A 500 anni dalle tesi di Martin Lutero quale futuro per la Riforma Protestante?

DOSSIER/500 ANNI DI PROTESTANTESIMO

A cinquecento anni dall’affissione delle 95 tesi di Lutero, il teologo Fulvio Ferrario affronta la crisi delle chiese protestanti nel mondo secolarizzato di oggi. È sempre possibile, e molto evangelico, affermare che l’essenziale non è il futuro del protestantesimo, bensì quello della predicazione di Gesù Cristo. È anche vero, tuttavia, che la fede evangelica è, per chi la vive, uno spazio spirituale così ricco e carico di promessa, da incentivare il desiderio che essa continui a essere condivisa e, anzi, lo sia molto più di quanto accade ora.

di Fulvio Ferrario

Qualcuno lo ha detto senza peli sulla lingua: il futuro del protestantesimo non esiste. Si tratta, secondo questa prognosi, di una forma di cristianesimo irreversibilmente in declino. Semmai, alcune sue istanze, radicalmente rilette, rivivranno nei movimenti «evangelical», letteralisti, conservatori in etica e in politica, fortissimi nel sud del mondo, ma assai influenti anche al nord, dove, ad esempio, hanno appena fornito un contributo di rilievo al trionfo di Donald Trump. Una diagnosi fosca che, per ironia della storia, risuona in coincidenza con il quinto centenario dell’inizio della Riforma protestante, convenzionalmente identificato con l’accendersi della disputa sulle indulgenze, il 31ottobre 1517. Si tratta di una previsione attendibile? Quali ne sono le motivazioni? Per provare a rispondere, può essere utile iniziare con alcune considerazioni, tra storia e sociologia, sulle radici spirituali del fenomeno protestante.
Un cristianesimo consapevole
Il protestantesimo nasce plurale. Non solo esso si articola fin dall’inizio in due filoni diversi e per molti aspetti anche in reciproca opposizione, quello luterano e quello legato a Zwingli e Calvino, detto «riformato» (o «presbiteriano», nei paesi anglosassoni); ma anche sul piano geografico, le singole riforme nazionali assumono caratteristiche fortemente peculiari: I tratti comuni, pure chiaramente riconoscibili e sui quali ci soffermeremo, appaiono sempre declinati nella specificità delle diverse situazioni.
Il cristianesimo protestante, com’è noto, sviluppa un rapporto particolare con il testo biblico, il che significa con la lettura, l’interpretazione, il dibattito. La dimensione consapevole, riflessa, dell’esperienza di fede rivesta un’importanza maggiore rispetto ad altre chiese. Non sorprende, date queste premesse, che la Riforma, nei paesi nei quali si afferma, contribuisca ad innalzare il livello di alfabetizzazione. Nel quadro della fede vissuta, il rapporto tra la dimensione rituale e quella della riflessione e del dibattito è diverso rispetto ad altre confessioni: in ogni protestante alberga la tendenza ad essere, almeno un poco, teologo o teologa.
Proprio a motivo dell’importanza della consapevolezza personale, anche un protestante convinto può avere un rapporto abbastanza libero con la chiesa come istituzione: già nel XVIII secolo, almeno nelle élites intellettuali, si incontra la figura del credente impegnato che però non frequenta regolarmente la chiesa. Il pastore è provvisto di una solida formazione accademica e in generale appartiene alla classe dirigente intellettuale. Poiché, però, il suo prestigio risiede nella competenza e non in uno status di operatore del sacro, esso è anche, in linea di principio e spesso anche di fatto, esposto alla contestazione, da parte di altri che rivendicano tale competenza. La chiesa protestante, quindi, conosce una certa «secolarizzazione interna».
In etica, il protestantesimo pone al centro l’appello alla coscienza biblicamente orientata. Solo un approccio agiografico, naturalmente, potrebbe negare che anche nei paesi di cultura protestante si afferma spesso una morale convenzionale e rigida, alla quale la chiesa fornisce il suggello della propria autorità. È vero, però, che la sensibilità della chiese della Riforma favorisce una certa autonomia nella formazione del giudizio morale; al tempo steso, la teologia si emancipa da uno stile precettistico; negli ultimi decenni, poi, essa riconosce uno spazio assai ampio alla libera a coraggiosa assunzione di responsabilità. Si è consapevoli che la Scrittura non può essere assunta come una raccolta di precetti e questo impone un lavoro interpretativo non facile.
