica alla tecnica

Nel saggio, La potenza dell’errare. Sulla storia dell’Occidente, il filosofo Emanuele Severino parte dall’analisi della poesia di Dante e Leopardi in base all’assunto che la poesia può essere compresa nella sua essenza solo se messa in relazione alla lotta contro il dolore, perché «all’origine la poesia appartiene al gesto essenziale che l’uomo compie contro il dolore e la morte». Il libro è una rigorosa ricapitolazione della filosofia di Severino nei suoi essenziali capisaldi e sviluppi.

di Claudio Tugnoli

Il volume (rigorosa ricapitolazione della filosofia di Severino nei suoi essenziali capisaldi e sviluppi) inizia con un’analisi della poesia di Dante e Leopardi, in base all’assunto che la poesia può essere compresa nella sua essenza solo se messa in relazione alla lotta contro il dolore, perché «all’origine la poesia appartiene al gesto essenziale che l’uomo compie contro il dolore e la morte» (p. 15). La poesia è parte del rimedio essenziale nella dimensione originaria della festa, la quale comprende in se stessa quel che in seguito sarebbe diventato canto, mito, rito, danza, poesia, arte, sapienza, saggezza, filosofia, tecnica e scienza. Nel suo significato originario, pienamente dispiegato all’interno della festa, la poesia esprime la potenza del rimedio del dolore e della morte. Ma separata dalla festa, la poesia è destinata a indebolirsi nella forma del godimento estetico e a subire la richiesta insensata di dimostrare la propria necessità.

La poesia, tollerata a stento nelle sue espressioni più persuasive, è tuttavia degradata a prodotto discutibile dell’ozio improduttivo o di psicopatie più o meno conclamate. L’etimo di poesia, avverte Severino, mostra come nella sua essenza originaria essa sia ben altro. Poíesis significa produzione; infatti la poesia è produzione come tutti gli altri componenti della festa. Che cos’è la festa? «La festa è il primo rimedio contro la paura del dolore e della morte perché è l’immagine della lotta umana contro di essi» (p. 17). L’immagine permette quel distacco, quel sollevarsi al di sopra di ciò di cui è immagine – il dolore, la morte – che fa sentire già vincenti e salvi.

Dante all’inizio dell’Inferno dice che la paura della morte è ancora più amara della paura suscitata dalla consapevolezza di essersi allontanato dalle leggi divine.

In sostanza, per Dante «la paura che è vinta dalla festa è più originaria e angosciante della paura di chi, ormai all’interno del regno della ragione e della fede cristiana ha “paura” perché si è allontanato dalle leggi divine, dalla “diritta via” della salvezza» (p. 17). Leopardi però non può consolarsi con la speranza di uscire dalla selva e di salvarsi. Infatti «la ginestra è il poeta stesso; il “poeta” è insieme il “filosofo”; il “genio” è l’unità di poesia e filosofia, e questa unità è lo stato più alto che l’uomo può raggiungere prima di essere afferrato dal nulla della morte (e dopo che la tecnica ha invano tentato di salvarlo)» (p. 18). (Severino ha dedicato tre libri all’analisi della poesia pensante o pensiero poetante di Leopardi: Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica, 1990; Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi, 1997; In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo, 2015). La festa arcaica vuole essere il rimedio contro il terrore del nulla, della morte, del dolore; essa cerca di accrescere la potenza del rimedio. La volontà della festa di diventare sempre più potente come rimedio contro l’angoscia del divenire inteso come annientamento, si prolunga lungo i secoli fino ai nostri giorni, finché oggi si presenta nella sua ultima espressione: la tecnica.

La trasformazione della tecnica da mezzo a scopo che si serve, cioè trasforma in mezzi quelle stesse forze (capitalismo, comunismo, democrazia, ecc.) che si erano illuse di servirsi della tecnica, è un processo che coinvolge la storia e il destino dell’Occidente. Gli Stati credono e pretendono di far credere che essi si servono dell’apparato tecnologico come mezzo per i propri fini, ma in realtà è la tecnica che si serve delle strutture statuali, o di ciò che rimane di esse una volta che sono trasformate in mezzi a disposizione della tecnica che mira ad accrescere il proprio dominio nel mondo. Una lettura attenta del teatro geopolitico globale conferma, scrive Severino, che la democrazia, il cui volto futuro è tutto da decifrare, è destinata a sopravvivere solo come mezzo della tecnica.

Ovunque nel mondo, le varie forze che si illudono ancora di servirsi della tecnica e che perseguono fini che sono in conflitto tra loro, sono in realtà al servizio della tecnica.

Le democrazie sono costrette a investire sempre più le loro risorse nella ricerca scientifica e nella produzione di nuove tecnologie, dimostrando di aver accettato la subordinazione assoluta dello stato all’apparato tecnologico; e che ogni arretramento o inadempienza nei confronti dell’apparato tecnologico è vissuto come un danno arrecato alla democrazia.

