Connettività, resilienza, etica. Per un nuovo lessico economico

di Daniela Muti

È proprio in tempi di incertezza come questo, tra cambiamenti radicali e improvvisi, tra predizioni più o meno apocalittiche e scenari futuri possibili, che si impone una riflessione capace anche di scombinare le carte. Viviamo tempi in cui si annunciano con altrettanta sicurezza la “morte della globalizzazione” e l’avvento dell’”età dell’iperglobalizzazione”, la questione però non sta tanto nell’abbracciare visioni “rosa” o “nere”, prendere partito per una strada a discapito di un’altra, ma piuttosto cogliere il senso dei processi in atto, rielaborandoli. Non si tratterebbe insomma di guardare a scelte binarie quanto di ridisegnare nuovi intrecci tra le diverse visioni disponibili.

E a chi pensa o teme che il mondo stia diventando più chiuso, tentato, per paura, da un processo involutivo, non c’è che offrire una prospettiva avvincente, talvolta spericolata, ricca di scenari inediti per un mondo senza confini. Facendoci aiutare da tre parole:

CONNETTIVITÀ

«I movimenti “anti-qualcosa” – anticapitalisti, antitecnologici, antiglobalizzazione – sono sempre destinati a perdere. Non sono espressione di un umanesimo universale, bensì della visione ristretta di una singola parrocchia. Avere poco commercio è un problema molto peggiore di avere un commercio ingiusto, avere pochi accessi a Internet è un problema molto peggiore del digital divide , avere poca creazione di ricchezza è un problema molto peggiore delle diseguaglianze, avere pochi raccolti geneticamente modificati è un problema molto peggiore del dominio delle multinazionali agricole. Lunghi decenni di appelli dell’ONU per una redistribuzione economica globale non hanno ottenuto quello che la globalizzazione ha ottenuto in pochi anni». Parole del celebre stratega geopolitico indiano Parag Khanna che titolando il suo erudito e lungimirante saggio Connectography, (ultimo volume di una trilogia dopo I Tre Imperi e Come si governa il mondo) allarga lo sguardo su uno scenario di continenti interconnessi e della connettività fa paradigma della futura organizzazione globale.

Grazie alla connettività, ci spiega l’autore, la natura della competizione geopolitica si evolve: dal conflitto bellico di sistemi e ideologie (capitalismo vs comunismo) passa alla conquista di ruoli chiave nella produzione energetica e industriale. A vincere, in una civiltà di network globale, saranno insomma le strategie economiche, supportate da tecnologie, infrastrutture, conoscenza, talento, e non la dottrina militare.

Se dunque l’importanza strategica di uno Stato è stata tradizionalmente misurata sulla base dell’estensione territoriale e la potenza militare, oggi deriva – e sempre di più in futuro – dalla capacità di influenza esercitabile attraverso la portata delle sue supply chain. Non sarà perciò la posizione geografica con la sua popolazione, bensì la connessione – fisica, economica, digitale, oltre ad altri assets di alto valore a determinarne il peso sulla scena mondiale. E se tuttora gli Stati nazionali sono dediti in primo luogo all’imperativo dell’autoconservazione, una qualche forma di solidarietà globale non potrà che scaturire dalla connettività delle supply chain, piuttosto che dalla nebulosità di trattati firmati da nazioni sempre più divise e lasciati sulla carta.

«Abbiamo bisogno – spiega Khanna – di un mondo meno segnato da frontiere perchè non possiamo permetterci le distruzioni che portano con sè i conflitti territoriali, perché rimediare allo squilibrio fra popolazione e risorse può liberare un incredibile potenziale umano ed economico, perché miliardi di persone sono ancora lontani dai benefici della globalizzazione».

RESILIENZA

Scienziati, leaders politici, organizzazioni non governative, governi e grandi aziende ne parlano ormai da tempo, e se per alcuni il termine resilienza richiama solo una moda, sostenitrice di concetti astrusi, imperfetti ed inefficienti, di fatto impraticabili, per altri invece è l’efficace strumento per affrontare le problematiche politiche, economiche e sociali di un mondo contemporaneo complesso e continuamente esposto a gravi squilibri.