Come si vede, il protestantesimo di matrice europea costituisce un tipo di cristianesimo che fa largamente appello alla consapevolezza e che offre margini consistenti di libertà, alle comunità e alle singole persone credenti. Una simile realtà è per sua natura esposta a spinte centrifughe e secolarizzanti: nel passato, tuttavia, l’assetto sociologicamente cristiano della società ha fornito un quadro in grado di contenere le tendenze disgreganti e di sostenere sociologicamente la chiesa.
Protestantesimo e secolarizzazione
Tutte le analisi di storia della cultura sottolineano che il protestantesimo, con il suo appello all’autonomia critica e alla responsabilità, costituisce una delle matrici della secolarizzazione occidentale. Da un certo punto di vista, dunque, la società secolare di matrice liberale, aperta alla critica e al dibattito, dovrebbe costituire un ambiente vitale particolarmente adatto al cristianesimo della Riforma. Storicamente, tuttavia, le cose vanno in modo assai diverso. Paradossalmente, la secolarizzazione presenta il suo volto più incisivo proprio dopo il fallimento del più grande progetto ideologico-politico di marca ateistica, quello comunista. Il liberalismo occidentale uscito vincitore dalla guerra fredda non ha certo nell’ateismo una propria caratteristica strutturale. Anzi, esso ospita al proprio interno le più svariate componenti religiose. L’evoluzione della società, tuttavia, tende a ridurre considerevolmente, specie in Europa, l’incidenza sociale del cristianesimo e della chiesa: ampie fasce della popolazione, cioè, scoprono di poter vivere serenamente senza che il riferimento cristiano sia centrale. Questo innesca un processo di erosione piuttosto veloce, che nel giro di pochi decenni cambia significativamente il panorama spirituale europeo. All’inizio del terzo millennio, le chiese europee sono minoranza.
Il cattolicesimo romano mostra una capacità di rallentare i processi secolarizzanti superiore rispetto al protestantesimo. Il minor controllo sociale caratteristico della comunità protestante aiuta l’erosione del tessuto ecclesiastico. Mentre, ad esempio, le chiese della Polonia cattolica o della Russia ortodossa sembrano uscire dal gelo comunista relativamente forti, nei territori tradizionalmente protestanti, come quelli dell’ex DDR, il regime riesce a soffocare la fede ecclesiale, al punto che dopo il crollo del regime il numero dei membri di chiesa, in diversi contesti, fatica a raggiungere il 10% della popolazione.
Semplificando al massimo: sembra che il protestantesimo sia troppo «secolare» per chi, nell’Europa postcristiana, mantiene un interesse per la fede; essendo, poi, cristiano, esso non può attirare quanti tale interesse non hanno. L’opinione pubblica «laica» manifesta in genere stima e apprezzamento per le chiese evangeliche e per il loro impegno etico e sociale; non può farne proprio, però, il messaggio centrale. In tale situazioni, le prognosi sociologiche sono semplici e chiare: le chiese evangeliche del futuro saranno più piccole, più povere e di età media più elevata. Il protestantesimo europeo costituirà una «minoranza al quadrato»: minoranza, cioè, all’interno di un cristianesimo esso stesso minoritario. Presentata in questi termini, non si tratta di una prospettiva particolarmente esaltante. Gli stessi studi sociologici, tuttavia, mostrano che in essa è racchiusa anche un’opportunità: quella di costituire una minoranza creativa, in grado di recare un messaggio capace di arricchire la società pluralista. Per essere percepita e apprezzata nel frastuono mediatico globale, tuttavia, la chiesa evangelica in Europa (sono ancora i sociologi a dirlo) deve darsi un profilo più stagliato di quello che l’ha caratterizzata negli ultimi decenni. Non si tratta di inventare alcunché, almeno per quanto riguarda la sostanza: piuttosto, l’esigenza è quella di serrare le file, costruendo comunità in grado non solo di «resistere», ma anche di essere attraenti.
La tradizione protestante nel postmoderno
Presentiamo qui di seguito cinque elementi molto classici della tradizione protestante, che a nostro parere costituiscono gli elementi fondamentali per vivere la sfida proposta dalla secolarizzazione postmoderna, nelle sue varie forme.
