Ápeiron, un equivoco millenario: gli studi del filologo Giovanni Semerano

In un saggio pubblicato nel 2001 da Bruno Mondadori, lo studioso fiorentino sostiene che la traduzione del termine greco ápeiron in ‘infinito’ o ‘indeterminato’ è un errore che ha creato un equivoco. La traduzione corretta sarebbe ‘terra’ o ‘polvere’ in quanto ápeiron deriverebbe dal semitico ‘apar, dall’accadico eperu e dal biblico ‘afar che significano appunto terra e polvere.

di Paolo Barbieri

L’ápeiron (ἄπειρον): parola composta da a privativo (non, senza) e péras (limite) è stata tradotta in vari modi, tra questi: infinito e illimitato. Nel celebre frammento di Anassimandro («[…] disse […] principio degli esseri è l’infinito da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità …» Simplicio, Commentario delle fisica di Aristotele, 24,13 = DK 12 B 1 in I presocratici. Testimonianze e frammenti) ápeiron è tradotto appunto con la parola infinito e per secoli così è stato tramandato e interpretato. Nel momento in cui Emanuele Severino pubblica Dike, un grande saggio che approfondisce il significato della parola greca partendo dal frammento di Anassimandro, è suggestivo riprendere un libro del 2001 di Giovanni Semerano, un filologo fiorentino, studioso delle lingue antiche e in particolare di quelle mesopotamiche, secondo il quale la traduzione della parola ἄπειρον avrebbe dato vita ad un equivoco millenario. Ne L’infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco, Semerano, infatti, sostiene che per tradurre esattamente il frammento di Anassimandro e quindi per capire il suo pensiero, è necessario ricorrere alla lontana lingua semitica. Un omaggio a un grande studioso solitario del quale Severino, spesso citato nel libro sull’infinito, scrisse: «I libri di Semerano sono una festa dell’intelligenza.»

Semerano mostra come la parola ápeiron abbia come lontana origine il semitico ‘apar (polvere, terra), accadico eperu, biblico ‘afar, e ricorda che in greco epeiros, dorico apeiros, eolico aperros, indica la terra, il fango. Tali termini, secondo il filologo fiorentino, corrispondono ad ápeiron, «al quale fu premesso il neutro, segno della confusione.» (p. 32). Il frammento di Anassimandro, che è sempre stato tradotto «…principio è l’infinito …», andrebbe invece letto «principio delle cose è la terra… ecc.». Insomma, tutte le cose provengono dalla polvere e ad essa fanno ritorno. Un concetto che rievoca il messaggio biblico, laddove in Genesi, Dio dice all’uomo: tu sei polvere e polvere ritornerai. Scrive Semerano: «[…] Da tempo immemorabile, circa ventitré secoli fa, il mondo culturale dell’Occidente subisce la sfida di quella voce, ápeiron, che l’antico pensatore milesio pose come una roccia scabra e grande a suggello della sua opera Sulla natura ed è più che una pietra di confine, è il viatico dall’eternità al nulla. I posteri che intesero ‘illimitato’, ‘infinito’, tradirono l’antica fede del filosofo nell’infinita maternità della terra che attende di raccogliere nel suo seno ciò che essa stessa ha prodotto […]» (L’infinito: un equivoco millenario, p. 56).

