1917/2017: trionfa la Rivoluzione d’ottobre. Nasce in Russia il primo paese comunista

di Franco Livorsi

Sin da quando avevo vent’anni, all’inizio degli anni Sessanta, non c’era socialista di sinistra un poco colto che non dicesse – né dirigente comunista un po’ intelligente che non mormorasse – che il regime sovietico era una forma di socialismo “degenerato”. Non uno dei miei amici di quel tempo lontano rifiutava la tesi di Trockij che nel 1936, nel libro La rivoluzione tradita, aveva appunto detto che il regime sovietico era una «dittatura del proletariato degenerata»: dittatura del proletariato “vera” perché la proprietà era in gran parte pubblica, “di stato”; ma degenerata perché una “casta” – non una classe, ma una ramificata consorteria burocratica e poliziesca – aveva scippato la gestione del potere effettivo al proletariato, più o meno come un cattivo tutore o patrigno con un erede minorenne. Ma non essendoci più, o essendo molto ridotta, la proprietà privata, tutti costoro, a partire proprio da “quel Trockij”, ritenevano che – o tramite il ritorno al “vero” potere dei consigli elettivi dei lavoratori (soviet) oppure tramite altra forma di democratizzazione dello Stato – il malato “Stato operaio” potesse guarire, e risorgere come potere diretto dei lavoratori e cittadini. Invece “il malato” morì prima, da Berlino est a Vladivostock, tra il 1989 (crollo del muro di Berlino) e il 1991 (crollo dell’URSS). Cos’era accaduto?

Al proposito va ricordato che la Russia, tanto più come Unione Sovietica, comprensiva di aree molto arretrate a nord, era un mondo eurasiatico. C’erano sì, già alla fine del XIX secolo, tendenze capitalistiche ormai egemoni (come Lenin sosteneva nel suo primo grande libro, Lo sviluppo del capitalismo in Russia nel 1899), ma circondate da un mare di arretratezza, economica e ancor più politica (tanto che ivi sussisteva l’ultima monarchia assolutista in un grande Stato del mondo). Per svolgere come socialisti marxisti un ruolo quantomeno dirigente, secondo Lenin sarebbe stato necessario un tipo di partito alquanto diverso da quello d’opinione, e in primis elettorale, proprio dell’Occidente. Ci sarebbe voluto un partito socialista capillarmente presente tra le masse, ma molto saldo: tanto più che la classe operaia, ritenuta da tutti i marxisti l’anima stessa del socialismo, in Russia era scarsa e arretrata. Da questa “condizione di fatto” Lenin ricavò però l’idea, sommamente “eretica” in campo marxista, che “il socialismo” non fosse già implicito nel movimento conflittuale spontaneo degli operai, ma una concezione “scientifica” e rivoluzionaria del mondo (il marxismo) portata ai lavoratori solo “dall’esterno”, da un’avanguardia che la elaborava, la precisava, la sviluppava, la applicava, la adattava, e naturalmente la comprendeva, e che per i suoi ideali viveva: una minoranza detta “avanguardia cosciente del proletariato”, ma anche partito “rivoluzionario” (dei militanti rivoluzionari), come sostenne nel fondamentale Che fare? del 1902, che sarebbe poi diventato il testo base di ogni comunismo. Così non era più l’azione operaia a generare il partito operaio (come in Marx e in Rosa Luxemburg), ma il contrario, a partire dalla cosiddetta “avanguardia cosciente”, ossia dai militanti autoproclamatisi rivoluzionari “marxisti”. Ma in tal modo, senza che Lenin e i bolscevichi per lungo tempo lo immaginassero, il focus passava dal mondo operaio al “partito”. Il focus, insomma, diventavano quei militanti pronti a vivere e morire per “il Partito”, che poi sarebbero diventati i burocrati, reali o pretesi “rivoluzionari di professione”, base solida del burocratismo e dell’autoritarismo comunista. Ma questo accadde molto tempo dopo.