Il termine deriva da un concetto ingegneristico mutuato dalla tecnologia dei materiali e relativo alla loro capacità di resistere agli urti senza spezzarsi, però può applicarsi anche ad ambiti diversi. E non è dunque un caso che in tempo di crisi bancarie, incertezza dei mercati, conflitti interrazziali, siano in molti a volerne verificare i benefici.

Il ricercatore americano Andrew Zolli che con Ann Marie Healy è autore del saggio Resilienza, affronta il tema applicandolo a sistemi e persone e spiega quanto il risultato positivo o negativo dipenda dalla capacità di scombinare le carte, essere disruptive. Diversificazione, riorganizzazione dinamica, serrati meccanismi di feedback, semplicità e interoperabilità sono alcuni degli “attrezzi” che suggerisce a chi intende sperimentare la resilienza. Già Einstein, del resto, in una famosa massima affermava che «non possiamo risolvere un problema con le stesse idee che lo hanno generato».

In un mondo instabile e vulnerabile come il nostro, appare chiaro che nulla è duraturo, che il concetto tanto celebrato di sostenibilità (ossia l’idea che con il giusto mix d’incentivi, adeguamenti tecnologici e cambiamenti sociali e ambientali, l’umanità sia in grado di raggiungere un equilibrio stabile) va rivisto criticamente.

Servono dunque adattabilità, agilità, fantasia, e fare sistema secondo un approccio olistico pur rispettando l’integrità del soggetto.

Se è vero che tutto scorre, si plasma in modo sempre differente, esponendoci ad una continua evoluzione, allora non c’è che prendere atto di questa intrinseca fragilità e predisporre strategie flessibili per affrontarne via via le trasformazioni. Essere resilienti non è facile, comporta sforzi continui con risultati non sempre premianti, eppure la filosofia che ne sta alla base, è l’unica in grado di rispondere alle emergenze del mondo reale, siano esse di carattere politico-economico, ambientale o personale. La scienza di adattarsi ai cambiamenti, così come predicato dai resilienti, non va dunque intesa come pavido escamotage di accomodamento o rassegnazione, bensì come ridefinizione del proprio progetto valutando opzioni diverse per portarlo a termine.

ETICA ECONOMICA

Nel pensiero di Luigino Bruni, professore di Economia politica presso l’Università Lumsa di Roma, parole come mitezza, lealtà, generosità, compassione, vocabolario estraneo al lessico economico, si contrappongono provocatoriamente a termini come merito, efficienza, leadership, competizione. Ma non si tratta di una provocazione, nè tantomeno di un’operazione nostalgica, per Bruni riscoprire queste virtù significa soprattutto far dire cose nuove alle vecchie parole, recuperare princìpi obsoleti, banditi dalla grammatica speculativa e andare incontro allo spirito del tempo rigenerandolo. Perché queste virtù “pre-economiche” soprattutto in periodi di grandi crisi possono rivelarsi essenziali anche alla grande cultura aziendale, soccorrerne il cammino dentro il difficile sviluppo.

Le virtù economiche e manageriali nei lavoratori hanno insomma bisogno di altre virtù che le imprese non sono capaci di mettere in campo, così come è indubbio che vi sia anche una responsabilità oggettiva della società civile che non riesce più a creare sufficienti luoghi extraeconomici capaci di ispirare comportamenti virtuosi, diversi da quelli strettamente connessi al profitto.

Per vivere bene serve dunque creare un valore diverso dal solo valore economico, perché esistono importanti valori e princìpi che non sono quelli delle imprese e perché il bene comune è eccedente rispetto al bene comune generato dalla sfera economica.

Noi esseri umani siamo molto più complicati, complessi, ricchi e misteriosi di quanto le imprese ed istituzioni credano o vogliano credere. Talvolta siamo peggiori, altre volte migliori, sempre diversi ma restiamo vivi e creativi finchè non ci affidiamo interamente all’ideologia aziendale dell’incentivo e del successo che in situazioni ordinarie funziona abbastanza bene, ma rende le organizzazioni del lavoro altamente vulnerabili nei periodo di grande crisi. Nuovo Umanesimo, globalizzazione, resilienza: per il mondo che verrà. Le parole per farlo.

BIBLIOGRAFIA:

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