La lettura che Semerano dà al frammento del filosofo rende forse più lineare lo sviluppo iniziale della cosmologia greca: Talete poneva l’acqua come principio di ogni cosa, Anassimene l’aria e Anassimandro non qualche cosa di ‘astratto’ come l’infinito ma qualche cosa di concreto, la terra, appunto. E tuttavia, secondo Semerano, la nozione di infinito non è del tutto estranea a questo nuovo àpeiron: la polvere terrosa, la sabbia da cui provengono tutte le cose, consisterebbe di innumerevoli granelli, idea che poi sarebbe stata ripresa dagli atomisti («Gli atomi di Democrito […] sono eredi degli infiniti elementi dell’ápeiron anassimandreo», p. 50). «… Una lunga serie di testimonianze avrebbe potuto da tempo porre fine alle millenarie dissertazioni che hanno banalizzato e offuscato l’originario valore della voce ápeiron, gabellato per ‘indeterminato’, addirittura ‘infinito’. L’attraenza rapinosa di codesto infinito ha indotto a deviare la remota realtà lessicale che riconduce ápeiron a denotare la sostanza materiale costitutiva dell’universo: la sottile polvere della terra non ancora organizzata e strutturata allo stato di (terra). La ‘terra’, la ‘polvere’, l’ápeiron dal quale nascono e al quale ritornano gli esseri, come nella sentenza biblica, l’eperum, eprum, con cui opera la divinità lucente Marduk, per creare la terra […] è la polvere già creata, in un impeto di furiosa tempesta di venti, dal dio Anu, ‘il Cielo’ […] “Anu produsse polvere e fece piovere il vento di meridione”. “E così Anu diede forma alla terra […]» (p. 60-61).

Semerano, che giustifica questa sua teoria con precisi riferimenti alle lingue antiche, ricorda anche il pensiero di alcuni filosofi antecedenti e contemporanei di Anassimandro come, per esempio, Ferecide di Siro (Sesto Empirico scrisse: «Ferecide di Siro disse che la terra è principio di tutte le cose», cit. a p. 87) e Senofane (fr. B 27 D.-K.: «Infatti dalla terra provengono tutte le cose e alla terra ritornano»). 

«Eppure il significato generico di fondo del nostro frammento e di quell’ápeiron era già segnato, come vedremo, nella testimonianza di un’antica concezione di Senofone, che Teofrasto attesta sia stato scolaro di Anassimandro: ‘perché tutto viene dalla terra e tutto ritorna alla fine alla terra’ e ancora ‘Poiché tutti siamo nati dalla terra e dall’acqua’, infine ‘terra e acqua è tutto ciò che nasce e cresce’» (p.61)

Il frammento di Anassimandro non si esaurisce, però, nell’affermazione sull’origine delle cose, prosegue con l’affermazione che «[gli enti] pagano gli uni agli altri la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo». Avendo però rifiutato l’infinito, l’indeterminato, sostituendolo con il termine terra e polvere, Semerano non può intendere questa parte del frammento allo stesso modo della tradizione, la cui interpretazione era solida: gli enti, in quanto determinazioni, rompono l’unità dell’indeterminato; il ritorno degli enti all’indeterminato è la giusta punizione per la rottura di quell’ordine iniziale. Tutto ciò, con la terra di Semerano, avrebbe poco senso. Il filologo vede dunque l’iniquità degli enti nella lotta da essi compiuta per esistere e che procurerà loro la punizione inferta da Dike, la giustizia.

L’affascinante saggio del filologo fiorentino ha le sue radici in un altro libro, La favola dell’indoeuropeo, nel quale sostiene l’ipotesi secondo la quale l’indoeuropeo non sarebbe plausibile e che tale lingua ipotetica sarebbe priva di testimonianze, sottolineando invece il vincolo di fraternità culturale che lega da cinquemila anni l’Europa all’antica Mesopotamia, allattale Iraq, dove fiorirono le inarrivabili civiltà du Sumer, di Akkad, di Babilonia.

Chi è

SemeranoGiovanni Maria Semerano (Ostuni, 21 febbraio 1911 – Firenze, 20 luglio 2005) è stato un bibliotecario, filologo e linguista italiano, studioso delle antiche lingue europee e mesopotamiche. Autore di ampi dizionari etimologici di greco e latino che hanno gettato nuova luce sulle origini della cultura europea, che risultano così essere sempre più inequivocabilmente mediterranee e fondamentalmente semitiche.
È stato allievo dell’ellenista Ettore Bignone all’Università di Firenze, dove ha seguito gli insegnamenti di Giorgio Pasquali, del semiologo Giuseppe Furlani, di Giacomo Devoto e Bruno Migliorati. È autore della monumentale opera Le origini della cultura europea (Olschki). Per la Bruno Mondadori ha scritto L’infinito: un equivoco millenario, Il popolo che sconfisse la morte. Gli etruschi e la loro lingua e La favola dell’indoeuropeo.