Poi, annunciata da molti boatos, arrivò la Grande Guerra del 1914/’18. I marxisti rivoluzionari, “maggioritari” (bolscevichi) nel socialismo marxista russo, si persuasero che l’economia – e per ciò la rivoluzione – si fossero mondializzate. Il capitale finanziario (invece che imprenditoriale) e oligopolistico (invece che di concorrenza tra “libere” imprese), sarebbe diventato dominante. E le sue singole parti (nazioni o gruppi di nazioni), lottavano a morte per l’esclusiva su materie prime e mercati mondiali. Era una guerra tra “ladri di bottino”, tra bande equivalenti, cui secondo il bolscevismo si sarebbe dovuto rispondere trasformando la guerra mondiale tra gli stati in rivoluzione mondiale classe contro classe (come Lenin nel 1916 motivava, in termini di teoria economico-politica, nel libro L’imperialismo fase suprema del capitalismo). La disfatta dello Stato francese nel 1870, quando Bismarck aveva sconfitto Napoleone III a Sédan, aveva reso possibile, sia pure per tre mesi (prima di un immane massacro controrivoluzionario di proletari parigini), il primo “Stato operaio” della storia, subito apologizzato da Marx a nome dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori: uno Stato in cui le assemblee popolari nominavano, e potevano revocare in permanenza, tutti i dirigenti, anche amministrativi, e in cui tutti i militari tradizionali, compresi i poliziotti, erano soppiantati dagli operai armati: superando così lo Stato “borghese”, che noi diciamo “moderno”, ossia lo Stato macchina, lo Stato degli apparati (Marx-Engels, Il Partito e l’Internazionale, 1849/1875). Ma ora, in presenza di una guerra mondiale, e di grandi movimenti antagonisti dei proletari, tutto ciò, tramite i consigli elettivi degli operai e contadini, sarebbe stato possibile nel mondo intero, diceva Lenin in Stato e rivoluzione (1917 ma 1918), riprendendo il modello comunardo di Marx passo passo.

Siccome la Grande Guerra fu per la Russia un non compreso grande massacro degli innocenti, culminato in una serie di tremende disfatte, e siccome i bolscevichi erano da tempo i più forti tra gli operai delle città, sfruttando il bisogno assoluto di pace dei russi del 1917, e incoraggiando tutte le forme di autogoverno dei lavoratori tramite i soviet, ed essendo una minoranza organizzata diffusa e coesa, motivata ed audace, i bolscevichi riuscirono a prendere il potere (Rivoluzione d’ottobre del 1917). I rivoluzionari, anche in base a quel che era sempre accaduto nelle grandi rivoluzioni anteriori, si aspettavano che la loro rivoluzione “proletaria” si sarebbe ben presto estesa nel mondo, in specie nell’Occidente capitalistico, in cui da settant’anni c’era un movimento socialista e proletario. Ci furono in effetti, tra il 1917 e il 1923, grandi movimenti proletari antagonistici, specie in Germania e in Italia, ma alla fine non arrivò nessuna rivoluzione proletaria. La grande maggioranza dei lavoratori, pur attraversata da impulsi di rivolta, rimase legata, in grande maggioranza, alla socialdemocrazia europea.

Così la Russia rivoluzionaria restò tragicamente isolata. Quest’isolamento fece tornare a galla vuoi i problemi di arretratezza economica della Russia e vuoi il peso dei secoli di autocrazia di quel Paese. Il potere sovietico, dapprima assolutamente pluralistico nei soviet, dovette fare i conti, nella difficile situazione post-rivoluzionaria, con una dissidenza terroristica di elementi persino molto di sinistra (rivolta di Kronstadt del 1921), dissidenza che andava ad aggiungersi alla tremenda guerra civile con i generali bianchi (durata dal ’17 al ’21), che in sostanza era scontro tra soluzione nazionalista panslavista di destra e soluzione socialista di sinistra. Ciò trasformò ben presto il sistema sovietico in un regime comunista a partito unico. Lenin però, marxista determinista in economia, persuaso che in economia «historia non facit saltus», vedendo che la rivoluzione proletaria in Occidente – che per la Russia sovietica avrebbe voluto dire sia sicurezza militare che supporto tecnologico – non arrivava, ebbe l’intelligenza di compiere una “grande ritirata”. Il fine restava quello postcapitalistico (niente proprietà privata, ma anche niente economia di concorrenza, e soprattutto niente salariato), tanto che nel ’21 diceva ancora che dopo la rivoluzione mondiale, ritenuta solo rinviata, con “l’oro, inutile metallo”, sarebbero stati costruiti “cessi”; ma nell’attesa volle che rifiorisse il capitalismo privatistico in URSS, pur sotto il governo comunista (Nuova Politica Economica). Era la via poi intrapresa in Cina da Deng Hsiao Ping.

