Da Franklin D. Roosevelt a Donald Trump: note sul «populismo»

di Nino Salomone

Ottobre 1929: la Borsa di Wall Street crolla ripetutamente, trascinando rapidamente con sé industria, agricoltura e conseguentemente l’occupazione, la domanda e quindi l’offerta. Da finanziario, il tracollo diviene rapidamente sistemico e intercontinentale, investendo rapidamente l’Europa. È la crisi generale prevista da Marx una sessantina di anni prima? Qualcuno lo spera (il movimento comunista saldamente ancorato al mito sovietico, ma non solo), tuttavia i suoi svolgimenti nulla avranno a che fare con una qualsiasi forma di socialismo, e in ogni caso saranno diversi sulle due sponde dell’Atlantico.

Con l’elezione Roosevelt (1932) il sistema politico americano – i cui tratti fondamentali erano stati rilevati da Tocqueville ancora un secolo prima – reagisce ritrovando al proprio interno la personalità, il messaggio e le capacità in grado di invertire la tendenza alla catastrofe. L’uomo è Franklin Delano Roosevelt, il messaggio è il «non aver paura di nulla se non della paura stessa», le capacità si concretizzano in un programma che – nel clima attuale – sarebbe spregiativamente giudicato come statalista, a suo modo autoritario e contrario alla sacra scrittura neo-liberista. Ciò che occorre rilevare – non essendo questo il luogo per approfondire caratteri e dinamiche del New Deal – è che il sistema politico non venne messo in discussione e, elemento fondamentale, la grande maggioranza della popolazione conservò la sua fiducia nelle istituzioni e nei loro rappresentanti (Roosevelt fu eletto presidente degli Stati Uniti per quattro volte consecutive, e guidò il paese in pace e in guerra dal 1932 al 1945). Così, il primo atto del New Deal consistette nel porre tutte le banche sotto il diretto controllo federale, al quale seguì la creazione della Tennessee Valley Authority, un massiccio programma di investimenti pubblici con l’assunzione di giovani disoccupati impiegati anche nella salvaguardia dell’ambiente, generosi sussidi all’agricoltura e molto altro. La situazione attuale, soprattutto dopo la crisi che dal 2008 fa ancora sentire i suoi effetti, è del tutto diversa, e diverse le reazioni cui ha dato e dà luogo. Ne conseguono alcuni paradossi che, evidentemente, richiedono una spiegazione.

Importa rilevare subito che la reazione istituzionale al crack della Lehman Brothers si è collocata agli antipodi del New Deal: lungi dall’essere sottoposte ad un qualsiasi controllo, le grandi banche sono state gratificate da fiumi di liquidità (erano too big to fail…) e i redditi dei loro dirigenti sono cresciuti a dismisura, nessun programma d’investimenti federali o statali è stato varato quando la crisi si è riversata sull’economia reale, e lungi dall’essere rivitalizzati i sindacati sono praticamente scomparsi dalla scena insieme alle istanze che esprimevano. Nella sostanza, la cura neo-liberista non ha intaccato nessuno dei dogmi della supply side economics, teorizzata da Mundell, Lafferty e Wannisky ed inaugurata da Ronald Reagan (Reaganomics) nel lontano 1980. Il sistema, comunque, ha tenuto – nonostante gli iniziali accenni di panico – e il dramma dei primi anni Trenta non si ripetuto. Niente file chilometriche alle mense del Salvation Army, niente suicidi di grossi investitori, niente migrazioni di massa, e neppure le ballate di un novello Woody Guthrie hanno fatto da sfondo – come accadde allora – alla crisi.

Che tuttavia non è rimasta senza conseguenze e si è rivelata in grado di alterare nel profondo i parametri del sistema sociale. In sintesi: un deciso approfondirsi delle diseguaglianze con un decremento delle quote destinate al lavoro dipendente e un deciso incremento delle rendite da capitale; un relativo impoverimento dei ceti medi e, soprattutto, degli occupati a bassa qualificazione; la crescita delle occupazioni precarie e della marginalità sociale; il farsi luce di una crisi del debito gestita dalle autorità monetarie indotte ad imporre decise politiche di austerity che a loro volta hanno frenato, quando non bloccato, gli investimenti industriali e intaccato il Welfare State (caso limite, la Grecia); nel disperato tentativo di rilanciare gli investimenti, i tassi d’interesse sfiorano ormai lo zero. Alcune di queste tendenze – come la diminuzione delle quote di reddito nazionale destinate a stipendi e salari – erano in atto almeno a partire dagli anni Ottanta, ma indubbiamente gli eventi successivi alla crisi dei sub prime ne hanno esteso ed approfondito la portata.