Culto. La chiesa cristiana ha nel culto uno dei propri momenti qualificanti. Tradizionalmente, il protestantesimo pone particolare attenzione alla predicazione ed è giusto mantenere tale marchio di fabbrica. Va ricordato, però, che la Riforma ha rilanciato in grande stile il canto liturgico, dando prova di straordinaria creatività. La dimensione estetica della celebrazione, infine, può benissimo convivere con la proverbiale sobrietà protestante. Una celebrazione «bella» nella sua semplicità comunica una dimensione dell’essenziale, che cioè l’evangelo di Gesù Cristo produce gioia.
Catechesi.Tutte le chiese cristiane soffrono una flessione in fatto di formazione e di consapevolezza: la società secolare, infatti, non offre più i supporti diffusi precedentemente disponibili, o li riduce, Il protestantesimo, però, non può sopportare un deficit formativo nel nucleo dei membri di chiesa: per questo la Riforma è stata un formidabile movimento catechistico. Il rischio postmoderno di analfabetismo biblico di ritorno va affrontato con strumenti teologici e pedagogici all’altezza. Come sempre in questi casi, essi sono un mix di novità e consolidata esperienza. La difficoltà è individuare le forme di sintesi più adatte.
Cura animarum. Il rapporto personale con le donne e gli uomini credenti («pastoral care», «Seelsorge»: l’italiano «cura d’anime» suona, in verità, un poco strano) è da sempre importantissimo nella chiesa evangelica. Spesso un pastore o una pastora sono valutati, prima ancora che sulla qualità della loro predicazione, a partire dalle visite ai membri della comunità. Un’intensa pratica in questo senso è il presupposto per una buona cura animarum, ma non è, in sé, sufficiente. La pastorale evangelica richiede un’accompagnamento biblicamente nutrito. La nostra società è piena di counselor delle specie più diverse. Il pastore protestante deve far valere la propria specificità inconfondibile, che viene dal fatto di essere un interprete della Scrittura.
Diaconia. Così la chiesa chiama la propria azione di solidarietà con le persone in difficoltà. Diaconia è anche assistenza sociale, ma non è solo questo. La diaconia va insieme alla predicazione, alla catechesi, alla cura animarum, come segno della presenza di Dio nella piccola storia di ogni donna e di ogni uomo. L’azione diaconale è certamente «laica», in quanto non utilizza strumenti confessionalmente connotati e non si rivolge soltanto, e spesso nemmeno prevalentemente, all’interno della chiesa; essa però è evangelica non solo perché è svolta dalla chiesa, ma perché mantiene un rapporto costitutivo con la parola di Dio e indica che l’ingiustizia e il bisogno presente non sono l’ultima parola.
Impegno sociale. La fede evangelica unisce l’impegno diaconale svolto dalla chiesa con quello dei singoli membri per cambiare la società, mediante gli strumenti politici che essa si è data. Il protestante è, al tempo stesso, un discepolo di Cristo e un cittadino consapevole. Le chiese della Riforma sono, oggi come ieri, contro l’indifferentismo e contro quella che è chiamata «l’antipolitica». In questo ambito, la sfida consiste da un lato nell’incrementare gli spazi di libertà e di responsabilità (ad esempio nei dibattiti su temi bioetici, di morale familiare e relativi alla sessualità), dall’altro nel non assecondare la deriva individualistica e disgregante che sembra dominare la fase attuale, favorendo invece una sensibilità alla dimensione collettiva e sociale. Più facile a dirsi che a farsi, certamente: il protestantesimo, tuttavia, ha accumulato, su questi punti, una discreta esperienza, che si tratta ora di reinvestire.
Difficile dire, naturalmente, se tutto questo può bastare perché la testimonianza protestante abbia un futuro. È sempre possibile, e molto evangelico, affermare che l’essenziale non è il futuro del protestantesimo, bensì quello della predicazione di Gesù Cristo. È anche vero, tuttavia, che la fede evangelica è, per chi la vive, uno spazio spirituale così ricco e carico di promessa, da incentivare il desiderio che essa continui a essere condivisa e, anzi, lo sia molto più di quanto accade ora, nell’Europa che ha visto nascere ed affermarsi la Riforma. «Protestante è bello», anche se non sempre facile. Così è stato finora, può essere anche il caso del XXI secolo.

 

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Fulvio Ferrario Il futuro della Riforma – Claudiana, pp. 195, € 14,90