La democrazia, dunque, di fatto assume come scopo del proprio agire «la tutela e l’incremento indefinito della potenza del proprio strumento» (p. 67). Il potenziamento indefinito del mezzo che diventa fine – la tecnica – è un processo che ha le sue radici nella filosofia del nostro tempo, la quale «mostra, nella propria essenza, che non può esistere alcuna dimensione divina e immutabile che possa essere raggiunta con un mezzo diverso da quello tecnologico, cioè da ciò che nella tradizione filosofica era l’adeguazione dell’uomo e dello Stato alla verità svelata dal sapere filosofico» (p. 72).

La filosofia si propone sempre come verità assoluta e innegabile, come assoluta incontrovertibilità della verità: del divenire, degli immutabili e della negazione degli immutabili. Gli immutabili, evocati per riparare alla contraddizione intrinseca al divenire (per cui gli enti escono dal niente e vi ritornano), per stabilizzare l’oscillazione tra nulla ed essere degli enti che li rende ostaggi permanenti del nulla, sono stati rigettati e rimossi per rimediare alla contraddizione rappresentata dagli stessi immutabili (eccezione ingiustificata al divenire delle cose), per restituire all’evidenza della follia estrema – la visione del divenire di ogni cosa – la massima coerenza possibile (se ogni cosa è soggetta al divenire, all’uscire dal nulla e al rientrarvi, gli immutabili, che rappresentano la negazione di quell’evidenza, non trovano giustificazione alcuna).

La filosofia nega la contraddizione del divenire istituendo gli immutabili, poi nega la contraddizione rappresentata dagli immutabili e infine, con Severino, nega la contraddizione del divenire – la follia dell’Occidente – nella versione più coerente, depurata dagli immutabili.

Severino presenta i propri scritti come il luogo in cui le varie tappe della filosofia dell’Occidente emergono progressivamente, a partire dalla filosofia dei greci, che per primi e una volta per tutte evocano il senso radicale della verità come innegabilità incontrovertibile, fino alle forme filosofiche che concepiscono come verità l’alienazione della verità.

Dopo Leopardi, Nietzsche e Gentile portano a compimento la sua intuizione fondamentale, con la rigorosa dimostrazione dell’inevitabilità della configurazione ontologica che poggia sull’evidenza originaria della creazione e dell’annientamento di ogni cosa, la quale implica necessariamente l’impossibilità di un dio, di un ente che non sarebbe sottoposto al divenire. Insomma per la coscienza filosofica contemporanea il divenire non può avere eccezioni, ma deve coinvolgere tutto ciò che è. E tutto ciò che è, in quanto diviene, deve anche non essere. La filosofia di Severino raccoglie l’esito di tale rigorizzazione ontologica operata da Leopardi, Nietzsche e Gentile, e intraprende un cammino speculativo che lo porta al superamento dello scandalo del divenire – la contraddizione per cui le cose sono e non sono – non invocando un ritorno impossibile al passato mediante la restaurazione degli immutabili, bensì avviando la ricerca nella sola direzione coerente con il lavoro svolto dalla filosofia fino a questo momento. La soluzione proposta da Severino non è un ritorno al dualismo metafisico della tradizione filosofica, dove il divenire del mondo è “salvato” da una realtà trascendente o immanente, ma si presenta come rigorosa dimostrazione delle necessità che tutte le cose siano eterne, proprio perché essendo già salve da sempre, non hanno bisogno di essere salvate o trattenute in qualche modo dall’annientamento, ad opera di una forza che le sollevi al di sopra della dimensione che sarebbe loro propria.

L’evidenza originaria del divenire è una violazione del principio di non contraddizione, senza il quale nessun divenire sarebbe concepibile, poiché nessuna differenza vi sarebbe tra l’essere e il nulla. Il principio di non contraddizione quindi presuppone che esista la differenza tra l’essere e il nulla, condizione del divenire. Il principio di non contraddizione allora presuppone il divenire, mentre il divenire presuppone la validità del principio di non contraddizione. Quindi il principio di non contraddizione nega quell’evidenza del divenire che tuttavia presuppone, se è vero che l’evidenza del divenire è l’evidenza della differenza tra l’essere e il nulla, la quale è condizione essenziale del principio stesso. Ci muoviamo allora in un circolo, per cui il principio di non contraddizione presuppone il divenire e questo a sua volta presuppone il principio di non contraddizione, del quale però il divenire stesso rappresenta la violazione.

Il principio di non contraddizione mantiene salda la differenza tra l’essere e il nulla, quindi l’evidenza del divenire, e insieme afferma l’impossibilità del divenire. Il divenire presuppone la validità del principio di non contraddizione, di cui però lo stesso divenire è la violazione. Tolta l’evidenza del divenire è tolta anche la differenza tra essere e nulla, così che il principio di non contraddizione non ha più ragion d’essere; ma è anche vero che, se si toglie l’evidenza luminosa del principio di non contraddizione, si toglie anche la ragion d’essere del divenire. Il cerchio si chiude: validità del principio di non contraddizione ed evidenza del divenire sono legati da un nesso di mutua implicazione, per cui simul stabunt simul cadent. Il principio di non contraddizione si svela quindi legato a doppio filo all’evidenza del divenire: una volta superata la seconda, che ne è del principio di non contraddizione?