Nella sostanza, quella che si configura è una virtuale stagnazione del sistema, almeno per quanto riguarda l’Occidente; qualcosa che ricorda, ma è solo una libera associazione, la crisi terminale che investì l’Unione Sovietica a partire dai secondi anni Settanta. Non a caso, comunque, diversi economisti hanno riportato alla luce il concetto di «stagnazione secolare», coniato da Alvin Hansen negli anni Trenta e ormai largamente utilizzato (per esempio da Larry Summers, segretario al Tesoro di Bill Clinton, ma anche nel Rapporto sullo stato Sociale presentato quest’anno alla Sapienza di Roma). Lasciando impregiudicato ciò che eventualmente accadrà, questo è lo scenario che ci lasciamo alle spalle e che si prospetta nel prossimo futuro; e da qui occorre partire per tracciare un sia pur sommario quadro dell’attuale rapporto fra cittadini e politica.

Uno spettro si aggira per l’Occidente, lo spettro del «populismo», peraltro concretizzatosi con la Brexit e con l’elezione alla presidenza di Donald Trump nel novembre del 2016. Assume diverse forme peraltro interconnesse: quella della cosiddetta «antipolitica», che si palesa anche nell’astensionismo elettorale; quella del voto a partiti definiti, appunto, come «populisti» o «antisistema» (resta a vedere quanto lo siano: le Borse hanno brindato all’elezione di Trump); quella del perpetuo mugugno televisivo e internettaro condito da insulti e trivialità assortite, il che testimonia, se non altro, il crollo verticale del bon ton borghese nella società individualistica di massa. Uno spettro minaccioso, nella percezione delle élite politiche, che tuttavia possono con buoni risultati utilizzare l’arma dell’union sacrée – come nelle recenti elezioni francesi – portando alla presidenza un uomo della Rothschild.

Un simile Zeitgeist può essere analizzato da diversi punti di vista, ma fondamentalmente non può che essere riconnesso ad un bilancio, sia pur sommario in questa sede, delle vicende dell’economia di mercato, ormai integralmente dominata dal capitale finanziario, negli ultimi decenni. Sono queste a dare il tono allo spirito del [nostro] tempo (lo Zeitgeist appunto, caro a Weber), e partiremo quindi dal quadro qui sopra tracciato.

Almeno a partire dal Piano Marshall e fino alla metà degli anni Settanta, il capitalismo ha mantenuto le sue promesse. Ho vissuto gli anni Cinquanta da ragazzo, e se mi volto indietro devo ammettere (senza bisogno di baloccarmi con le cifre) che lo stile di vita di cui gode una normale famiglia in questo 21esimo secolo era, allora, inimmaginabile; basti pensare al possesso generalizzato di marchingegni elettronici personali e familiari, alla facilità di spostamento (ben oltre un miliardo di turisti all’anno…), alla dilagante obesità anche infantile, alle pretese subito soddisfatte di qualsiasi ragazzino del ceto medio o medio-basso, alla rapida obsolescenza di qualsiasi prodotto (spesso sostituito a tamburo battente), alla frenetica attività edilizia (Milano è irriconoscibile), alle folle certo non denutrite che intasano qualsiasi evento (dalle settimane della moda, alle «notti bianche», ai concerti in piazza)…, senza contare la generale facilitazione della vita quotidiana, per cui basta un “clic” per comunicare quando vuoi con chi vuoi e basta o quasi la presenza a scuola per ottenere diplomi liceali con una preparazione di molto inferiore a quella di un licenziato di terza media di sessant’anni fa…

Il punto è – al livello del sistema economico-sociale – che almeno da un decennio il giocattolo si è rotto e il paradigma delle aspettative crescenti si è frantumato sotto il peso della crisi. Se il contadino del 1957 poteva ragionevolmente aspirare alla retribuzione sicura e fissa dell’operaio (c’era pure la scala mobile addirittura trimestrale…), per il figlio al diploma e al posto di ragioniere, per il nipote ad una laurea e ad uno status adeguato, oggi la prospettiva è in qualche modo invertita: il welfare state traballa, la figliolanza resta spesso a casa e va, se non mantenuta, almeno supportata, titoli di studio e curriculum valgono, mediamente, poco o nulla (meglio il calcetto, dice il ministro Poletti), la prospettiva di molti giovani è quella di dover consumare le sostanze ereditate dai padri e/o da zia Caterina piuttosto che accumulare nuova ricchezza.

Se ad aspettative crescenti si sostituiscono aspettative decrescenti, il dilagare del «populismo» e dell’«anti-politica» ha una spiegazione relativamente semplice: scomparsi da tempo i grandi partiti fondati sulla militanza, liquefattasi la classe operaia come soggettività collettiva (e quindi cultura e organizzazione); seppellito il bon ton borghese; affermatesi globalmente élite politiche legate al capitale finanziario; ormai egemone l’individualismo di massa, il distacco della società civile – intesa in senso hegelo-marxiano – dalla politica, appare fisiologico piuttosto che traumatico. Non è una questione di stile di vita, ormai largamente egualitario (televisione, smartphone e jeans più o meno stracciati sono eguali per tutti), ma di tenore di vita, presente e futuro. Il potere si fonda (anche) sulla legittimazione, che è insieme materiale e culturale, e quando questa è messa in questione, come ora, istituzioni e sistemi politici non possono che ansimare sotto un peso a fatica sostenibile. Il segreto dell’elezione di Trump, della Brexit e, forse, del futuro successo di un comico italiano votatosi alla politica, è in buona parte qui.