Ma i marxisti sovietici, nel loro determinismo sostanziale, ritenevano insostenibile un tale antagonismo tra un’economia sempre più privatistica e il potere comunista, convinti che in tal caso “l’uomo della NEP”, borghese, si sarebbe mangiato anche “il socialismo”. Un’eco di tale preoccupazione si vede nel bel romanzo breve fantapolitico e godibilissimo di Bulgakov Cuore di cane (1925). Allora Stalin interruppe la NEP e volle collettivizzare in modo forzato l’agricoltura, nel 1929. Credo che sia stata una vera e propria “seconda rivoluzione” rispetto all’ottobre (o terza rivoluzione, se contiamo quella solo antiassolutista del febbraio 1917). Perirono almeno dieci milioni di contadini pretesi ricchi (kulaki). L’agricoltura non si risollevò mai più compiutamente dalla “cura”. Ma a parte ciò – siccome per fare quella cosiddetta “collettivizzazione forzata dell’agricoltura” fu necessario uno scatenamento di repressione dall’alto senza precedenti, ossia una sorta di mobilitazione poliziesca senza uguali – nacque un regime non solo dittatoriale come quello già realizzato da Lenin, bensì compiutamente totalitario. Ciò rese possibile, per un quarto di secolo, una vera economia di guerra, che faceva funzionare il mondo produttivo molto bene nel settore del fabbricare fabbriche (“industria pesante”), ma anche della fabbricazione di carri armati, e nella realizzazione di infrastrutture, e anche di una forma elementare ma diffusa di Welfare State; ma fu possibile attraverso il Terrore. In quella fase però cambiò la stessa idea di socialismo, che da allora in poi non fu più la società autogovernata dai lavoratori in vista di un sistema di servizi collettivi in cui tutto fosse di tutti, bensì statalismo economico autoritario, economia pianificata dall’alto, in una parola capitalismo di Stato dominato da un partito unico, comunista, che pretendeva di incarnare carismaticamente il proletariato. Stalin lo teorizzò nel 1952 nel libro Problemi economici e sociali dell’Unione Sovietica. Grazie a tutto ciò l’URSS, sia pure pagando un prezzo spropositato (venti milioni di morti in seguito all’invasione nazista del 1941, per non dire dei precedenti), giunse non solo a sconfiggere Hitler, ma a portare le proprie armate sino a Berlino.

Tuttavia, dopo un quarto di secolo di Terrore di massa, ma anche con basi di massa – pur segnato da grandi realizzazioni economiche e da un’espansione mondiale dello Stato russo senza precedenti – dopo la morte di Stalin (1953) si dovette voltare pagina. Dal 1956, previa denuncia dei “crimini di Stalin” da parte di un suo successore, Nikita Kruscev, fu ripristinata la cosiddetta “legalità socialista” o “leninista”, cioè la stessa dittatura del Partito Comunista su Stato ed economia, ma senza Terrore: in pratica senza economia di guerra, senza quotidiani plotoni d’esecuzione e campi di lavoro forzato. Ma proprio da allora, ogni anno un po’ di più, il sistema s’inceppò: gli statali ripresero a agire da statali, come e più che in tutto il mondo, ossia poco, tardi e male. Via via il reggere la competizione in materia di armamenti con la superpotenza capitalistica avversaria (americana), divenne impossibile. Così il sistema – che pur tramite immani sacrifici e fiumi di sangue si era esteso da Vladivostock a Berlino – tra il 1989 e il 1991 crollò, senza essere mai riuscito a riformarsi “in avanti” in modo politicamente democratico ed economicamente espansivo. Perì come un vecchietto infartato. Fu una cosa senza uguali nella storia di 2000 anni, perché ogni impero è sempre finito o per invasioni esterne o per grandi rivoluzioni interne. Ma lo scacco chiaramente irreversibile del comunismo di stato non annulla di certo i mali, il caos e le catastrofi del capitalismo privatistico, che crescono anzi in modo pericolosissimo anno dopo anno. Tutto ciò reclama una soluzione ben diversa da quella capitalista di stato e dittatoriale, e materialista, impostasi in Russia e nei paesi detti satelliti; semmai postula una rivoluzione ecologica, solidale e spirituale, che però, mentre le catastrofi crescono, si aggira ancora solo come un fantasma sulle strade del mondo.

BIBLIOGRAFIA

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