Claudio Magris e la responsabilità morale della memoria

In Non luogo a procedere l’autore triestino racconta la storia di un uomo che ha raccolto le tracce dei torturati e dei torturatori nella Risiera di San Sabba. Il ruolo della massa e il monito del libro: una lotta contro l’oblio. Un libro che parla del Male. Da questo romanzo una riflessione sulla necessità della narrazione, sulla mancanza di tempo e sulla scomparsa del senso tragico dei destini dei singoli.

di Anna Maria Carpi

Quando parliamo di letteratura, ci coglie anche un muto interrogativo: letteratura fino a quando? Non viene già ora, non verrà per sempre soffocata dalla cultura dell’immagine? Ma il rapporto mentale ed emotivo, elementare o complesso, che ognuno tiene con se stesso continua pure a essere fatto di parole e, anche quando usciamo incontro al prossimo, è con la parola che lo raggiungiamo.  E poiché ogni essere umano ha, pare, bisogno di “narrazioni” – e vedi come questo termine ha dilagato oggi anche in campi extraletterari – il narrare verbale non morirà mai. La grande tradizione narrativa europea e nordamericana ottocentesca si è spezzata agli inizi dell’altro secolo con lo sbiadire del senso tragico dei nostri destini singoli, ma la forma principe del narrare, il romanzo, tiene tuttora. Ci sono, e sono la maggioranza, lettori che scansano la poesia e magari anche il genere breve del racconto, ma il romanzo si legge, e da ultimo ne appaiono addirittura di ponderosi, fino alle 1000 pagine – notabene: Guerra e pace arriva a 1500.  Strano in questi nostri anni che hanno come insegna il “non ho tempo” e una fretta micidiale di “passare ad altro” per far fronte alla bufera crescente dell’informazione, alla necessità di essere aggiornati. Fare una lettura prolungata è in controtendenza, eppure funziona. Io credo che paradossalmente fornisca una dimora, un’oasi di continuità, un clima costante, un riparo psicologico, come un rientro in casa propria.

Va forte, si sa, il romanzo criminale, i lettori di gialli non si contano, ma è evidente che crimini e misfatti altrui, anche se ambientati nel nostro paese e nella più dura attualità, non turbano più di tanto la pace di questi lettori, li rimane il senso di essere personalmente comunque al sicuro. Molto letti sono anche i romanzi storici che hanno perlopiù il pregio di seguire un filo ininterrotto, niente simbologie e bizzarre frantumazioni di tempi luoghi soggetti, ed essere trasportati in un tempo che fu e in un mondo altro fa come da coperta supplementare che accresce il confort del leggere. Anche i ricordi personali di un autore sono in senso stretto storia, e li vediamo spuntare in gran numero. Le autobiografie dei famosi, anche solo fugacemente famosi, non sono una novità, lo sono però forse, è solo un esempio, le 400 pagine sulla propria normale infanzia sia pure nella Germania comunista di un affermato poeta tedesco cinquantenne e le altrettante pagine di traquillissimi diari dal 1966 al 2009, di un nostro illustre docente universitario. Fanno entrambi parte delle odierne e facili esorbitanze dell’ego, cui oggi nessuno è estraneo. Quanti lettori possano poi coinvolgere non so prevedere.
Ma un nuovo successo sono ora, parola di libraio, le storie di animali, dei nostri animali domestici. Chi non li ama?

Papa Francesco ha non a caso messo in circolo la parola “tenerezza”, tenerezza che vuol dire commozione, ma la riferisce, s’intende, a ciò che dovremmo mobilitare fra noi umani. A esser sinceri: le quotidiane vicende umane divulgate dai media fino alla nausea ci disperano più che commuoverci, l’uomo è anche odioso. Il fatto è però che di commozione abbiamo bisogno – al pari che di narrazioni – e niente da fare se la nostra va più facilmente agli animali, belli buoni innocenti. Non è un buon segno, ma ditemi voi che non è così.

Si parla molto, per la modernità, di “opere-mondo”, categoria inaugurata dallo studio di Franco Moretti (1994), che dal Faust di Goethe si spinge fino a Garcia Marquez: sono le opere in cui figurano aree geografiche marginali, simboli non univoci, saperi svariati che rasentano l’enciclopedismo, digressioni, divagazioni e sovrapposizioni fra narratore e personaggi, e che hanno principio e fine sfrangiati.

È però solo questo il “genere” che nel terzo millennio, anziché darci l’inutile storia di uno qualsiasi di noi o gli eventi di un preciso passato storico, può rispecchiare lo stato attuale della nostra coscienza quando tenta ancora d’ingoiare e in qualche modo ignorare i recenti orrori della storia. Ed è quello che vuole il Non luogo a procedere di Claudio Magris.

Anche questa è una lettura prolungata, non tanto per il numero delle pagine quanto per la sua densità. Non sembra di leggere ma di sentir parlare – una pluralità di voci e di lingue, familiari e aliene, perché il nostro mondo è ormai un disperato miscuglio – e più si procede più cresce l’ansia di non poter ricordare tutto quanto ci viene offerto a così piene mani. Ma quel che più colpisce di questa vitalissima scrittura che dopotutto parla del Male è il suo empito lirico. Le ultime pagine sono pura passione.

Al centro sta un triestino realmente vissuto (1909-1974), ex cittadino asburgico, mezzo angelo mezzo maniaco, che ha speso la propria vita a costituire, a monito contro la guerra, un museo delle armi e a recuperare le povere tracce dei torturati e uccisi nella Risiera di San Saba. Il punto è che i nomi di torturati e torturatori sono noti a tutti, ignoti rimangono quelli che stanno in mezzo ma che in società hanno cordialmente stretto anche mani insanguinate.

Noi lettori non l’abbiamo fatto eppure apparteniamo alla massa potenzialmente processabile – ed è solo per mancanza di prove che il processo fallisce:

dell’indifferenza non ci sono le prove. Quel che ci resta è la responsabilità morale della memoria, ed è ciò che il libro c’impone: una lotta contro l’oblio.

Ma il libro ha un secondo percorso: in una figura femminile, avvicinata in otto tappe culminanti nell’ottava, dove c’è a un tratto, improvvisa, una spietata, splendida e attualissima analisi di cos’è l’amore, di cui si dice che è, paradossalmente, il “lasciarsi”.