Riprendendo la ricerca svolta nell’Anello del ritorno, Severino sottolinea l’idea di Nietzsche che qualsiasi Immutabile rende impotente la volontà, che può tuttavia svolgere tutta la sua potenza solo se niente le resiste. La tecnica è destinata a raggiungere la potenza massima che le è consentita solo quando avrà coscienza di essere essa stessa l’eterno ritorno di tutte le cose, in quanto saprà di poter volere non solo verso il futuro, ma anche verso il passato. Pur non essendo la ripresa di una dottrina metafisica, la teoria dell’eterno ritorno in Nietzsche è pur sempre un’eternità. La fede nell’evidenza del divenire (che per Severino è la follia di cui anche Nietzsche rimane prigioniero) ha come conseguenza necessaria l’eterno ritorno di tutte le cose; e tuttavia la fede nell’evidenza del divenire ha un’altra conseguenza necessaria: l’autocontraddizione. Il tragico che Nietzsche non ha mai preso in considerazione, scrive Severino, è il fatto che «la negazione del divenire appartiene necessariamente all’essenza del divenire: che il divenire non è divenire» (p. 122).

L’evidenza incontrovertibile del divenire implica la dottrina dell’eterno ritorno, ma l’eterno ritorno, essendo per l’appunto eterno, non diviene. E questa contraddizione insanabile illustra infine la Follia dell’Occidente, il nichilismo per cui l’ente è niente. L’evidenza del divenire puro, che giustifica per coerenza la distruzione degli immutabili e l’affermazione della teoria dell’eterno ritorno, culmina nella negazione di se stessa, nell’eternità del ritorno. La filosofia di Severino si propone di superare questa difficoltà cruciale, sviluppando la ricerca non in una direzione restauratrice e regressiva, bensì verso la liberazione dall’ipoteca del nichilismo. Si tratta di mostrare come l’episteme possa incamminarsi verso la verità incontrovertibile per cui gli enti sono e il divenire non è l’uscire dal nulla e l’annientamento degli enti, ma semplicemente l’apparire, il disparire e il riapparire degli enti. Severino sostituisce l’eterno ritorno delle cose con l’eterno riapparire di enti eterni. Se l’eterno ritorno fa sì che le cose siano distrutte per poi rinascere dal nulla, l’eterno riapparire degli enti eterni abolisce ogni “fornicazione” degli enti con il nulla.

La differenza tra gli immutabili che il destino della verità conduce al tramonto e l’immutabile rappresentato dall’Eterno di Severino, consiste nel fatto che nella filosofia di Severino il divenire non è controbilanciato dagli immutabili, ma semplicemente delegittimato e tolto dalla scena. La differenza tra essere e nulla, come tra divenire e immutabile si giustifica solo all’interno della fede nell’evidenza del divenire, vale a dire all’interno della Follia dell’Occidente. La filosofia di Severino si propone come il luogo in cui si rende manifesto il destino dell’abbandono della Follia. Nel suo cammino la filosofia si è sbarazzata di volta in volta di una fede. Si è liberata della fede nel divenire rimanendo tuttavia all’interno del nichilismo; così come si è liberata degli immutabili, instaurando una nuova e insidiosa forma di immutabile. La filosofia di Severino si prefigge di salutare il nichilismo uscendone completamente con la dottrina degli eterni. Solo collocandosi nella Non-Follia è possibile vedere chiaramente l’errore della Follia – la persuasione che gli enti sono niente. Nella Non Follia non è più necessario negare ogni verità assoluta in base alla persuasione che gli enti sono divenienti, possono uscire dal nulla e rientrarvi, come è accaduto nella filosofia contemporanea, che appunto nega la possibilità di un sapere assoluto. Per questo, scrive Severino, «non si può impedire, al pensiero che si mantiene nella Non-Follia, di essere la verità e necessità essenzialmente più radicale di ogni “verità” e “necessità” della conoscenza scientifica, e di ogni altra forma di conoscenza» (p. 152).

Severino dunque risponde all’obiezione: il destino della necessità non è una nuova versione dell’immutabile, dal momento che il destino della verità – nella Non-Follia − fa assumere alla verità e alla necessità un’accezione estrema e speciale. Nella Non-Follia non esiste alcuna persuasione dell’evidenza del divenire – che le cose escono dal niente e vi ritornano – che debba essere compensata dall’istituzione degli immutabili; e non esiste quindi alcuna necessità di demolire gli immutabili, compresa la verità assoluta, per coerenza con la fede nel divenire. Nella Non-Follia non è più necessario distruggere ogni forma di immutabile e quindi il destino della necessità, della verità assoluta non teme le contestazioni che provengono dal pensiero critico che ancora sosta nella Follia.

BIBLIOGRAFIA

Emanuele Severino
La potenza dell’errare. Sulla storia dell’Occidente
Rizzoli
pp. 351, € 19,00

Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica
Rizzoli
pp. 358, € 10,00

Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi
Rizzoli
pp. 509, € 11,80

In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo
Rizzoli
pp. 220, € 16,00